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Bibbia e omosessualità: impariamo a non giudicare
riflessioniRiflessioni del pastore valdese Gregorio Plescan tratte dal settimanale Riforma n.48 del 12 dicembre 2008

A metà  di  novembre  (ndr dal 7 al 9 novembre a Firenze) si  è  tenuto l’annuale  convegno  della  Rete evangelica Fede e omosessualità (Refo), una delle  «agenzie  ecumeniche»  meno conosciute  ma  più  significative  –  a mio  parere  –  delle  nostre  chiese. Questo era il «convegno del decennale»:  la  Refo  è  stata  fondata  nel  1998. Un’occasione per tentare un bilancio del  rapporto  tra  le  nostre  chiese  e  il mondo gay e lesbico.
Sotto un certo punto di vista dobbiamo  ammettere  che  nell’ultimo decennio non abbiamo compiuto (ndr nelle chiese Battiste, Valdesi e Metodiste italiane) delle  svolte  clamorose  rispetto  alla  nostra  linea  di  pensiero  basata  sulla  responsabilità  personale  nei  confronti dell’etica. 
Non  abbiamo  preso  posizioni  radicali  su  temi  caldi  –  per esempio non ci siamo espressi a favore  dei  matrimoni  omosessuali.  Ci  sono  ragioni  serie  per  ciò,  e  l’Assemblea/Sinodo (ndr  V sessione congiunta dell'Assemblea generale dell'Unione cristiana evangelica battista d'Italia (UCEBI) e del Sinodo delle chiese metodiste e valdesi tenutasi a Ciampino dal 2 al 4 novembre 2007)  di un anno fa ha messo in evidenza  come  nelle  nostre  comunità vi siano pareri molto diversi che sono stati saggiamente tenuti in considerazione.  

Le  nostre  chiese  non  sono  un piccolo  angolo  di  grande  tolleranza, migliore del mondo che ci circonda. D’altro canto oggi in molte comunità evangeliche si può parlare  apertamente  di  omosessualità. Non è facile: in tutti si annida un certo moralismo e parlare di omosessualità significa accettare di ammetterlo.
È un percorso che può portare a riconoscere  le  molte  sfaccettature  della vita  affettiva  e  nessuno  può  dire  che ce ne sia un’unica ammissibile. Parlare  di  omosessualità  implica  interrogarsi sul nostro modo di interpretare la  Bibbia:  quali  «occhiali  spirituali» inforchiamo  per  leggerla?  Molti  considerano la Scrittura come un «contenitore  di  ricette»  da  applicare  alla realtà,  anche  quando  essa  rispecchia situazioni  molto  lontane  nel  tempo, un  mondo  difficilmente  comparabile al  nostro. 
Invece  «conformare  la  nostra vita alla Bibbia» non significa fingere  di  vivere  al  tempo  di  Gesù,  ma fare  lo  sforzo  per  accostare  le  situazioni  di  cui  parla  la  Bibbia  a  quelle che sperimentiamo: ammettere che la verità  va  cercata  giorno  per  giorno, non rivelata una volta per tutte. È un’operazione  impegnativa  ma utile  per  affrontare  anche  altre sfaccettature del rapporto fede e vita, non solo quelle etiche.

Le chiese tendono  a  presentarsi  «sopra  le  parti», ma  in  realtà  i  rapporti  che  vi  si  instaurano  sono  generalmente  lo  specchio  dei  valori  della  società  in  cui  si trovano: anche tra di noi vi sono modi di pensare ai rapporti reciproci basati su leggi non scritte ma vincolanti. Aprirsi a discussioni sull’omosessualità  è  utile  anche  a  chi  non  è  né gay,  né  lesbica,  perché  significa  accettare di discutere i diversi modi di concepire  la  propria  esistenza. 

Questo cammino è appena iniziato e non compiuto:  il  giorno  in  cui  impareremo a pensare agli altri come a persone che Dio ha amato e per cui Gesù è morto sulla croce – senza pregiudizi di vario genere – deve ancora arrivare.  Ma  la  parola  del  vangelo  mette l’accento sulla salvezza e non sul giudizio:  tutti  dobbiamo  metterci  all’ascolto  e  a  nessuno  è  permesso  di sentirsi «naturalmente nel giusto».