Quale visibilità per i credenti omosessuali?

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Riflessione di don Domenico Pezzini tratta da Acqua di Fonte, n.46 del Febbraio 2008

Tra le tante realtà che di questi tempi sono diventate più visibili c‟è sicuramente anche il mondo omosessuale. È una visibilità che assume forme e colori molto diversi. C‟è quella, chiassosa, del gay pride, e quella, più discreta, dei gruppi di credenti omosessuali. 
Un punto di polemica tra i gruppi stessi, con quelli più visibili che accusano gli altri gruppi di essere catacombali.  La domanda è: abbiamo bisogno che gli altri ci “vedano”? Sì e no. Che è come dire che la visibilità, come molte altre cose, non è necessariamente una cosa buona o cattiva in sé. Dipende.

 

 
 
 
All‟inizio dell‟era moderna fu il Cogito, ergo sum, “penso, dunque esisto”, di cartesiana memoria. E l‟illuminismo, che contrassegna quell‟epoca, fu chiamato l‟età della ragione. Poi, con la rivoluzione sessantottina arrivo un nuovo slogan: Coito, ergo sum. Non è un errore di stampa e non c‟è neanche bisogno di traduzione.

Da qualche anno a questa parte, con una rivoluzione meno rumorosa ma non meno devastante è arrivato il Videor, ergo sum, che vuol dire “appaio, dunque sono”. La formula latina è anche più chiara, perché risulta quanto mai evidente che a creare questa nuova consapevolezza della propria identità è, appunto, il video, la TV.

È già stato scritto moltissimo sull‟argomento, e del resto è sotto gli occhi di tutti quanto diffusa sia la bramosia di essere visti, tanto che anche nelle più solenni liturgie di piazza San Pietro appena qualcuno si accorge di essere inquadrato dalle telecamere comincia ad agitare il braccio e ad attirare in mille modi l‟attenzione, di quelli di casa, si spera (a tutti gli altri, infatti, che importa?), che potranno dire tutti eccitati: l‟ho visto/a!, ma non è detto ci si fermi lì.

Sono intervenuti, e intervengono, analisti, sociologi e psicologi, e hanno stabilito che questo bisogno di visibilità è direttamente proporzionale al diffuso senso di anonimato che pervade le moderne società globali e urbanizzate. Sarà. Certo, nel mondo del villaggio rurale e della città medievale il problema di come essere visibili non si poneva: se mai c‟era quello di nascondersi e sparire. 

Sarebbe troppo facile fare dell'ironia, ma questo non è l‟intento della nostra riflessione. Che è invece partita da una richiesta, assunta poi come tema dell‟incontro-ritiro di Torrazzetta: la visibilità, appunto, tema che, problematizzato, diventa immediatamente una domanda: quale visibilità?

Cominciamo pure dalla storia: tra le tante realtà che di questi tempi sono diventate più visibili c‟è sicuramente anche il mondo omosessuale. È una visibilità che assume forme e colori molto diversi. C‟è quella, chiassosa, del gay pride, e quella, più discreta, dei gruppi di credenti. 

C‟è quella portata in luce da una serie di film, secondo una gamma che va dalla chiave umoristica genere “vizietto” a quella drammatica centrata sull'Aids, con, in mezzo, finalmente, anche qualche situazione meno esasperata.

La letteratura ci ha messo del suo, offrendo sempre più personaggi che potremmo definire normali, in saggio equilibrio tra il riso e la tragedia, questo anche grazie allo scritto che, a differenza del mezzo televisivo-cinematografico, soffre meno la pressione e la velocità delle immagini, e permette dunque un‟articolazione maggiore dei problemi e delle situazioni, con l‟effetto di trasmettere una visione sicuramente più vicina alla realtà.

In questo panorama i gruppi credenti, nati a partire dall‟inizio degli anni ottanta, sono potuti essere analizzati secondo un parametro che ha proprio nella maggiore o minore visibilità il suo centro.

