Una coraggiosa transgender indiana, il suo matrimonio e i suoi desideri per la vita

Articolo di Dipti Nagpaul D’souza pubblicato sul sito del quotidiano The Indian Express (India) il 22 gennaio 2017, liberamente tradotto da Giacomo Tessaro

Madhuri si ricorda del loro primo incontro. A partire dal momento in cui Jay è entrato dalla porta, attorno a mezzanotte, fino al momento in cui se n’è andato per prendere il primo treno verso casa sua, era come se i muri della sua casa si fossero ristretti. Jay era alto, dalle spalle larghe, e torreggiava accanto a lei ma era altrettanto timido: non faceva altro che lanciarle occhiate e aveva perso la sua sfacciata insistenza nel vederla. Era come se fosse troppo vicino, ma questo non sembrava disturbare Madhuri. Avrebbero dovuto parlare per dieci minuti ma finirono per stare insieme quattro ore, mentre fuori era notte.

Oggi, quindici mesi dopo, seduta vicino a Jay Rajnath Sharma nella stessa casa, un monolocale in una casa di ringhiera del quartiere di Kurla a Mumbai. Madhuri Sarode è lieta di aver dato retta al suo istinto quel giorno: in Jay, infatti, ha trovato il partner ideale – amorevole, affettuoso, un ottimo capofamiglia. Per Madhuri, però, la sua più grande qualità è stata di averla accettata senza se e senza ma, perché Madhuri è transgender. La coppia si è legata pubblicamente il 28 dicembre scorso in una cerimonia hindu, in quello che può davvero essere definito un momento cruciale nella lotta per i diritti della comunità transgender.

“Mi aveva vista su Facebook ed era risalito al mio numero. Gli chiesi se sapesse che non stava parlando con una donna e lui rispose che lo sapeva, perché l’aveva letto su FB. Per un mese, però, l’ho tenuto alla larga: non lo conoscevo, poteva essere chiunque, magari uno stalker. Ma lui continuava a chiamare e insistere che ci vedessimo una volta, solo una volta. Alla fine ho accettato ed ecco dove siamo finiti oggi” dice Madhuri ridendo. Ha poco più di trent’anni ma non vuole dire la sua età: “Abbiamo la stessa età. Ti dirò solamente che ci siamo sposati all’età giusta, non a vent’anni, da sciocchi, ingenui che pensano che il matrimonio consista nel vivere su una nuvoletta rosa”.

Nella stanza, illuminata poco e male da una lampadina, la coppia appare radiosa. Madhuri ha davvero l’aspetto di una neosposa nel suo sari rosso e bianco, i suoi mangalsutra [collane, n.d.t.] attorno al collo e il sindur [pigmento rosso, n.d.t.] che fiammeggia sulla sua fronte: “Non mi piace truccarmi, mi bastano il kajal e il rossetto, ma lui viene dal Nord e devo adattarmi alle loro usanze per alcune settimane”. Jay, maglietta blu e jeans, glielo fa notare e la rimprovera scherzosamente per le mille scuse che imbastisce quando deve vestirsi elegante. Ben presto scoppiano in una risata.

La loro è una storia d’amore poco usuale ma il copione è quello classico di Bollywood. La cerimonia nuziale ha previsto tatuaggi all’henné, le danze di prammatica, lo scambio delle ghirlande, le sette circoambulazioni attorno al fuoco sacro documentate dai fotografi, il ricevimento per la famiglia e gli amici. Per Madhuri è un sogno divenuto realtà: “I matrimoni esistono nella comunità transgender, ma non sono mai pubblici. Di solito sono sbrigativi, un pugno di amici, il semplice scambio degli anelli o delle ghirlande. Ma io non volevo questo, volevo degli inviti fatti come si deve, l’album delle fotografie, il vestito nuziale e tutto il resto, come qualsiasi altra sposa. Se la Corte Suprema ha deciso nel 2014 che le persone transgender devono essere riconosciute come terzo sesso e avere uguali diritti, perché io non posso avere tutto questo?”.

Anche se la Corte Suprema ha sentenziato il diritto degli individui a identificarsi con il genere di propria scelta e ha chiesto al governo di legiferare di conseguenza, poco è stato fatto. Dopo un promettente disegno di legge del 2015, una nuova legge ha praticamente disfatto la sentenza della Corte Suprema. Secondo l’OGN transgender Sampoorna e secondo numerose altre comunità trans e intersex indiane, il disegno di legge del 2015 rispettava il diritto delle persone transgender di decidere sulla propria identità di genere e stabiliva che l’identità transgender non dipende da interventi medici e/o chirurgici: “Nella versione del 2016 tutto questo è stato cancellato; inoltre, viene data una definizione dell’identità transgender scientificamente scorretta, che la descrive come una patologia”. È stata inoltre costituita una commissione di guardiani, che comprende un ufficiale medico e che ha il diritto di decidere chi è o non è transgender. La nuova proposta include le persone intersex sotto il termine “transgender”.

