Come parliamo del genere di Dio?

Testo di Davis Roberts pubblicato su Queer Grace – Encyclopedia per Cristiani LGBTQ (USA), liberamente tradotto da Silvia Lanzi

Cos’è un linguaggio inclusivo per Dio? Il linguaggio inclusivo per Dio è un linguaggio che tenta di usare e includere le esperienze di ogni persona e di ogni gruppo: di solito gruppi e/o persone che sono state oppresse o in qualche modo ignorate da una tradizione teologica ed ecclesiastica spesso patriarcale. Esso può includere i tentativi di teologhe femministe di normalizzare l’uso del femminile per Dio nella liturgia e nella teologia. Un altro esempio è il lavoro dei teologi queer che cercano di creare occasioni in cui si possa parlare di Dio anche per dare dignità all’esperienza queer.

Cos’è un linguaggio espansivo per Dio?

Per farla semplice, il linguaggio espansivo per Dio è un linguaggio del divino che va al di là di Lui (inteso come genere maschile). Un linguaggio espansivo per Dio cerca di trovare un modo di parlare di Dio che sia più ampio nel suo scopo e nel suo intendimento. Alcuni esempi di tale linguaggio si trovano in certi eco-teologi o nella spinta a trovare un linguaggio femminile (o comunque non maschile) per Dio, come si vede spesso nella teologia femminista. Comunque, è importante notare che, mentre il linguaggio inclusivo è intrinsecamente espansivo, non è vero il contrario. Questo è un distinguo importante per capirli – infatti sebbene spesso coincidano non sono però intercambiabili.

Perché ha importanza il modo in cui si parla di Dio?

Il modo di esprimersi importa per varie ragioni:

  1. Permette alle persone di essere, e sentirsi, parte della teologia. Questo è importante particolarmente per chi, storicamente, non è stato rappresentato e anche bistrattato dalla Chiesa e dalla teologia tradizionale. Quando si espande il linguaggio usato per Dio fino a raggiungere le esperienze da loro vissute, essi diventano parte della teologia. Potersi rispecchiare in Dio o nel carattere di Cristo è un elemento molto potente della teologia ed è in grado di farci sentire benaccetti nella Chiesa.
  2. Ci sono molte persone a cui il linguaggio maschile di Dio non ispirà né timore né devozione. Per alcuni, l’idea di un Dio Padre può evocare ricordi di un’infanzia dolorosa, abusata, di una figura paterna assente. Dal momento che il linguaggio usato per Dio rischia di intromettersi tra l’esperienza di comunione con Lui o con gli altri, molti teologi dovrebbero riconsiderare la rigidità con cui la tradizione ecclesiastica usa questo tipo di linguaggio.
  3. Per molte persone, è importante parlare di Dio coerentemente al linguaggio usato nella Bibbia. Di Lui, nel libro sacro, ci sono immagini femminili, maschili eprivedi genere o con altri generi. Per questi, la teologia predicata dal pulpito dovrebbe riflettere onestamente le parole della Bibbia. Omettere intenzionalmente e con vigore un certo linguaggio per parlare di Dio potrebbe dire non presentare onestamente le Scritture.

Come si parla di Dio nella Bibbia e nella tradizione della Chiesa?

Lungo tutta la Bibbia ci si riferisce a Dio come ad un uomo o ad un padre, così molti esempi della tradizione che lo qualificano come maschio o Padre, hanno uno sfondo bibblico. Possiamo trovare diversi esempi: Salmi (68:5, 24:10), Proverbi (3:12), e anche le parabole di Gesù (Luca 15:11-32). Comunque, questa tradizione di teologia androcentrica spesso mette in ombra alri modi per definire Dio che si trovano sempre nelle Scritture. Per esempio, Dio come madre (Deuteronomio 32:18, Isaia 42:14), come una chioccia che protegge i suoi pulcini (Matteo 23:37), e anche come una donna che cerca con foga la moneta persa (Luca 15:8-10). Ci sono anche esempi di un linguaggio senza genere o queer, insieme ad immagini non umane, come il Dio androgino della creazione di cui hanno discusso i teologi (Genesi 1:27-28) o il suo presentarsi come una colonna di fuoco o di fumo nell’esodo (Esodo 13:21). Il fatto che nella Scrittura possiamo trovare un linguaggio maschile e femminile per parlare del divino è la prova che ridurre il modo di parlare di Dio al solo maschile non si basa su una nozione biblica.

