La naturalezza dell’amore omosessuale

Riflessione di Mario, volontario di Progetto Gionata

Quando si parla di omosessualità, spesso si dice a cuor leggero che essa non rispecchia l’ordine naturale delle cose, attribuendosi la capacità di aver colto, nei minimi dettagli, il mistero insondabile di ciò che regge l’universo, o di cosa costituisca il progetto divino sull’umanità. basta però studiare un po’ di filosofia per capire che la natura non è affatto nemica dell’omosessualità. Anzi, essa la accoglie senza riserve. In filosofia, “natura” ha due significati:

– “totalità delle cose che sono“… banalmente, tutto ciò che è nel mondo, anche ciò che ci è nemico o ci appare incomprensibile;

– “essenza“, ossia ciò che rende una specifica cosa quello che è, eternamente.

Nel primo caso, inserire l’omosessualità non è un problema,  e su di essa non si può stilare alcun giudizio, perché è semplicemente parte del  mondo. Anche nel secondo caso, a ben vedere, il problema non si pone: l’essenza, per essere tale, deve essere quell’elemento stabile che permane in tutti, identificabile in tutti, che si manifesta sempre e spontaneamente, perché prima di ogni cosa, in quanto fondamento. L’orientamento sessuale è dotato di questi caratteri? No, semplicemente no. Di conseguenza, esso non è la chiave di lettura per leggere il senso della vita e del “progetto” di Dio.
Bisogna allora cercare qualcos’altro che costituisca il nostro alfa e il nostro omega, ossia che possa definire in ogni epoca e in ogni luogo come “esseri umani”. Se, cristianamente, la nostra essenza è l’amore, per condannare l’omosessualità come “innaturale” bisogna dimostrare che le persone omosessuali non siano in grado di amare. Quale persona  ha il coraggio di affermare una cosa del genere? Solo chi parla senza conoscere il mondo in cui vive.

Molti adottano la visione della natura corrotta dal peccato originale per giustificare quello che non comprendono, ma qui ci si addentra in un ginepraio intricato tanto quanto le discussioni che sono nate attorno a questo dogma. Si può concordare, però, sul fatto che non è stata la trasgressione a far entrare l’imperfezione nel mondo, perché l’umanità fa la scelta sbagliata prima ancora di mangiare dell’albero. Inoltre, l’omosessualità diventa sinonimo d’imperfezione solo se si vede nella riproduzione biologica il fine ultimo, o un carattere assolutamente imprescindibile, della relazione.
Visto che la coppia non può funzionare, o resistere nel tempo, solo in virtù di figli, direi che quella posizione non regge alla prova della vita. Tuttavia, anche se fosse un’imperfezione, cosa cambia per il Dio che sceglie gli imperfetti per attuare la salvezza? Se anche l’amore omosessuale fosse imperfetto, perché mancante della riproduzione, perché si deve svilirlo, dato che è la massima manifestazione dell’amore che una persona può donare? Bisogna per forza declassarlo, continuare con distinguo superflui, mentre un amore eterosessuale immaturo può giungere al matrimonio senza che qualcuno giudichi, o s’intrometta nella vita dei coniugi?

A chi si erge come conoscitore e difensore del “progetto divino”, poi, vorrei ricordare la lezione di Qohelet. Egli ci ha trasmesso una riflessione che invita all’umiltà, la quale dovrebbe essere propria di qualunque attività intellettuale: Dio ha creato l’umanità dandole la possibilità di avere una visione d’insieme, senza però la capacità di afferrare il principio e la fine della sua opera (Qo 3, 11).
Possiamo forse immaginare la meta, ma non sappiamo come si svolgerà il viaggio e chi Dio chiami a stare alla Sua presenza, e sappiamo che è così sia dalle Scritture che dalle nostre esperienze: noi non sappiamo come andranno le cose, e possiamo prevedere al massimo solo nel breve periodo. Parlare con troppa sicurezza del progetto di Dio è una spada a doppio taglio, soprattutto se il rischio è quello di sbagliare clamorosamente.

Poiché di questo “progetto” sappiamo solo che siamo chiamati a essere figli, forse dovremmo vivere con una maggiore rilassatezza, la quale non è superficialità o rifiuto di prendere posizione sui diversi aspetti della vita. Si tratta semplicemente di non assolutizzare, demonizzare o sforzarsi per far quadrare ogni cosa in un modo dove, come avevano capito i primi filosofi, c’è tutto e il contrario di tutto. Infatti, “adesso vediamo le cose come in uno specchio, in immagine; ma allora vedremo le cose faccia a faccia. Adesso conosco in parte, ma allora conoscerò perfettamente come perfettamente sono conosciuto” (1Cor 13, 12). Chi vuole per forza comprendere tutto, dovrà aspettare la fine. Intanto, però, quello che conta più di ogni cosa è l’amore.

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