Forum Cristiani lgbt, Albano 2016: quale pastorale per le persone lgbt?

Riflessioni di padre Pino Piva SJ* sull’incontro per Operatori pastorali tenutosi al IV Forum dei Cristiani LGBT di Albano Laziale (15-17 aprile 2016)

Un laboratorio specifico, presenti una ventina di operatori pastorali nell’arco dei tre giorni del Forum nazionale Cristiani LGBT di Albano 2016… Una piccola rappresentanza degli operatori pastorali, laici, religiosi e sacerdoti, che accompagnano persone, gruppi o iniziative di accoglienza e inclusione delle persone lgbt nella comunità cristiana; operatori almeno tre volte tanto, sparsi nel vasto territorio nazionale che per iniziativa personale o per mandato dei Pastori si sforzano di mostrare il volto accogliente della Chiesa italiana.

Si va dai laici appartenenti ai gruppi lgbt cristiani, che vi svolgono un ruolo di animazione o coordinamento e, insieme, sono inseriti in parrocchia in servizi vari; oppure che mantengono relazioni con comunità, sacerdoti e vescovi per sensibilizzare ad una attenzione alle persone omosessuali credenti. Laici che piuttosto svolgono un ruolo di responsabilità in associazioni/movimenti ecclesiali e si sentono interpellati nel promuovere una pastorale attenta e inclusiva delle persone lgbt, che combatta stereotipi e pregiudizi che provocano esclusione e disagio nella stessa comunità cristiana.
Oppure religiose accoglienti, che aprono le porte dei loro conventi/monasteri ai gruppi o singoli lgbt che vogliano vivere una esperienza spirituale comunitaria di preghiera e ascolto del Signore senza troppi “distinguo” o precauzioni; religiose disposte a condividere amicizia, ricerca spirituale e, soprattutto, desiderose di testimoniare “inclusione” invece che “esclusione”, promozione della dignità personale, piuttosto che condanna e giudizio. E anche un diacono, padre di famiglia, animatore di un gruppo di cristiani lgbt, che insiste nel mostrare la sollecitudine della Chiesa per queste persone.
E poi i sacerdoti, circa sei, presenti per buona parte della durata del Forum; a parte me – gesuita – invitato a mostrare l’iniziativa “Chiesa-Casa-per-tutti” che si svolge nella parrocchia romana di San Saba e la formazione sulla “spiritualità delle frontiere” tipica di noi gesuiti, gli altri erano sacerdoti diocesani. Sacerdoti provenienti dalla Sicilia e fin dal Piemonte, che si rendono disponibili ad accompagnare gruppi o singole persone lgbt nella loro ricerca spirituale ed ecclesiale; alcuni per iniziativa personale, altri con il permesso dei loro superiori, e altri ancora con esplicito mandato del loro vescovo, come la diocesi di Torino. A Torino da tempo la diocesi ha mostrato attenzione per la pastorale delle persone omosessuali, attualmente anche offrendo un percorso diocesano di preghiera e approfondimento biblico, elaborato insieme ai diretti interessati, chiamato “Alla Luce del Sole”; la stessa équipe si rende disponibile per informazioni e occasioni formative sul tema per gruppi parrocchiali, associazioni (in particolare Scout) che intendono educare in modo inclusivo e accogliente i ragazzi/giovani in formazione, ma anche i responsabili adulti stessi. I sacerdoti parroci o vicari promuovono nelle loro comunità una pastorale aperta e accogliente, inclusiva delle varietà del popolo di Dio, comprese persone lgbt, combattendo esplicitamente atteggiamenti escludenti, discriminatori e offensivi, anche come pastorale “preventiva”.