Per questo, per sfida, Madhuri ha deciso di sposarsi pubblicamente: “Voglio stabilire un precedente per il resto della comunità. Tra poco chiederò un certificato di matrimonio in quanto Trans: se le autorità me lo rifiuteranno, e sono sicura che lo faranno, le citerò in giudizio. Quanto dobbiamo aspettare per essere trattate come persone uguali a tutte le altre, come esseri umani?”. Madhuri è lieta del sostegno che le offrono Jay e le loro due famiglie, ma non è sempre stato così: “Quando ero giovane i miei genitori e le mie sorelle mi picchiavano spesso, perché ero effeminata”. Madhuri è nata maschio con il nome di Prakash in una famiglia della classe media e ha due sorelle più grandi. Da bambino le piaceva mettersi i vestiti delle sorelle e danzare. Ha studiato la danza tradizionale kathak dall’età di tre anni e ha vinto numerosi premi nei concorsi del quartiere e della scuola. I genitori erano felici del suo talento ma non sopportavano il fatto che Prakash vincesse dei premi danzando come una donna.

A scuola fu fortunato: “A differenza della maggior parte dei ragazzini effeminati che subiscono bullismo e violenze, ho dei bei ricordi della mia infanzia. Avevo amici tra le femminucce e tra i maschietti. Dato che andavo d’accordo con il sesso opposto, i ragazzini mi chiedevano di presentarli alle ragazze che avevano puntato”. Alle scuole superiori, però, la musica cambiò. Prakash aveva già cominciato ad andare in giro come “lady boy”, vale a dire in abiti maschili ma con i capelli lunghi: “Venivo preso in giro e avevo paura di venire abusato sessualmente. La mia famiglia non mi sosteneva ed era difficile andare avanti così”. Dopo aver fatto un anno di superiori, si decise per l’istruzione a distanza e cominciò a studiare a casa. Nonostante il disagio della sua famiglia, Prakash decise di non abbandonarla. Cominciò in casa la sua transizione, anche se i suoi si opponevano: “Fin da bambino sapevo quale fosse il destino delle TG che scappavano da casa: finivano per strada a mendicare o venivano costrette a prostituirsi e io non volevo finire così”.

La “vita TG”, come la chiama Madhuri, spesso è una sfida anche quando si viene sostenute dalla comunità. La maggior parte di loro, abbandonate dalla famiglie o scappate di casa molto presto, crescono senza nessuna istruzione e nessun diritto fondamentale. La comunità le spinge a entrare nel sistema noto come “jamaat” o “guru-chela”, che consiste nel prestare fedeltà a un “guru”, il quale provvederà al loro sostentamento in cambio dell’accattonaggio e/o della prostituzione. Parte dei guadagni andranno al guru: “I treni, i quartieri e molti altri luoghi sono spartiti tra questi guru. Entrare in questo sistema vuol dire vivere su un filo sottile. È vero che il guru provvede al tuo sostentamento, ma non esista a ucciderti se è scontento di te. Ho visto con i miei occhi una TG che veniva spinta fuori da un treno perché non pagava il suo guru da sei mesi” afferma Madhuri. Poi ci sono le solite estorsioni e violenze per mano della polizia e la costante lotta per l’incolumità: la maggior parte dei crimini commessi contro le TG non vengono denunciati.

Vivere a casa non fu una scelta facile ma Madhuri minimizza il periodo difficile che ha vissuto e si concentra sui lati positivi: “Mia madre non mi ha parlato per tre anni. Le mie sorelle e mio padre cercavano di persuadermi ad abbandonare questa vita. Sapevo però di non poter vivere come un maschio”. Così Prakash cercò l’aiuto della comunità: entrò nel mondo delle TG grazie all’attivista Ashok Row Kavi e si unì come volontaria alla ONG Humsafar Trust. Nel frattempo, cominciò a esibirsi nello spettacolo tradizionale denominato “lavani”. Fu in quel momento che capì che il suo nome di nascita non poteva più fare al caso suo e che per essere accettata nella comunità avrebbe dovuto affidarsi a un guru e cambiare nome: “Trovai un guru che non voleva denaro e mi avrebbe guidata nella transizione. Ero una grandissima fan dell’attrice Madhuri Dixit, infatti la gente mi chiamava ‘la Madhuri Dixit della comunità TG’. Nessuno mio spettacolo è mai completo senza la sua canzone, nemmeno oggi”. Ecco così che Prakash cominciò ad essere chiamato Madhuri.

Aveva circa 19 anni quando ebbe la prima relazione seria. Fu una storia intensa e durò per tre anni, vale a dire fino al momento in cui Madhuri iniziò ufficialmente la sua transizione: “Mi ha amata fino a che mi vestivo come un uomo ma non intendeva sostenermi nella realizzazione del mio sogno. Così ci separammo e sposò una donna”. A casa, nel frattempo, c’erano molte tensioni. Il padre morì nel 2005. Il suo lavoro di attrice-danzatrice le permetteva di portare denaro a casa e sua madre era abbastanza soddisfatta: “Per esempio, mi permetteva di farmi crescere le unghie e i capelli ma mi proibiva il piercing al naso o di girare vestita da donna. Vivevamo nella stessa casa ma c’era ben poca comunicazione. In casa ero tranquilla e nervosa, ma quando uscivo ero una persona diversa”.

