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Riflessione di Sergio Ronchi tratta dal settimanale Riforma, 2 settembre 2011, p.1
Lo stigma: un marchio ideologico e, per ciò stesso, sociale, creatore di categorie umane da spostare in periferia. Il marchio deriva dal pregiudizio. I pregiudizi sono formulati da chi non basa il proprio giudizio su conoscenze dirette e ha difficoltà a liberarsene alla luce di nuove conoscenze.
Si è scritto che, «in una ottica psico-sociale, il pregiudizio si riferisce non tanto a un singolo individuo, quanto a interi gruppi di persone».
La Bibbia, al pari di ogni altro testo, non si può leggere senza presupposti; al contrario, la si deve leggere senza pregiudizi. In questo secondo caso, vi si cerca conferma alle proprie idee e concezioni del mondo e la si trova senza difficoltà.
Al contrario, presupposto non è sinonimo di pregiudizio, ma un bagaglio complessivo che ognuno di noi si porta dietro con la propria storia personale e si trova posta dinnanzi alla realtà del testo. Allora, di fronte alle pagine bibliche, ci si mette nella posizione di chi vi ricerca la Scrittura; l’atteggiamento mentale (e spirituale) è quello dell’ascolto, che solo può condurre a quella «obbedienza che scaturisce dalla fede» (Rom. 1, 5). La quale genera un operare per la gloria del nome di Dio e per l’edificazione del fratello.
Queste due questioni si possono accostare non essendo diverse: un legame non sottile le congiunge e salda, essendo impossibile separare l’interno di una comunità cristiana dall’esterno circostante: le barriere all’esterno che dovrebbero crollare si ergono altrettanto all’interno dove non dovrebbero punto esistere. Fra esse, lo stigma nei confronti di un legame d’amore omosessuale.
Il rapporto omosessuale nella Scrittura trova una condanna chiara ed è riferita a pratiche idolatriche, a una confusione fra Creatore e creatura (Lev. 18, 22 e 20, 13; Rom. 1, 26-27).
Però la Bibbia non ne è ossessionata e affrontare la questione in riferimento a quei tempi significa fare dell’anacronismo e «torcere» la Scrittura. Non è così per l’amore, invece: «Miei cari, amiamoci gli uni gli altri; perché l’amore viene da Dio e chiunque ami è nato da Dio e conosce Dio» (I Giov. 4, 7).
Dunque, l’amore in sé è indotto da quello di Dio. L’amore in sé è rivolto al prossimo e al fratello: «se ci amiamo gli uni gli altri Dio rimane in noi e il suo amore raggiunge il suo scopo» (I Giov. 4, 12b).
Ecco per quale motivo il credente non può non amare e, nell’amore, non conosce e anzi rigetta ogni sorta di discriminazione. In caso contrario, abbiamo fallito.
Si abbia sempre presente: «Dio è amore» (I Giov. 4, 8), che non è una definizione di essenza bensì di relazione, è la sua «indole» (Giov. 3, 16).
«Se ci amiamo gli uni gli altri Dio rimane in noi e il suo amore raggiunge in noi il suo scopo» (I Giov. 4, 12b).
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