| Vivere la vita diversamente. Quattro gay musulmani si raccontano |
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Rafik, ventinovenne e algerino. Il suo lui, Mohamed, trentaquattrenne, ha lasciato il Marocco, la famiglia e una moglie da cui ha divorziato. Abdul, venticinquenne, nasce a Montreal da padre marocchino e da madre francese. Hassan, ventunenne, libanese, arrivato in Quebec per gli studi universitari. Sono quattro gay musulmani che hanno accettato di raccontarsi e di spiegare come vivono la loro identità sessuale, culturale e religiosa.
Rafik, ventinovenne e algerino, è arrivato nel Quebec venti anni fa. Lavora all’assistenza alla clientela per una società di telecomunicazioni e si considera completamente integrato nella società del Quebec. Il suo lui, Mohamed, trentaquattrenne, ha vissuto in Francia dopo aver lasciato il Marocco, la famiglia e una moglie da cui ha divorziato. Abbiamo chiesto loro di rispondere alle nostre domande e di spiegare come vivono la loro identità sessuale e culturale.
Hassan: E’ un desiderio naturale, ora fisico ora affettivo, ma che vivo nella massima discrezione. Abdul: Ho saputo giovanissimo di essere omosessuale: non sono mai stato attratto dalle donne, ma non l’ho accettato che verso i miei sedici diciassette anni. Per me, non è che un aspetto della mia vita. Certo, non e’ il nocciolo. Detto questo, mi sento unito alla comunità gay. Esco per i bar della città almeno due volte al mese; faccio e mi faccio fare le avances, etc. Sono andato al corteo del Gay Pride l’anno scorso. Ma a lavoro o in famiglia, non parlo spesso di tutto questo. Mohamed: Presto saranno tre anni che sto insieme a Rafik e vivo bene, invece, da pochissimo tempo, con l’idea di essere omosessuale. Rafik: Da parte mia, non ho vissuto quello che Mohamed ha descritto.Ho capito subito e senza strazio che ero attratto dagli uomini. Sapevo, per dirla in maniera semplice, che non bisognava parlarne, la cosa era tabù, specie nella mia famiglia.
Rafik: I miei genitori non sanno che sono gay e saperlo li scoccherebbe. Sono convinto, comunque, che non capirebbero. L’omosessualità, per loro, si riassume nella sodomia. Il che non ha niente da spartire con un sentimento d’amore. Mohamed: Quando ho deciso di lasciare la donna con cui ero sposato, mi sono recato a casa dei miei genitori per annunciar loro la mia omosessualità. E’ stato molto difficile. Abdul: Fare il proprio coming-out è sempre difficile, ma lo diventa ancor più quando si è musulmano.Nella società maghrebina, l’omosessualità è tabù. Quando se ne parla, si è semplicemente esclusi. Hassan: Io, purtroppo, non ho ancora fatto il mio coming-out con i miei genitori o con la mia famiglia per delle ragioni culturali e religiose.
Mohamed: Nel maghereb è più facile che qui avere rapporti sessuali con uomini, poco importa se eterosessuali o meno. E’ un fatto culturale! E’ molto più facile portarsi a letto un uomo che avere un rapporto sessuale con una donna prima del matrimonio. Abdul: A quindici anni, mentre ero in vacanze nella famiglia di mio padre, ho avuto una storia d’amore con mio cugino. Poi, lui si è sposato come tutti gli uomini della mia famiglia. Rafik: Nel mio paese d’origine, in Algeria, si può facilmente andare a letto, finché si è giovani e celibi, con altri ragazzi. Diventa più difficile dopo i trenta anni circa. E a Algeri, che è una città moderna di più di due milioni di abitanti, non si può esporsi come coppia e ancor meno vivere a due. Hassan: Avere rapporti sessuali, forse in maniera più facile con altri uomini, anche nei paesi più religiosi come quelli del Golfo, non significa praticare l’omosessualità alla maniera occidentale.
