| Il Gesuita Michael Kelly: “contro l'AIDS poniamo fine alla criminalizzazione dell’omosessualità” |
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Lusaka (Zambia). L’attivista zambiano contro l’AIDS e sacerdote gesuita, Michael Kelly, invoca la decriminalizzazione delle relazioni tra lo stesso sesso e sostiene che l’esistenza di leggi che proibiscono tali relazioni alimentano la diffusione dell’HIV. “L’incessante predominanza di tali leggi ha portato la gente ad avere relazioni con lo stesso sesso in clandestinità e ha reso testarde le autorità sul fatto che anche i detenuti facciano sesso in prigione”, ha raccontato Kelly durante un seminario sul ruolo dei media e sull’impegno parlamentare circa l’HIV e l’AIDS, tenutosi nella capitale zambiana il 17 marzo 2009. Il sacerdote ha affermato che invece di “criminalizzare” l’orientamento sessuale, i paesi dell’Africa meridionale dovrebbero seguire l’esempio sudafricano e legalizzare le unioni gay”, per assicurare non solo l’accesso alla prevenzione e alle cure mediche ma anche l’impegno di questa gente e di questi detenuti nella lotta contro il contagio”. Successivamente, Kelly ha puntualizzato all’Ecumenical News International, “Non sto dicendo di essere a favore del sesso tra uomo e uomo”. Il seminario di Lusaka è stato organizzato dalla tribuna parlamentare dalla Southern African Development Community e da Panos, un network di informazione e comunicazione. Originario di Tullamore in Irlanda, Kelly vive e lavora in Zambia da più di 50 anni. È professore emerito di pedagogia all’Università dello Zambia dal 2001 e ha anche giocato un ruolo importante in veste di consulente sull’AIDS nelle sedi delle Nazioni Unite, della Banca Mondiale, nei governi africani e del resto del mondo. Nel discorso tenuto durante il suo seminario, Kelly ha affermato che la priorità dovrebbe essere data all’accesso alla prevenzione e alle cure mediche anziché alla legislazione contro le relazioni tra lo stesso sesso, e si è autodefinito sostenitore della distribuzione di preservativi ai detenuti. Egli sostiene anche di essere preoccupato del “pugno di ferro” da parte dell’Africa, dei Caraibi, dell’America Latina e di alcuni paesi dell’Asia per introdurre leggi che sanciscano come reato la trasmissione dell’HIV o l’esposizione di altre persone al virus. Nel descrivere tale mossa come legittima nel caso in cui donne o bambini venissero infettati per violenza sessuale, Kelly sostiene che l’applicazione della pena per la trasmissione dell’HIV sarebbe controproducente. Ha aggiunto che ciò “non porterebbe alla giustizia e non arresterebbe la trasmissione del virus. Anzi, criminalizzare la trasmissione dell’HIV potrebbe addirittura favorire le condizioni che danno un enorme contributo alla stessa trasmissione, vale a dire la stigmatizzazione di coloro che sono infetti da HIV, il silenzio, l’ignoranza sullo stato personale della malattia, e aumenterebbe la vulnerabilità delle donne”. Egli ha affermato, “le cattive leggi come i preservativi difettosi e il materiale sanitario rischioso contribuiscono a diffondere il virus”. Testo originale: Jesuit AIDS activist says, end criminalisation of homosexuality |




