| Pecore e pastori. Per un laicato adulto nella chiesa cattolica |
Riflessioni di Noi Siamo Chiesa Emilia Romagna del 30 novembre 2008Il pastore "condivide la vita del gregge", ma ne è soprattutto "il capo e il condottiero", perché i sacerdoti "non devono seguire le pecore nei loro sbandamenti, ma guidarle con mano ferma". E pazienza se questa autorità "sarà vista ovviamente come un’autorità che si fonda su sé stessa, e sarà classificata come antidemocratica". Tanto la Chiesa non è una democrazia. Con queste parole il cardinale Giacomo Biffi (ndr Arcivescovo emerito di Bologna), nel suo ultimo libro Pecore e pastori, (ed. Cantagalli, 2008) liquida il rapporto tra chierici e laici che, in verità, è ben più complesso di come lo ritrae l’arcivescovo emerito di Bologna. Perché, se i fedeli "accolgono con docilità gli insegnamenti e le direttive che vengono loro dati, sotto varie forme, dai Pastori" (Catechismo della Chiesa cattolica, 87), è anche da ricordarsi - senza mai dimenticarlo - che il Magistero "’non è al di sopra della Parola di Dio, ma la serve’" (Catechismo della Chiesa cattolica, 86, che richiama la Dei Verbum 10). Ciò a cui occorre prestar fede è la Parola di Dio più che il Magistero. Che troppo spesso dimentica di essere a servizio della Rivelazione, pretendendo dal laico una preminenza di ascolto che non gli compete. E ancora, tornando alla relazione tra laici e preti, il Concilio Vaticano II, pur non superando – purtroppo - la struttura gerarchica della Chiesa, di cui non c’è traccia nel Vangelo ("I capi della nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non di semplice despotismo da parte dei chierici nei confronti degli altri membri della Chiesa, ai quali porporati come Biffi chiedono il silenzio su tutto e con tutti. Infatti, i laici "hanno la facoltà, anzi talora il dovere di far conoscere il loro parere su cose concernenti il bene della Chiesa" (Lumen gentium, 37), mentre i pastori "riconoscano e promuovano la dignità e la responsabilità dei laici nella Chiesa" ( Lumen gentium, 37) che godono di "quella giusta libertà, che a tutti compete nella città terrestre" (Lumen gentium, 37). Ossia la libertà di coscienza. Scrive il porporato: "Se qualcuno manifesta ad alta voce di voler essere considerato ‘adulto’ nella Chiesa, l’intenzione ci sembra legittima e persino encomiabile, purché egli rimanga convinto che, secondo il Vangelo, chi dentro di sé non diventa come un bambino non entrerà nel Regno dei cieli". Che dire, infine, delle parole del cardinale che accosta gli omosessuali a "maniaci che impongono a tutti una loro degenerazione mentale", con l’omosessualità vista come "estromissione di Dio"? Non vale a niente parlare di persone da rispettare quando si usano espressioni di fuoco per descrivere la natura di certi uomini e donne. Certo che, se la discriminazione prende le mosse dai successori degli apostoli, viene difficile pensare che gli stessi siano in grado di stigmatizzare certe violenze, verbali o fisiche che siano. |



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