| Chiesa cattolica ed omosessualita’: un altro passaggio di una vicenda controversa |
|
La Francia, per azione della sottosegretaria francese al ministero degli Esteri con delega ai Diritti Umani, Rama Yade, si propone di portare a dicembre presso l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite una proposta di decriminalizzazione universale dell'omosessualità, che figura ancora come reato in 91 paesi del mondo. In alcuni di tali paesi la pena comporta prigionia, torture, morte. Mi sarei aspettato un'adesione anche da parte del Vaticano, dal momento che il Catechismo, sulla base del documento Persona Humana (1975) e del Magistero degli anni seguenti, condanna gli atti violenti e di discriminazione nei confronti delle persone omosessuali. Da una parte c'è la realtà dell'esistenza di soggetti che vivono la condizione - minoritaria nei numeri - dell'omosessualità e il rispetto loro dovuto in quanto persone, come il Vangelo richiede con forza a partire dalla considerazione che si tratta spesso di marginalizzati, disprezzati, fatti oggetto di violenza; dall'altra il problema che gli atti conseguenti a tale condizione sono considerati inaccettabili, espressione di un grave disordine della persona stessa.
MESSI ALLA GOGNA? Tornerò più avanti su questo passaggio, ma in prima analisi non si capisce il nesso tra una realtà che può comprendere una dimensione di peccato - anche il magistero riconosce che non è una condizione che si possa scegliere (si può evitare di essere omosessuali?) - e l'idea che tale realtà sia considerata un reato che comporta pene durissime. Anche l'adulterio è un peccato, ma la Chiesa cattolica non si è opposta al fatto che lo si depennasse dai reati nei vari codici legislativi, prima europei, poi di altre nazioni. Ma qui subentra un altro ragionamento, di cui si fa interprete mons. Celestino Migliore, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite: la depenalizzazione dell'omosessualità “porterebbe a nuove discriminazioni, in quanto gli Stati che non riconoscono le unioni gay verranno messi alla gogna”. Torna lo spettro delle unioni civili: la Chiesa cattolica affronta la questione senza far distinzioni tra coppie omosessuali e coppie eterosessuali, ma si comprende bene la principale contrarietà nei confronti delle prime. Se per le coppie etero potrebbe valere la questione dell'esistenza del matrimonio, che già comporta una piena definizione dei diritti ma anche dei doveri (che in parte vengono negati con altre formule di riconoscimento del vincolo: si pensi al dovere della stabilità del vincolo stesso, di vantaggio per la collettività e le famiglie), per quelle omosessuali la mancanza di una legge pone il rischio del non rendere possibili diritti quasi primari (in ambito medico o assistenziale, per esempio).
DIRITTI E PRINCIPI Si sta creando un conflitto sempre più determinato tra etica dei diritti ed etica dei principi; problematica destinata ad ampliarsi, perché sempre più la ricerca personale di senso colliderà con una visione etica che pone la questione della rinuncia e della censura. Se questo è semplice da spiegare su dimensioni collettive - nella dinamica della relazione sociale, per esempio: la ricerca del bene comune mette in secondo piano le mie esigenze individuali -, è assai più difficile da motivare sul piano del sentimento e dell'amore. Perché rinunciare alla felicità di un amore se la persona amata ha un vincolo precedente, che però è terminato con la scelta operata da una persona terza, che ha distrutto sul piano pratico tale vincolo? Perché rinunciare a vivere la gioia della genitorialità, anche se questo comporta un intervento medico che la Chiesa considera inaccettabile? Perché rinunciare a un amore che orienta verso una persona considerata sbagliata, ma per chi non è attratto da quelle del suo stesso sesso, come accade a coloro che, senza averne colpa, vivono tale condizione? Non penso che il compito morale della Chiesa sia pensare e decidere al posto di qualcun altro, semmai essere un riferimento di confronto, che ha la saggezza di valutare la distanza dei principi dagli eventi concreti della vita. Senza per questo rinunciare a un alto prospetto etico: ma impedendo che esso diventi più importante delle persone stesse e la loro piena realizzazione esistenziale, come indica Gesù nel porre la questione del sabato, in sintesi della legge mosaica, che a servizio dell'umano, non deve mai diventare gabbia che lo rinchiude. Ritengo che in chiave pastorale bisogna ricominciare soprattutto ad ascoltare le persone, vivendo la fatica del caso singolo, dell'accompagnamento delle persone in un cammino di ricerca della consapevolezza, nel tentativo di dare strumenti di discernimento sempre più efficaci. Per imparare a scegliere non un proprio bene generico, ma un bene autentico e condiviso. Certo, questo comporta la fatica della mediazione, perché ascoltare è anche prendersi carico, avere la pazienza dei fallimenti reciproci, tentare senza sicurezza di risultato la via che porta alla consapevolezza e la liberazione. È molto facile introdurre principi e lasciare le persone da sole davanti ai problemi che derivano dal metterli in pratica: si veda la polemica di Gesù nei confronti dei farisei, che imponevano, senza nel contempo prendersi carico a loro volta delle fatiche di vita. Una morale che appesantisce e non consente libertà, perché non sa educarla, non è degna del Vangelo: come pure quella tessuta di negazioni, che non produca gioia né l'aiuti a radicarsi nell'amore e nello Spirito.