Ciò che si trova spesso nella tradizione ecclesiastica è l’enfasi posta nei testi biblici ad un linguaggio maschile. Un esempio molto chiaro si trova nel credo di Nicea. Le sue prime quattro frasi mostrano cosa di Dio crede la Chiesa, e cioè in “un Dio Padre onnipotente”. Già nelle prime due righe c’è il genere di Dio che si desume da questo credo, che forma la teologia e la tradizione che si basano su di esso. La tradizione ecclesiastica s’è fatta un punto d’onore enfatizzare il linguaggio maschile per Dio a scapito di quello più espansivo offerto anche dalle Scritture cristiane. Ci può essere una buona ragione, come avere un solo modo di parlare di Dio per evitare confusione o controversie, o di rendere il messaggio che si cerca di dare più efficace proprio perché su usa un linguaggio patriarcale. Comunque, oggi questi motivi non reggono più. Le persone stanno lasciando la Chiesa perché Dio, com’è dipinto adesso, non parla né a loro né alla loro esperienza. Alla luce della tradizione biblica e dei bisogni del gregge, si deve ridiscutere la tradizione.

Cos’hanno da aggiungere i mistici cristiani all’immagine di Dio?

Nella storia della Chiesa, i mistici offrono la possibilità di pensare a Dio al di là di un’immagine esclusivamente maschile. Due mistici che nei loro scritti presentano chiaramente un linguaggio espanso del divino sono l’inglese Giuliana di Norwich (1342-1416) e lo spagnolo Giovanni della Croce (1542-1591).

Mentre soffriva per una malattia particolarmente debilitante, Giuliana di Norwich ebbe sedici visioni di Dio, che scrisse nel suo libro Rivelazioni del divino amore. Le rivelazioni mostrano Dio e come egli si comporta e ha cura della creazione. Una di queste rivelazioni mostra la premura di Gesù per l’umanità. Giuliana usa un modo di porsi radicale per la teologia cristiana, riferendosi a Gesù come a nostra madre, paragonando il dolore e la sofferenza della Croce che ci porta nella vita vera, ai dolori di una madre in travaglio che da alla luce la sua creatura (Rivelazioni del divino amore, testo lungo, sezione 59), Di più, nella stessa sezione del testo dichiara che vedere Dio solo come nostro Padre è vederlo in modo incompleto, dal momento che la Materna comprensione di Dio è ugualmente necessaria per una sua vera conoscenza. Ecco cosa dice:

“Dio è nostra madre proprio come è nostro padre; e lo mostra dappertutto, specialmente nella dolcezza delle sue parole, quando dice, ‘Io sono io’, vale a dire ‘Io sono io: la potenza della bontà e della paternità. Io sono io la saggezza della maternità. Io sono io: la luce e la grazia di un amore benedetto'” (Rivelazioni del divino amore, testo lungo, sezione 59),

Anche san Giovanni della Croce usa l’immagine della madre per presentare Dio ai suoi lettori. Per san Giovanni si può paragonare Dio che elargisce la grazia agli esseri umani ad una madre che allatta il suo bimbo (La notte oscura dell’anima, libro 1, capitolo 1, sezione 2), dove presenta un’immagine di Dio che ci nutre dal suo petto. Comunque, ad un certo punto, nostra madre dovrà svezzarci e darci la possibilità di fare le nostre esperienze. Ma anche quando ci allontaniamo dalla sua grazia, lei continua ad essere al nostro fianco, guidandoci nelle nostre vite, compiacendosi delle gioie dei suoi figli e condividendo le loro pene. San Giovanni della Croce enfatizza alcuni tratti che trova in Dio e che sono tipicamente associati alla femminilità e alla maternità. Giuliana capisce che Dio è in tutte le cose, inclusa la femminilità. Di più, in tutta la sua opera, la mistica di Norwich, continua a riferirsi a Dio come a “Lui”, usando, per caratterizzarlo, anche la parola “Madre”, presentando un modo di vedere Dio e la sua relazione con l’umanità unico.