Rafik: Queste discriminazioni sono sempre esistite. Quello che è recente, è la loro diffusione conocenza oltre frontiera. C’è stata la questione degli egiziani strumentalizzata dalle autorità. Si potrebbero dare varie spiegazioni: allontanare l’opinione pubblica dalla crisi economica, dare delle prove ai movimenti islamici particolarmente influenti… Abdul: Si, esiste la discriminazione. D'altronde, l’omosessualità è illegale nei paesi del Maghreb e sanzionabile con il carcere. Ci sono arresti regolarmente, piuttosto nell’ambiente della prostituzione maschile. Spesso, però, sono casi individuali che non attirano l’attenzione dell’opinione pubblica.
Hassan: Si, nel senso che a volte le nostre vite ne dipendono. E’ illusorio credere che in questi paesi si accetterà l’omosessualità in un futuro prossimo. Abdul: E’ chiaro che si tratta di un Islam medievale.Purtroppo è quello che milioni di persone vivono! Mohamed: Il problema non è l’Islam. E’ davvero rivoltante che le donne portino il velo, che non abbiano diritto alla parola, al lavoro, all’istruzione. Ma il problema sta nel fatto che i musulmani moderati non sono sufficientemente mediatizzati. Rafik: La maggioranza dei musulmani non sono fondamentalisti. Gli integralisti fanno paura e impongono la loro interpretazione del Corano a tutti. Il problema è che anche i paesi più tolleranti non lo sono per l’omosessualità. I governanti credono che la repressione per certe cose considerate immorali (l’adulterio, l’omosessualità e l’aborto) possa contenere il peso degli integralisti. Ma niente è dato per certo! Abdul: L’Islam, come il cristianesimo e il giudaismo, è una religione omofoba e lo resterà a lungo. Quello che può cambiare è la maniera di interpretarlo.
Rafik: E’ chiaro che non sarà domani. Quando vado in Marocco, mi accorgo che il paese ha, su un piano economico, un ritardo di trenta anni. E per il suo atteggiamento verso l’omosessualità, si mostra ancora più arretrato. Hassan: Direi ‘mai’ per i gay musulmani che vivono nel loro paese, ma per coloro che vivono all’estero come me, senza dubbio, diventerà più facile col tempo. Essere apertamente gay in un paese musulmano è un po’ come imboccare l’autostrada in senso inverso: è da suicida!
Rafik: Avevo diciotto anni e avevo preso una copia di Fugues in un ristorante poche settimane prima. Ogni sera guardavo le pagine pubblicitarie dei bar e mi preparavo mentalmente. Nonostante la mia preparazione, è stato uno choc. Mi sentivo a disagio, impacciato e molto contento di essere al bar con altri ragazzi come me. Avevo la sensazione che mi guardassero tutti, di essere completamente nudo. Mohamed: Era a Parigi, per me, in una grande discoteca :il Palace. Avevo venticinque anni e c’era una delle più belle coppie di ragazzi che io abbia mai visto in vita mia. Il che mi ha dato il gusto di rimorchiare un ragazzo e portarlo a casa di mio cugino che mi ospitava. Naturalmente, mi sono trattenuto… Abdul: Era lo Sky nel giugno del 1997. E’ stata un’amica a portarmi e ci sono ritornato tutte le settimane quell’estate, ma senza di lei… (ride) Hassan: La prima volta che sono stato in un bar gay, mi sentivo perso, a disagio, diffidente, non abituato…Ero ugualmente contento di esserci, perché ero ben circondato, la gente era simpatica, erano tutti gay come me. Oggi, invece, esco spesso per la città e mi diverto tanto.
Abdul: Nel mio caso, i miei vivono a Montreal e qualcuno potrebbe riconoscermi e raccontarlo loro. La cosa sarebbe spaventosa! Mohamed: Anche per me è il rispetto per i miei genitori che non abitano in Quebec, ma che hanno comunque la famiglia qui. Sarebbe un grande disonore, per loro, che la famiglia sappia che io sono omosessuale.
Articolo originale (sito esterno)
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Articolo di Yves Lafontaine tratto da