| Gay nella chiesa quale accoglienza? |
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| Scritto da Gionata |
| Mercoledì 17 Gennaio 2007 16:41 |
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La notizia di quanto è accaduto in una parrocchia Campana ha fatto il giro d'Italia in un baleno. Infatti il vescovo di Aversa ha imposto ad un parroco di sciogliere un gruppo di preghiera di giovani omosessuali. Una notizia che ha fatto nascere mille discussioni su cosa vuol dire "accogliere l'altro" nella chiesa cattolica.
Mettere al primo posto uno stile di accoglienza, pur affermando con chiarezza valori e principi è difficile, ma necessario. Perché quello di oggi è un momento storico in cui si deve parlare chiaro ("il vostro parlare sia sì, sì e no, no"), senza dimenticare però che la vita e le situazioni interpellano, anche con le loro contraddizioni. Il religioso aveva promosso da settembre un gruppo di preghiera e di accompagnamento per giovani omosessuali. Insomma, un’occasione di confronto e di riflessione, respinta tuttavia, dagli altri fedeli che si sono organizzati e hanno chiesto al vescovo di Aversa, mons. Mario Milano, di intervenire. Il presule ha così contattato padre Eduardo, consigliandolo “caldamente” di interrompere lì l’esperienza. Ad Aversa, in particolare, già sei anni fa si erano registrati episodi simili e ancora viene ricordata un’intervista di mons. Milano al Corriere del Mezzogiorno (11 novembre 2004), in cui, ferma restando la “comprensione della Chiesa”, il presule parlava di “fratelli e sorelle affette da patologie”, quando invece è noto che per l’Organizzazione mondiale della sanità e per la medicina in genere, l'omosessualità non è una malattia, ma "una variante del comportamento sessuale umano". E attenzione, un presupposto simile non sminuisce assolutamente la posizione morale della Chiesa e la valorizzazione della famiglia fondata dal matrimonio: una affermazione che nasce da una visione positiva della vita, dato che la morale non è un elenco di no, ma un inno di sì alle dimensioni più belle e profonde dell’uomo. Uno stato di cose valido specie per un omosessuale credente, chiamato a misurarsi e ad accogliere nel bene e nel male la propria storia, a prescindere dalle scelte concrete che farà. È questa la strada da seguire, anche con altre categorie, a cominciare dai separati e dai divorziati, per far capire che nella Chiesa nessuno è escluso e che nonostante tutto, al di là delle condizioni e degli stati di vita, è la misericordia la meta a cui guardare. Ferma restando la dottrina, siano due braccia aperte la chiave per comunicare. |
| Ultimo aggiornamento ( Venerdì 22 Agosto 2008 00:01 ) |
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