La diversità è il marchio della creazione divina che l’omofobo disprezza

Riflessioni di Carlos Osma pubblicate sul suo blog Homoprotestantes (Spagna) il 30 gennaio 2017, liberamente tradotte da Dino

Qualche giorno fa i giornali ABC e La Razón hanno ospitato sulle loro pagine a un gruppo ultracattolico perché pubblicizzasse un’iniziativa rivolta a tutte quelle lesbiche e gay che vogliono abbandonare “lo stile di vita omosessuale”. L’iniziativa, che ha già avuto luogo, consisteva in un seminario online tenuto da uno psicoterapeuta statunitense che alcuni anni fa venne radiato dall’Associazione Americana dei Terapeuti, ma che continua a lucrare sostenendo che l’omosessualità è un disturbo provocato da traumi infantili non risolti che portano la persona a uno stato di confusione, e affermando che con un’adeguata terapia si può tornare allo stato ideale, quello che prevede l’eterosessualità.

Ascoltando le affermazioni dei gruppi omofobi che sostengono che è possibile cambiare l’orientamento sessuale o l’identità di genere, così come ci si cambia la camicia, non si può non trovare parallelismi con le proposte delle posizioni queer più radicali. E se non fosse perché le finalità sono completamente opposte, potremmo cadere nell’errore di pensare che stiano proponendo la stessa cosa. Così, non fa male ricordare che l’omofobia cerca di costruire i corpi, le identità e i desideri gerarchizzandoli e divinizzando l’uomo virile eterosessuale, mentre le posizioni queer cercano di liberare l’individuo e dargli forza perché possa arrivare ad essere chi desidera, senza che nessuna di queste scelte debba per questo essere definitiva, né migliore di un’altra.

Non so se le organizzazioni omofobe che pretendono di salvare gli omosessuali dall’odio verso se stessi, quell’odio che loro stesse hanno contribuito a generare con le loro dichiarazioni, sono consapevoli di stare affermando che l’orientamento sessuale e l’identità di genere non sono una caratteristica propria e connaturata, bensì un modo di comportarsi, e che pertanto possono essere modificati. Allo stesso modo potremmo allora dire che essi [gli omofobi, n.d.t.] non sono uomini o donne realmente eterosessuali (se mai c’è qualcuno o qualcuna che davvero lo è), ma che si limitano a comportarsi come se lo fossero.

Il problema, secondo il loro punto di vista, sta unicamente nel fatto che il comportamento delle persone transgender, lesbiche, bisessuali o gay non si uniforma ad alcune determinate aspettative basate sull’arbitrarietà divina. Ed essi, inviati per mantenere l’ordine che il loro Dio aveva stabilito, devono cercare di collaborare per aiutare queste persone che soffrono per la loro diversità a tornare allo stato ideale che prevede un Adamo virile che perde la testa per un’Eva femminile, che fa perdere la ragione con il suo fascino.

Da questi ragionamenti pertanto si conclude che non c’è una percentuale di popolazione LGTBI, ma che tutti e tutte potenzialmente lo siamo, dato che queste “pratiche” o “devianze” sono il risultato di alcune determinate e concrete esperienze di vita (cause ambientali). E consegue anche che, essendo l’omosessualità potenzialmente universale e contagiosa, ma nello stesso tempo lontana dal disegno originale, essa rappresenta un pericolo per tutta la popolazione. Cosicché, come avviene per l’influenza, gli Stati, le Chiese e il resto delle istituzioni dovrebbero proteggere i loro membri (soprattutto i bambini) dal pericolo rappresentato dalle persone LGTBI e dalle loro ideologie, giacché potrebbero sedurli e indurli a compiere atti disordinati. E questi “modi di proteggere” sono tanti, dalla patologizzazione dei loro sentimenti e della loro identità, alla discriminazione che impedisca loro di occupare alcuni ruoli, come la sanità o l’educazione, alla negazione dei diritti, al renderle invisibili, ai maltrattamenti, alla privazione della libertà, addirittura anche alla morte.
Il grado di violenza necessaria per proteggere dal rischio il gruppo dipenderà dalla minaccia che la diversità comporta e dalla capacità che si possiede di imporre una soluzione piuttosto che un’altra. Se vivi a Madrid e ci sono alcune leggi sull’omofobia, potrai tenere una conversazione online curando il linguaggio e la messa in scena per far credere che si cerca di aiutare una persona, mentre in realtà si vuol far crescere in maniera esponenziale il suo autodisprezzo. Se vivi a Mosul puoi fare a meno di tante storie e lanciarla direttamente nel vuoto da una torre alta cinquanta metri.

L’insicurezza e l’omofobia vanno sempre irrimediabilmente insieme, non esistono persone sicure del proprio orientamento sessuale e/o di genere che si sentano minacciate dall’orientamento degli altri. Se qualcuno vive come un problema, o considera una malattia, il fatto che un’altra persona si comporti in accordo con ciò che sente di essere, è perché c’è qualche tipo di repressione cosciente o inconscia. Quando un signore rispettabile si sente a disagio davanti a due uomini in atteggiamento affettuoso, o disturbato vedendo un altro con un comportamento che considera effeminato, è perché ha paura di qualcosa. Se una comunità cristiana scaccia una donna perché si è innamorata di un’altra, è perché è convinta che sia necessaria un’azione esemplare che convinca gli altri a fare lo stesso.
Dove con maggior energia ci si difende da quella che chiamano “lobby gay” o “ideologia di genere”, proprio lì maggiormente si nascondono e si rendono invisibili i desideri e le identità, che invece i loro discorsi di odio fingono di rifiutare. L’omofobia di una società o di una Chiesa è direttamente proporzionale al numero di persone che al suo interno soffrono di questa insicurezza e inversamente proporzionale alla libertà che sono capaci di generare.

Predicare l’odio verso la diversità, inculcarlo nell’animo delle persone ancor prima che possano riconoscersi come diverse, è un atto terribilmente crudele, ma presentarsi poi come liberatori di quest’odio, incitando le persone che sono incapaci di accettarsi a trasformarsi in quell’essere umano che a loro parere dovrebbero essere, è davvero diabolico.
La diversità è il marchio della creazione divina e verso di essa l’omofobia reagisce con comportamenti che hanno lo scopo di farla sparire con ogni mezzo. Costringere a soffrire altri esseri umani perché rifiutino di accettare la ricchezza e la varietà dell’esperienza umana (compresa la propria) è una dimostrazione di insicurezza, di paura, di mediocrità, ma soprattutto di disumanità. Per questo la nostra società e le nostre Chiese, se vogliono essere veramente umane, dovrebbero denunciare e condannare questi atteggiamenti omofobi.

 

Testo originale: ¡Cuidado, todo el mundo es gay!

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