| Libera di volare. Il diario di una donna credente alla scoperta della sua omosessualità |
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Silvia è nata a Crema trentadue anni fa, dopo la maturità magistrale si è laureata alla facoltà di Magistero all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano in Materie letterarie. Prima di trovare occupazione come impiegata in una azienda, ha collaborato col settimanale diocesano cremasco «Il nuovo Torrazzo» occupandosi di cultura e spettacoli. È credente cattolica («per farmi perdere la messa ci vorrebbe la febbre a quaranta»). Ed è lesbica. «Due dimensioni della mia persona ugualmente importanti» racconta davanti a un caffè al bar, il suo libro sul tavolino e una invidiabile spontaneità. «Due parti che non sono disposta a eludere».Lo scorso autunno, dopo molti tentativi, Silvia è riuscita a trovare la casa editrice giusta per pubblicare il suo libro, nel quale racconta il biennio ’98-’99 che sconvolse la sua vita. «Ero uscita prosciugata, distrutta dalla laurea ed ero infelice, soffrivo di una terribile depressione che la mia psicologa non riusciva altro che a peggiorare». Poi, un viaggio in Egitto e l’incontro con una animatrice. «Quanto tornai a casa» racconta, «mi sorpresi a pensarla di continuo. Credevo fosse nostalgia della vacanza, invece avevo nostalgia di lei». È uno shock. La sua educazione, le sue credenze, la sua vita, le imporrebbero di chiudere la porta a questa emozione, ma non le è possibile. E soprattutto, per quale ragione avrebbe dovuto farlo? «Col senno di poi riconosco in quella depressione che mi teneva chiusa in casa il tentativo del mio subconscio di non farmi incontrare la mia vera me stessa. Devo ringraziare quella donna e tante altre persone amiche di avermi sbloccata: oggi mi sento libera, rinata, più vicina nche a Dio». La fede. Secondo la chiesa, inconciliabile con la pratica omosessuale. Silvia, invece, dichiara nel suo libro di essere diventata una credente migliore soltanto dopo essersi innamorata per la prima volta: «Pubblicare un libro sulla mia storia è un coming out perfetto e irreversibile. Dipende dalla storia personale di ciascuno, ma c’è stato un momento nel quale ho deciso che se poteva servire ad altri che fossero nella mia condizione di prima valeva la pena raccontarlo». I primi passi della nuova Silvia furono incerti: «Mi buttai sulle letture: Wilde, Virginia Woolf, David Leavitt, che amo moltissimo. Alla redazione del Torrazzo trovai per caso un volume, “Le porte di Sion: voci di omosessuali credenti”, e chiesi se potevo prenderlo. Mi risposero che tanto non l’avrebbero mai recensito. In quel libro cominciai a scoprire un mondo, una possibile strada per il cammino. Poi venne “la Fonte”» (ndr gruppo di cristiani omosessuali di Milano). Don Domenico Pezzini. Questo nome dirà poco o nulla alla maggior parte dei lettori. Per gli omosessuali credenti è invece un eroe. Negli anni Ottanta, questo sacerdote milanese, saggista e docente universitario, ha creato due associazioni, Il Guado e La Fonte, che si propongono di rispondere alla persone emarginate dall’ambiente ecclesiale, familiare, lavorativo a causa della loro omosessualità e che mantengono comunque la loro fede. Da più di vent’anni, due volte al mese, in uno stanzone in via Pasteur (ma ora si sono trasferiti) molti gay e lesbiche si ritrovano per raccontare la loro esperienza, leggere e commentare il vangelo e altri testi, assistere alla messa. «Alla Fonte ho trovato delle persone meravigliose che mi hanno aiutato a separare il magistero della Chiesa dalla definizione di omosessualità, tutta storica e sociale e dunque passibile di mutamento, data dalla Congregazione per la Dottrina della Fede dell’allora cardinal Ratzinger». La storia di Silvia insegna che la chiesa ha tante anime: è incredibile il numero di associazioni religiose di omosessuali, dei sacerdoti e delle suore che accolgono a braccia aperte queste persone senza giudicarli né tanto meno condannarli. E soprattutto, sia detto con franchezza, noncuranti delle imposizioni dottrinali dei vertici della chiesa. L’episodio centrale, in questo senso, è quello della confessione della ragazza. «Mia zia mi suggerì di confessarmi, perché comunque la mia omosessualità era un peccato. Aveva ragione, ma sarebbe stato troppo facile andare da don Pezzini o altri di cui conoscevo già l’opinione». Silvia decide allora di confessarsi più semplicemente dal prete della sua parrocchia. L’esordio, in confessionale, è memorabile: «Mi sedetti e citando Ratzinger dissi: “Sono qui perché sono intrinsecamente disordinata”». Il prete capì subito e rispose: «Alt! Silvia, tu non hai niente che non va, mettitelo subito in testa. E ora raccontami, dall’inizio». La confessione fu in pratica la storia della sua vita. Alla fine, emozionato, il prete ringraziò Silvia per avergli aperto il suo cuore e l’assolse. «Quella assoluzione» ricorda Silvia, «mi fece sentire di nuovo nelle braccia della chiesa». Silvia lavora in una cittadina di provincia, è single, vive coi genitori, ha un buon lavoro. Il suo libro sta andando bene. Si ritiene una buona cattolica. La sua omosessualità non ha mai costituito un problema per la sua vita. Sembra piuttosto lo sia per la politica e la Cei. Il recente Disegno di Legge Bindi-Pollastrini sul riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto, detto DICO, ha il suo favore. «Dovessi incontrare una donna con la quale fosse immaginabile costruire una vita assieme, con una certa progettualità, lo farei immediatamente. Certo, è un piccolo passo in avanti, ma è meglio di niente. I DiCo non distruggono la famiglia tradizionalmente intesa, che non sta messa bene di suo e per problemi suoi». «Io rivendico il mio diritto ad innamorarmi, sognare di vivere con una persona e condividere con lei la mia vita, i miei beni, il mio futuro. Non c’è ragione perché tutto questo mi sia negato. Mi hanno insegnato che Dio è Amore, del sesso sembra importare più a certi prelati che non a lui». Appassionata di letteratura com’è, nel salutarci chiede del reading di Memorie di Adriano in biblioteca. «Ci voglio venire, come sta andando?». È un grande successo, Rivolta è bravissimo e il testo è meraviglioso. Racconta, tra le tante cose, dell’amore fra l’Imperatore e il suo Antinoo.
La psicologa mi ha chiesto come andava, e io l’ho stupita, dicendole che andava tutto a meraviglia. Le ho parlato di Alberto, dei miei progetti e della vacanza in Egitto. Di Agata e della mia attrazione per lei. È rimasta piacevolmente colpita che io l’abbia presa così bene, che non ci siano stati terremoti. Perché mi sono accorta che se la normalità è la regola, in tutti i campi — ed è buona — spesso anche l’anormalità è altrettanto buona. Ho imparato ad accettarmi e a non violentarmi solo per essere come gli altri. E non è una perdita per me, ma un guadagno, perché io sto bene e gli altri Io sanno. Quello che mi ha fregato è stato Alessandro. Dai tredici ai vent’anni, credevo di essere innamorata di lui. E poi, c’è stato il periodo in cui ho dovuto ricostruirmi, quindi la tesi. E la mia vita così ritirata, e la mia timidezza. |



Recensione di Marco Viviani tratta da
«Due dimensioni della mia persona ugualmente importanti» racconta davanti a un caffè al bar, il suo libro sul tavolino e una invidiabile spontaneità. «Due parti che non sono disposta a eludere».