Dopo l’associazione Humsafar, Madhuri entrò a far parte di Population Services International (PSI India) e cominciò a fare campagne educative sull’HIV e l’uso del preservativo: “Non volevo lavorare da sola per la comunità TG. Sapevo di avere le capacità per fare meglio e questo lavoro ha perfezionato il mio talento comunicativo e mi ha permesso di fare molte esperienze” spiega Madhuri, che ora lavora come freelance con numerose ONG e gruppi di artisti. È membro fondatore delle Dancing Queens, un gruppo di attrici e danzatrici transgender. La sua vera transizione, tuttavia, è cominciata solamente dopo la morte di sua madre nel 2010: “Mantenni la promessa che le avevo fatto, ma il tredicesimo giorno dopo la sua morte fu il mio ultimo giorno da maschio. Partecipai alla preghiera con il piercing al naso e annunciai alla mia famiglia che avrei iniziato a vivere da TG, vestita con un sari, fin da subito. Dissi loro che, se non intendevano sostenermi in questo sforzo, erano liberi di ignorarmi e non invitarmi più alle celebrazioni famigliari”. Da quel giorno Madhuri non ha più avuto contatti con nessuno dei parenti ma ha trovato il sostegno delle sue sorelle e delle loro famiglie: “Ci è voluto un po’ perché capissero che non stavo facendo nulla di male, ma poi sono venute a cercarmi, come i miei vicini, che hanno assistito al mio matrimonio ed erano felici per me”.

La sorella di Jay è comprensiva ma sua madre non sa ancora nulla del matrimonio; aspetterà ancora un po’ prima di confessarlo: “Il nostro villaggio è piuttosto tradizionale e il mio passo è come una ribellione”. Jay viene da Jaunpur nell’Uttar Pradesh; nel 2005 si trasferì a Nagpur in cerca di lavoro e poi, nove anni fa, a Mumbai. Madhuri non è la sua prima relazione: sa cosa vuol dire avere il cuore spezzato ma non vuole raccontare nulla. Un tatuaggio sul braccio, tuttavia, gli serve da costante promemoria: “Vorrei rimuoverlo” dice imbarazzato. Jay sa bene che non sarà affatto facile convincere sua madre, che abita ancora nel villaggio, ma Madhuri ha fiducia di fare buona impressione su di lei: “Fin’ora non mi ha mai vista, ma quando mi vedrà non mancherà di vedere la ‘donna’ che c’è in me”. Jay è d’accordo: “Anch’io avevo molti preconcetti sulle persone transgender, che sono spariti una volta che Madhuri mi ha introdotto nel suo mondo”. Madhuri ritiene che parte della colpa per i pregiudizi che circondano le TG vada alla comunità stessa, che non cerca di inserirsi nella società: “I vicini qui non sanno che c’è una TG che vive in mezzo a loro, ma quando lo scopriranno voglio che pensino ‘Fin’ora ha vissuto qui tranquillamente. Perché adesso dovebbe dare problemi?’”. Pur avendo subito l’operazione di riassegnazione del genere nel 2011, Madhuri continua a identificarsi come transgender perché ha intenzione di battersi per i diritti della comunità: “Potrei avere un certificato di matrimonio come donna, non sarebbe certo difficile. Ma perché dovrei farlo?”.

La coppia deve ancora adattarsi alle banalità della vita quotidiana. Si è appena trasferita a Boisar, nell’estrema periferia di Mumbai. Madhuri non ha fretta di sistemarsi nella nuova casa: preferisce occuparsi dei piccoli dettagli, scoprire i negozi, scegliere e comprare nuove tazze da tè, organizzare il viaggio al monte Abu. Non ha smesso di lavorare, ma vuole prendersi una pausa prima di tornare alle sue attività di assistente sociale a tempo pieno e di artista part-time: “Jay vuole assolutamente che continui a danzare, anche se è durissima fare 120 chilometri da Boisar ai vari locali di Mumbai ogni volta che ho una spettacolo” dice guardando severamente suo marito.

Jay è addetto ai macchinari in un’industria metallurgica e sa bene che lo aspettano tempi duri; si sta preparando informandosi sulla materia: “Una volta avuto il certificato di matrimonio, cercheremo di adottare dei bambini. Sarà la prossima grande battaglia” dice, per poi confessare che, a tutta prima, non si sentiva pronto “per tutte queste cose. Le dissi: ‘Non ci credi che ti sposerò e andremo a vivere insieme? Perché preoccuparsi del certificato?’. Ma lei è diversa dalle altre. Non vive solo per se stessa. È per questo, soprattutto, che mi sono innamorato di lei” dice con un gran sorriso.

 

Testo originale: All You Need Is Love: Setting an example for India’s transgender community

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