La teologia cristiana di fronte alle domande poste dalle persone omosessuali

Brano tratto dal libro di Carolina del Río Mena*, ¿Quién soy yo para juzgar? Testimonios de homosexuales católicos, Editorial Uqbar, Santiago (Cile), anno 2015, pp.260-262, liberamente tradotto da Dino

Coloro che lavorano con le persone omosessuali constatano l’esistenza di una grave carenza della teologia e del magistero e di una grande omissione nella formazione di sacerdoti e teologi. Secondo loro la via d’uscita è pastorale, evangelica. Tuttavia, afferma Labrin, “i teologi cattolici tradizionali che hanno conservato le loro cattedre dovranno affrontare un giudizio storico molto duro perché hanno consentito che la ragione venisse disattesa e hanno diminuito il loro impegno col Vangelo accettando la dominante interpretazione tradizionalista vaticana che proviene dalla gerarchia della Chiesa“.
Secondo il gesuita, il metodo storico critico ha consentito di ottenere notevoli progressi nella comprensione della Bibbia, la norma per eccellenza, e si è inserito in tutti i campi teologici, compreso quello della morale sociale, “ma per quanto riguarda la morale sessuale continuiamo con una prospettiva di insegnamento oggettivista, naturalista, legati ad uno schema biologico superato, con principi universali ai quali la vita dev’essere adeguata a qualsiasi prezzo e tutto ciò è stato consentito dal punto di vista intellettuale dai nostri teologi tacendo molto per poter dire qualcosa, ma dal mio punto di vista in questo comportamento non c’è stato un atteggiamento martiriale, ma una scandalosa condiscendenza con la teologia vaticana“.

Purtroppo è un errore piuttosto comune nella nostra società, specialmente in ambienti cattolici, il fatto di pensare, e peggio ancora di insegnare e di praticare, che la teologia è una mera ripetizione del Magistero della Chiesa e non un carisma particolare che deve progredire e approfondire le sue conoscenze per rendere attuale il Vangelo e continuare ad essere fedele a Gesù Cristo. La teologia deve pensare con libertà e deve cercare risposte e nuovi approcci ai temi che angosciano gli uomini e le donne in ciascun momento storico e in ciascuna cultura. Questo non significa accomodare la dottrina, ma concretizzare il vangelo. E il Vangelo non si concretizza nella teoria ma nella vita quotidiana e reale delle persone.
I temi che affliggono ogni epoca sono sempre quelli che si trovano ai margini, alle frontiere, non nel centro, e sono i più difficili da affrontare perché sono infestati da proibizioni, pregiudizi, regole e punizioni, come lo erano i lebbrosi che vennero toccati da Gesù. La teologia non può scoraggiarsi di fronte alla difficoltà delle domande e alle sofferenze della gente e, ancor meno, può scoraggiarsi di fronte ad un’autorità che minaccia di allontanare dalla cattedra o nega missioni canoniche. Per il vero carisma teologico tutto questo non è accettabile.

Noi teologi e teologhe non solo dobbiamo cercare nuove risposte ma dobbiamo avere il coraggio di parlare con schiettezza, anche se ci costa caro. A Gesù è costato la vita. Lo uccisero, non dimentichiamocelo, perché aveva voluto renderci liberi. Allora, cosa stiamo aspettando? Cosa aspettiamo, ad esempio, a discutere i testi biblici utilizzati con tanta leggerezza contro l’omosessualità? L’esegesi attuale ci consiglia di muoverci con prudenza nel percorrere queste strade perché sappiamo che nell’interpretazione del testo biblico assumono importanza elementi che prima venivano ignorati, come il contesto geografico, razziale, di genere, politico e religioso di chi interpreta la Scrittura, non solo di chi la scrisse.
Cosa aspettiamo a ricordare che l’esegesi non è asettica ne innocente, ma che porta sempre con se l’esperienza di chi interpreta: i suoi pregiudizi, le sue idee, il suo immaginario e il suo atteggiamento. Come diceva Ricoeur “è il lettore e non il testo ciò che determina la ricostruzione del significato del testo stesso“.
Già lo segnalava il Concilio Vaticano II nella Costituzione dogmatica sulla rivelazione divina riguardo all’interpretazione della Bibbia: “Poiché Dio nelle Sacre Scritture parla attraverso gli uomini e in un modo umano, l’interprete di queste dovrebbe – per vedere in modo chiaro quello che Dio voleva comunicarci – ricercare con estrema attenzione ciò che gli autori sacri si proponevano di significare realmente e ciò che Dio voleva manifestare per mezzo delle Sue parole“.

Facciamo questo tentativo e cerchiamo un approccio alla Scrittura da un “altro luogo“, per ampliare la comprensione e il messaggio salvifico della parola di Dio.

 

* Carolina del Río Mena è una teologa cattolica e giornalista cilena, madre di quattro figli. Ha conseguito un master in Teologia Fondamentale presso la Pontificia Università Cattolica del Cile ed è docente presso il Centro de Espiritualidad Santa María, inoltre collabora col Centro Teológico Manuel Larraín del “Círculo de estudio de sexualidad y Evangelio”. E’ autrice del libro “¿Quién soy yo para juzgar? Testimonios de homosexuales católicos” pubblicato nel 2015, ed è co-autrice di “La irrupción de los laicos: Iglesia en crisis” edito nel 2011.

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