| Marito&Marito. Quando il matrimonio gay irrompe in famiglia |
|
Tutto inizia con una telefonata del protagonista che, dopo anni in cui ha cercato di nascondere alla sua cattolicissima famiglia la sua omosessualità, li informa che è finalmente convolato a giuste nozze, ma non con la sua fantomatica fidanzata ma con il suo ragazzo spagnolo. Da qui prende il via un carosello di situazioni e reazioni gustosissime, a volte divertenti e a volte drammatiche che fanno riflettere su come, ancora oggi, sia difficile rivelare di “amare un uomo” alle persone che ci sono più vicine, a quelle che ci hanno visto crescere e che a volte si aspettano da noi ciò che non potremo mai essere. ![]() Così, pagina dopo pagina, vediamo scorrere le conseguenze di questa rivelazione, con gli amici del protagonista e “una parte della famiglia che si sforza di capire e di condividere, un’altra che lotta coi pregiudizi e gli editti del Vaticano, un’altra ancora che si rifiuta a priori di venire a contatto con una realtà del genere e interrompe le comunicazioni”. Sino al finale inaspettato. Ma ora non ci resta che fare quattro chiacchiere con il promettente autore di Marito&Marito. Come ti è venuta l'idea di scrivere questo romanzo, a tratti vagamente autobiografico? Tutto è nato un po’ per scherzo. Erano i giorni in cui furono approvati i matrimoni gay in Spagna ed ero a cena a casa della mia migliore amica (quella che nel romanzo corrisponde al personaggio di Chiara). Avevamo riso imitando un’ipotetica telefonata: “Ciao mamma, ciao papà. Sono in Spagna e mi sono sposato col mio compagno. Ora siamo marito e marito”. Quella sera, al ritorno a casa, condensai quest’idea in quello che ora è il primo capitolo di Marito & Marito. Poi c’ho preso la mano, e prendendo spunto dalle vicende mie e dei miei amici ne è venuto fuori un intero romanzo, scritto praticamente nell’arco di 4 anni. Lo pseudonimo Ventmauvais, con cui ti firmi, ha un significato particolare per te? È il nickname che ho scelto per un mio blog in cui parlo liberamente di me stesso, della mia omosessualità e del mio rapporto con Dio. E l’ho scelto anche per questo romanzo, visto che ha avuto per me la stessa funzione “terapeutica” del blog. Vent mauvais, letteralmente significa “vento cattivo”, o meglio “vento ingrato” e fa riferimento alla “Canzone di autunno” di Verlaine. Lo spunto mi è venuto ascoltando la canzone di Serge Gainsbourg “Je suis venu te dir que je m’en vais” interpretata in maniera splendida da Carmen Consoli (“Comme dit si bien Verlaine au vent mauvais”). Vivevo da poco a Trieste, e l’esperienza della bora era abbastanza forte in me da fare una semplice analogia: il sottotitolo del blog è infatti “storie di un animo in tempesta nella città del vento”. Brindisi con il suo lungomare, la sua gente, il perbenismo di un certo sud fanno da sfondo al ritorno a casa del protagonista di Marito & Marito. Ma è così difficile essere solo se stessi in questo nostro sud? È molto più semplice essere se stessi in una grande città, o forse semplicemente in una città che non sia quella dove si è nati e cresciuti. Se la città natale poi si trova al sud è tutto più difficile. Qui sono ancora molto radicati i pregiudizi, l’apparire, “quello che dice la gente”. Io, come il protagonista del romanzo e come tanti altri ragazzi, sono riuscito a vivere pienamente e serenamente la mia omosessualità solo dopo il distacco con questa realtà. Forse è stata solo questione di età, ma credo che il viaggio verso il nord abbia assunto un significato particolare per me: un viaggio verso la libertà e la verità. Il protagonista del tuo romanzo vive in pieno tutte le difficoltà di essere se stesso provenendo da una famiglia che si aspetta ansiosamente che metta su famiglia con un bel matrimonio in chiesa e conseguenti figli a carico. Credi che in una famiglia cattolica, come quella che descrivi, sia davvero più difficile far accettare ai propri cari che si è gay e che il buon Dio ci ha fatto semplicemente così? Ai nostri giorni mi pare che sia davvero difficile per una famiglia cattolica accettare un figlio gay, perché si trova divisa fra l’amore per un figlio e quello che la Chiesa