| Omosessuali in periferia. La galera di Mustafà |
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Se oggi il coming out non sembra più spaventare, se i carri colorati del Gay Pride sconvolgono sempre meno, l’omosessualità resta per alcuni un tabù capace di spezzare la propria vita, sopratutto per chi vive nelle grandi periferie delle città. Mustafà ci racconta frammenti della sua vita in una periferia francese perchè "nella mia famiglia di origine algerina è impossibile parlare di sesso. Altro che omosessualità". Impara così a "vivere senza esistere. Capisce anche che questa cappa di piombo può servirgli da riparo. Nei parcheggi, ai piedi degli anonimi palazzi della sua città-prigione l’insulto supremo è dare del gay a qualcuno. Sa bene che in centro c’è un bar gay, dove potrà incontrare persone “come lui”. Ma è impossibile, per lui, rischiare di farsi scoprire. Ma poi tutto precipita e non resta che fuggire per ricominciare. Ecco la sua storia.
Mustafà ha 25 anni, e ha dovuto attendere tutti questi anni per recitare, come gli altri, questa commedia così banale della seduzione. Anni di galera in una periferia del sud della Francia, fatti di cose non-dette prima di rompere la morsa del silenzio fuggendo verso la capitale. Per beneficiare, come dice, del famoso” diritto all’indifferenza” Se, oggi, il coming out degli uomini politici non sembra più spaventare l’elettore, se i carri colorati del Gay Pride sconvolgono meno, l’omosessualità resta per alcuni un tabù capace di spezzare delle vite. In disparte dal suono trepidante della musica, Mustafà racconta con pudore i suoi dolorosi percorsi. “Nella mia famiglia di origine algerina è impossibile parlare di sesso. Altro che omosessualità. Per mio padre, gli omosessuali sono sia dei pazzi che dei malati di HIV”, spiega Mustafà. Quanto ai suoi quattro fratelli, si sono nutriti di rap per tutto il giorno,”con delle parole spesso molto violente, sessiste ed omofobe”. Mustafà impara a vivere senza esistere. Capisce anche che questa cappa di piombo può servirgli da riparo. Nei parcheggi, ai piedi dei palazzi, “l’insulto supremo, è di trattare qualcuno da gay”. D’un colpo, “sei obbligato a recitare la parte del maschio come gli altri, a fare il capo, altrimenti sei morto”. In città, Mustafà è di continuo sul chi vive. Imbroglia, si fa vedere con una amica. Adolescente sa bene che in città c’è un bar gay, dove potrà vedere gente “come lui”. Solo per parlare con loro. Ma è impossibile rischiare di farsi scoprire. L’idea del suicidio gli attraversa lo spirito, ”più di una volta”, ci dice, come se fosse una cosa evidente. Ma ritornato in Francia, dopo molteplici peripezie, deve farsene una ragione: “Lo sguardo dei miei genitori non era cambiato". Preso a botte dai suoi fratelli, guardiani «dell’onore » della famiglia, Mustafà finalmente scappa, direzione Parigi. “So che ci sono moltissimi omosessuali che finiscono per sposarsi", racconta Hicham, che abita alle Hauts-de-Seine. "Li si vedono fuggire, con il seggiolino del bebè sul sedile posteriore, nei luoghi di abbordaggio selvaggio come i parcheggi, le aree autostradali o i boschi”. Territori oscuri, in mancanza di meglio, in bar o locali dove le pratiche nascoste sono l’abitudine, ma i rischi di prendere l’HIV troppo numerosi. A questa vita mutilata, alcuni come Mustafà preferiscono la violenza di una rottura. Ma anche in quel caso, l’esclusione non è lontana. ”Inventore di questi incontri parigini della domenica sera, Fouad Zéraui li ha chiamati “Neri, Bianchi, Burri”, Fouad ha vissuto a lungo a Créteil (Val-de-Marne). Come gli altri ha sofferto per le cose non dette. Da allora sono passati quattro anni, oggi ha fatto nascere l’associazione Kelma. "Io ho avuto la fortuna di essere stato accettato dai miei genitori così come sono, sottolinea. Nel dare vita a questa associazione e a queste serate, ho voluto creare una alternativa nell’ambiente omosessuale. Aprire un luogo misto, senza dittature di look, di fric o di colore della pelle. Uno spazio in cui ognuno trova il suo posto".
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Articolo di Emmanuelle Chantepie tratto da