Alle domande “Quale visione/ispirazione/prospettiva anima il mio impegno pastorale per le persone lgbt”; “Quali parole/categorie/visioni vorrei fossero alla base di una pastorale della Chiesa per le persone lgbt?”, il gruppo di operatori pastorali ha risposto in modo univoco e senza incertezze. La pastorale per persone omosessuali cristiane, che desiderano essere parte della vita della Chiesa a partire dalla loro identità, ha soprattutto il dovere di aiutare queste persone a “conservare la speranza” in Dio, nella Chiesa, nella comunità, nonostante le tante contro-testimonianze nei loro confronti che mettono duramente alla prova la loro vita spirituale.
L’accompagnamento delle persone lgbt nella vita di fede è un preciso dovere da parte della Chiesa, e un diritto proprio di queste persone; un accompagnamento che parta prima di tutto dall’accoglienza e integrazione evangelica di ogni persona nella sua condizione (“nessuna condizione umana può costituire motivo di esclusione dal cuore del Padre”: Papa Francesco, Angelus del 31 gennaio 2016). Così è stata particolarmente significativa la visita e il saluto alle 150 persone presente al Forum da parte dello stesso vescovo di Albano, mons. Marcello Semeraro; parlando alla mamma di un figlio omosessuale, che chiedeva fino a che punto una persona lgbt e chi l’accompagna si possono considerare “dentro” la Chiesa, il vescovo ha ricordato che non è evangelico usare termini come “dentro” o “fuori”, piuttosto si tratta di accompagnare e integrare le persone a partire dalla condizione di ciascuno.

Come indicato dalla Evangelii Gaudium circa la superiorità del “tempo” rispetto allo “spazio” [222-225], secondo gli operatori presenti, anche per le persone lgbt la pastorale della Chiesa è chiamata innanzi tutto ad innescare processi di cambiamento, conversione, promozione, liberazione, piuttosto che occupare spazi di potere o autoaffermazione. Questo significa optare primariamente per la formazione della coscienza che sappia scorgere la volontà di Dio nel quotidiano qui-ed-ora, personale; piuttosto che per una generica e spersonalizzante affermazione di principi astratti, come insiste l’Amoris Laetitia, che ci ricorda che “si tratta di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale” [297]. Per questo non può più essere considerata “straordinaria” o di “frontiera” la pastorale delle persone lgbt, ma “ordinaria” e normale; è tempo di evitare sofferenze inutili, provocate da ignoranza del Vangelo e da una falsa concezione di verità senza misericordia.
È necessario cominciare ad evitare espressioni come “il problema fede-omosessualità”, perché la condizione omosessuale in sé non è un problema per la fede, semmai una sfida, una opportunità di progressiva comprensione dell’essenziale. Per questo, Damiano Migliorini nella sua relazione può annunciare un cambio di prospettiva: da soggetti ricevitori di una pastorale, le persone lgbt stanno cercando di pensarsi come portatori di una pastorale a favore degli altri. Dal chiedere dalla Chiesa una pastorale speciale, si stanno chiedendo se sono loro a poterne offrire una alla Chiesa, per tutta la Chiesa; una pastorale che promuova davvero le differenze nella comunione come doni dello Spirito per l’utilità comune. La Chiesa e il mondo hanno bisogno di questa pastorale.

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* Pino Piva SJ è nato a Latina nel 1964. Sacerdote dal 1989, Gesuita dal 1996. Oltre ad essersi formato in Italia, negli anni 2000-2002 ha continuato la sua formazione teologica a Madrid (P.U. Comillas). Ha approfondito le sue competenze come guida di Esercizi Spirituali Ignaziani a Guelph (Loyola House, Ontario, Canada) nel 2002-2003;  completando il suo dottorato in teologia nel 2008 a Napoli (PFTIM – S. Luigi). Attualmente è coordinatore nazionale dell’apostolato degli Esercizi Spirituali Ignaziani/Spiritualità Ignaziana. Vive e presta la sua opera pastorale a Galloro-Ariccia (Roma), nel centro di spiritualità “Casa Sacro Cuore”.
Il gesuita Padre Pino Piva ha coordinato al IV Forum dei Cristiani LGBT di Albano Laziale (Roma) il preforum dedicato agli Operatori pastorali e il Workshop/Laboratorio di preghiera “Chiesa Casa per tutti”.

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