Cos’hanno aggiunto i teologi contemporanei al modo di parlare di un linguaggio espansivo e inclusivo?

Molti teologi hanno tentato di offrire un discorso su Dio che andasse al di là della terminologia tradizionale di stampo maschile. Durante il XX secolo, nel paesaggio del confronto teologico, sono emerse molte teologhe, alcune delle quali si definivano “tealoghe” (optando per il femminile invece del maschile). Molte di queste donne hanno cercato di parlare di Dio in modi che non si limitassero ad una comprensione maschile del divino. Per esempio, Rosemary Radford Reuther ha mostrato la differenza tra “Dio/Dea” – presentando un modo di esprimersi su Dio che includesse maschile e femminile. I laici non hanno mai tenuto conto di questo modo di pensare. Altre intellettuali femministe, come Mary Daly, sono su posizioni politiche più radicali. Nel suo testo, ormai classico, Al di là di Dio Padre, la Daly tratteggia la sua posizione, e cioè che l’organizzazione-chiesa e lo stesso dio-metodo siano al di là della redenzione, paragonando le donne che chiedono l’uguaglianza nell’organizzazione-chiesa ad una pesona di colore che la domandi al Ku Klux Klan. In questo testo sprona le donne a lasciarsi alle spalle l’organizzazione-chiesa e il dio-metodo e a iniziare a pensare con la propria testa – a lasciare tutte insieme la religione organizzata. Questo pensiero è molto in linea con lo spirito filosofico femminista del periodo, la cosiddetta “terza ondata di femminismo” in cui molte donne iniziavano a chiedere alle altre donne spazi di sviluppo, lontani dal patriarcato che influenzava così spesso le idee della società. La Daly non lasciò la sua fede, ma chiese, a nome di tutte le donne, una radicale revisione di “Dio”.

Costruendo sull’edificio delle teologhe femministe, anche i teologi queer hanno offerto modelli differenti con i quali le persone al di fuori della teologia eteronormativa e cissessista possono parlare di Dio. Nel suo libro Radical Love, uno dei primi a riunire in un solo testo le idee della teologia queer, il reverendo Patrick Cheng offre diversi modi in cui le persone queer possono parlare di Dio. Per esempio, spiega che dalla rivelazione nel roveto ardente dalla stessa bocca di Dio “Io sono colui che è”, all’incarnazione di Gesù Cristo, si può vedere come Dio faccia coming out, similmente a quello che fa una persona queer. Dal momento che Dio è avvolto nel mistero, le persone queer possono pensare a lui come qualcuno di nascosto. Chen paragona la rivelazione che Dio fa a noi al coming out stesso, dicendo “queste sono tutte le cose che si dicevano di me prima, ma ecco quello che sono davvero. Sono Dio”. Per questo le persone queer possono vedere Dio come uno di loro, come qualcuno che è stato frainteso ed etichettato in modo sbagliato e ha bisogno di mostrarsi com’è davvero. Le persone queer sono invitate a parlare di Dio come uno di loro, un Dio queer.

Altri teologi queer hanno mostrato modi di parlare di Dio al di là del genere binario. Virginia Mollenkott ne parla nel suo libro Omnigender in cui discute che, a motivo delle diverse espressioni di genere della creazione, non si può semplicemente dichiarare che Dio sia maschio o femmina. Piuttosto, in linea con il titolo del libro, la Mollenkott pensa che dovremmo vedere Dio come omnigender – un Essere che raccolga in sé tutte le identità e le espressioni di genere. Perciò dobbiamo abbandonare una teologia che sia strettamente legata ad un solo genere. Piuttosto dovremmo accogliere, come dice la stessa teologa “Dio nella sua accezione femminile, Dio nella sua accezione maschile, Dio nella sua accezione neutra”.

 

Testo originale: How do we talk about God’s gender? per te

 

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