continua a sparare sugli omosessuali. Un po’ è il dilemma che vive ogni credente quando si scopre omosessuale e pensa di trovarsi davanti un bivio, di fronte a una scelta netta. Bisogna avere la forza, il coraggio e – credo – anche l’illuminazione per trovare il punto di sintesi e capire che si è figli di Dio allo stesso modo e che non c’è alcuna scelta da dover fare. Ma è come un percorso ad ostacoli… Il coming out del protagonista di Marito & Marito inizia con una telefonata al cardiopalma, procede tra tanti colpi di scena e termina con un finale aperto alla speranza. Questo nel libro. Invece come è stato il tuo coming out con la tua famiglia? Spero più tranquillo… Purtroppo è stato molto simile, più di quanto avessi mai potuto immaginare. Non mi sono sposato in Spagna (ancora!) ma quando ho fatto il coming out coi miei (dal vivo), li ho messi subito al corrente della storia col mio ragazzo. La reazione è stata molto simile a quanto avevo descritto anni prima: una parte della famiglia che si sforza di capire e di condividere, un’altra che lotta coi pregiudizi e gli editti del Vaticano, un’altra ancora che si rifiuta a priori di venire a contatto con una realtà del genere e interrompe le comunicazioni. Cosa vorresti che rimanesse ai lettori del tuo scoppiettante romanzo? Che – come dice il vangelo di Giovanni – la verità rende liberi, nonostante le difficoltà che si potranno attraversare. Un assaggio da... Marito & Marito, pp. 205 -209 Quando il diluvio universale terminò, arrivarono anche le prime parole: «Figlio mio, ma perché ci hai fatto questo?». «Ma’, volevo venire da voi apposta per questo, per cercare di spiegare, di farvi capire...». «Che ti hanno messo in testa?», piagnucolava. «Allora, ora ci sediamo e facciamo un bel discorso, ok?». E come un giovane boy scout aiuta una vecchietta ad attraversare la strada, la guidai verso il divano della cucina, che aveva visto lei e mio padre ogni sera come unici protagonisti di una sit com che apparteneva al passato remoto della mia vita. «Non mi hanno fatto nessun lavaggio del cervello. Io sono così, mamma. Sono omosessuale. Sono sempre stato così. E so che per te è difficile da accettare, e ti chiedo scusa per il modo in cui ve l’ho fatto sapere... Sapevo che la reazione sarebbe stata questa e ho cercato di rimandarla quanto più tempo possibile... Però sono contento di averlo Fatto finalmente... Se ho sposato Miguel è perché lo amo e voglio passare il resto della mia vita con lui...». «Ma siete due maschi, Giacomo.., non si può!». «E chi lo dice che non si può?». «È contronatura! È immorale! È un peccato!», elencò con una sorta di agitazione. «Mamma... l’amore è un peccato?». «No, l’amore no... ma non così, Giacomo...» mi riprese, come quando ero piccolo e sbagliavo a fare qualcosa. «Questo non è amore...» «Ah no? Non è amore? E cosa sarebbe?». «Non lo so che cos’è... Un capriccio forse. Con una ragazza sarebbe amore...». «E così il sesso della persone decide il tipo di sentimento che proviamo? Mamma, non ho scelto io di essere gay e di essere attratto dagli uomini invece che dalle donne. Sono così e basta. E non posso essere diversamente. E non credo di fare del male a nessuno. Non è immorale volere bene ad una persona, indipendentemente dal sesso, e tanto meno sceglierla come compagno per la vita... Farei del male a far finta di amare una ragazza, lo capisci?». Mia madre ricominciò a piangere. E biascicò qualcosa come: «È tutta colpa mia...». Quando percepii queste parole, risposi un po’ alterato: «Colpa di che cosa, mamma? Che hai un figlio gay? Una volta per tutte: non è colpa tua, e soprattutto non c’è nessuna colpa! Non ho ucciso nessuno, non ho fatto del male a nessuno... lo vuoi capire?». «E allora perché sei così?», chiese come una bambina che ti spiazza con le sue domande semplici e assurde. «Bella domanda... Purtroppo non credo che ci sia una risposta. So solo che come ci sono quelli definiti “normali” ci sono anche quelli per cui le cose funzionano un po’ diversamente».
Lei, come nonna Gina, era stata una delle educatrici alla mia fede. Non poteva rinnegare uno dei fondamenti dei suoi insegnamenti.
|



Recensione ed intervista di 