Ne scrivevo già nel 1990 (Famiglia Oggi n. 47, pp. 45-53), argomento ripreso dieci anni dopo nel volume a cura di J. Gafo, Omosessualità, un dibattito aperto (Assisi 2000, pp. 313-329). Allora parlavo di gruppi 'introversi', primariamente centrati sulla formazione delle persone, e gruppi „estroversi‟, più preoccupati di far cambiare l‟atteggiamento della Chiesa e della società.

Devo dire che questo aspetto è stato, ed è ancora, un punto di polemica tra i gruppi stessi, con quelli più visibili che accusano gli altri gruppi di essere catacombali. In realtà conviene ricordare che per i gruppi come La Fonte e altri consimili non si tratta di scegliere il nascondimento e la clandestinità. 

Ci troviamo da sempre in ambienti cattolici, parrocchie e altro, dove è noto chi siamo; ci esprimiamo pubblicamente con un giornalino come questo, inviato anche a importanti agenzie di stampa cattolica; mandiamo documenti e interventi alla Chiesa: sicuramente chi vuole sa dove e come trovarci, soprattutto nell'era di internet.

Se c‟è una differenza questa è che non facciamo della visibilità una preoccupazione primaria, come se la funzione del gruppo fosse anzitutto quella di far cambiare la testa alla gente. Questo è sicuramente una delle cose alle quali teniamo, perché i gruppi sono sorti esattamente come risposta a una sensazione di disagio, per non dire altro, che portava l'omosessuale credente a non sentirsi propriamente a casa nella sua Chiesa.

La prima cosa alla quale teniamo, però, resta il cammino di formazione personale e la crescita nella qualità delle relazioni anzitutto all'interno del gruppo, e poi nel mondo che ciascuno di noi frequenta. La domanda è: abbiamo bisogno che gli altri ci “vedano”?

Sì e no. Che è come dire che la visibilità, come molte altre cose, non è necessariamente una cosa buona o cattiva in sé. Dipende. Vale del gruppo quello che vale della persona. C‟è una visibilità indispensabile fin dal principio per costruirvi sopra il senso della propria identità. Si pensi a quanto il bambino, inconsciamente, ricava in termini di sensazione di esistere, e di contare, dai ripetuti sguardi che la mamma gli rivolge. 

E la cosa continua: io esisto se qualcuno mi guarda, che è quanto dire se qualcuno mi conosce, mi apprezza, mi ama, mi cerca. Se sono guardato solo dalla mia immagine riflessa nello specchio, il mito antico di Narciso mi dice che quella è la strada della morte: scompaio, mi annullo, non sono.

Questo vale anche del gruppo di appartenenza, soprattutto se esso è costruito a partire da una parte importante della propria identità. Quanto detto sopra si può dunque applicare anche ai gruppi di omosessuali credenti, che chiedono e cercano visibilità almeno nella Chiesa. Forse la differenza sta nei toni e nei modi. 

Se si “pretende” di essere visti, se il tono si alza troppo e diventa accusatorio e aggressivo nei confronti di chi “non vede”, o, peggio, “non vuole vedere”, il rischio è di compromettere proprio ciò che si vorrebbe ottenere. Io sono felice se qualcuno si accorge di me e mi guarda. 

La cosa ha certo meno significato se “mi faccio notare” perché grido, mi agito, mi dispero. E uno sguardo ottenuto per una via squilibrata rischia di essere uno sguardo difettoso.

C‟è una visibilità che vuole imporsi, e ce n‟è una che consiste semplicemente nel non nascondersi. C‟è una visibilità che funziona entro rapporti amicali, familiari, magari anche di lavoro, e ce n‟è una che vorrebbe l‟approvazione della società o del mondo intero.

La prima è necessaria, salutare, e oggi sembra sia più facile raggiungerla di quanto non fosse tempo fa. La seconda appartiene a fenomeni largamente ingovernabili, di lunga durata, senza la quale si può vivere benissimo senza drammi. Oltretutto è solo pleonastico ricordare che se per caso qualcuno sognasse una visibilità/approvazione univoca e universale è meglio che si prenoti per un viaggio sulla Luna.



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