E LA COSCIENZA? È proprio impossibile fidarsi della coscienza personale? Siamo proprio sicuri che le persone sono così orientate al male, al disordine, alla cattiveria? Il mondo è così malato da contraddire e vanificare la consegna che il Cristo fa di sé stesso agli esseri umani che lo compongono? Serve dipingerci un mondo più negativo di quanto non lo sia realmente? O sarà che non si riesce più a guardarlo con gli occhi di misericordia del Dio della vita? Le titubanze con cui si interviene sul piano delle scelte economiche e degli stili di vita dicono qualcosa sulle difficoltà nell'affrontare questo aspetto della contemporaneità, insieme all'altro grande tema della tecnologia. L'uso degli organismi geneticamente manipolati (OGM) non è ancora stato affrontato dal magistero, ma appellandosi allo stato di natura si continua a condannare i rapporti omosessuali.
NON SOLO PRESENZE SILENZIOSE Il Cristo porta un annuncio di misericordia che si traduce in attenzione, sollecitudine, ascolto attento del dramma e della potenzialità; e ciò soprattutto verso coloro che vengono additati pubblicamente come fuori regola, esclusi dalla normativa dei canoni dominanti. La presa di posizione sopra riportata scava solchi, non esprime certo quella cura che pure i documenti del Magistero richiedono verso persone la cui dignità viene negata, a prescindere da quel che si ritiene degli errori eventuali che stanno commettendo. Non si può continuare a stigmatizzare un comportamento umano nella relazione affettiva come una deviazione patologica, giudicare negativamente a priori un sentimento quando si tratta di persone consapevoli. È davvero necessario irrigidire la dottrina contro le persone, mettendole di fronte alla condanna di atti che ritengono essenziali per concretizzare il loro sentimento? O non è più importante concentrarsi sulla verità del sentimento, che definito con onestà di coscienza, non porterà che ad atti rispettosi dell'identità umana, perché posti con retta intenzione? Sono questioni già affrontate sulle pagine di “Mosaico di pace”, quando pubblicammo un dossier su Chiesa cattolica e omosessualità: allora furono occasione di un dibattito tra i lettori, acceso e per certi aspetti non risolto. In quella circostanza affermavo che una rivista come la nostra non ha volontà, tanto meno potere, di cambiare la dottrina cattolica: in quel numero ci limitavamo a fornire - quindi nel contempo, a richiedere - uno spazio di espressione e di comunicazione, come nel nostro stile. Non posso che ripetere quanto già affermato allora: la Chiesa cattolica deve mettersi in ascolto di chi vive la condizione omosessuale, non può negarsi a un confronto. Stavolta però ciò non mi basta: la gerarchia cattolica deve aprire un laboratorio di confronto e di analisi che abbia il coraggio di porsi il problema di cambiare le indicazioni morali a riguardo.
NUOVE REGOLE MORALI La moralità di un atto non sta in un principio disincarnato, ma in una attenta riflessione su intenti, motivazioni, conseguenze. Il tutto alla luce della coscienza, in dialettica, certo, con i principi ecclesiali, alla ricerca della verità dello Spirito. Ma non è più il tempo di ascrivere le questioni di morale sotto le rubriche “dentro” o “fuori” la Chiesa. Impariamo la saggezza neotestamentaria del Sinodo di Gerusalemme di cui parlano gli Atti degli Apostoli: la continua, prioritaria ricerca della comunione; e la capacità e il coraggio di pensarsi su linee anche diverse per gli aspetti della vita ecclesiale che non siano quelli strettamente dottrinali, dell'identità di fede. È la sfida delle reciprocità, del confronto tra le diversità. Storicamente non è mai avvenuto che ciò abbia prodotto confusione dottrinale o sincretismo. Mi appello alle autorità teologiche: si tratta di avere fede nella capacità della Chiesa di rimanere fedele ai propri presupposti, nel coraggio però di modificare gli elementi della dottrina morale quando essa non è più confacente a quanto conosciamo dell'umano. Il linguaggio di esclusione non si adatta alla Chiesa: mi terrorizza una comunità cristiana che confonde la volontà di mediazione con la mancanza di un'identità definita, che non riesce a leggere storia e realtà con gli occhi della tenerezza nei confronti dell'umano, che non sa più ascoltare, che non crede alla reciprocità possibile grazie allo Spirito che Dio dona in piena libertà, senza alcuna riserva. Perché tutto ciò che vive sia pedagogia di pace e di beatitudine. “Una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio” (Luca 6,38). La misura con cui misuriamo è quella con cui saremo misurati… il pensiero non ci dia angoscia ma solo grande fiducia nella capacità divina di accogliere e vivificare. Così è la sua giustizia. Che abbia davvero pietà della nostra poca volontà di farne per tutti. |



Riflessioni di don Andrea Bigalli tratte da