13 gennaio 1998. Dal fuoco di Alfredo al dialogo di oggi tra Chiesa cattolica e persone LGBT+
Riflessioni di Paolo Spina*
Il 13 gennaio non è una data qualunque per chi vive l’intreccio spesso doloroso tra fede e omosessualità. È una giornata che nasce anche dal ricordo di Alfredo Ormando, che nel 1998 si diede fuoco in piazza San Pietro per denunciare l’esclusione delle persone omosessuali dalla Chiesa. Un gesto estremo, che non può essere giustificato né romanticizzato, ma che resta come una ferita aperta nella coscienza ecclesiale: il grido di chi non ha trovato spazio per vivere insieme identità, amore e fede.
Da allora, qualcosa è cambiato. Sarebbe ingiusto non riconoscerlo. La Chiesa cattolica, soprattutto negli ultimi decenni, ha compiuto passi importanti: ha condannato le cosiddette “terapie riparative”, un tempo tollerate o persino promosse in ambienti ecclesiali e formativi; ha affermato con chiarezza che l’omosessualità non è una malattia; si è espressa con forza contro quei Paesi che criminalizzano le persone LGBT+, arrivando in alcuni casi a infliggere pene detentive o addirittura la morte. In un mondo in cui l’omosessualità è ancora reato in decine di Stati, queste prese di posizione non sono secondarie.
E tuttavia, il cammino è tutt’altro che compiuto. Manca ancora una piena accoglienza delle coppie LGBT+: non esiste per loro la possibilità del matrimonio sacramentale, né un riconoscimento ecclesiale stabile del loro amore come vocazione. L’orientamento omosessuale continua a essere considerato, nei documenti ufficiali, come oggettivamente disordinato, e in alcuni casi è ritenuto limitante o ostativo all’accesso al sacramento dell’Ordine per uomini che desidererebbero diventare diaconi o presbiteri. È una ferita che tocca non solo i diritti, ma la dignità e la coscienza delle persone.
Il bilancio, dunque, è ambivalente: passi avanti reali, ma anche nodi irrisolti che continuano a produrre sofferenza. La Chiesa sembra spesso muoversi su una linea di confine: da un lato la condanna di ogni violenza e discriminazione, dall’altro la fatica a riconoscere pienamente le vite e gli amori delle persone LGBT+ come luoghi autentici di esperienza di Dio.
Eppure, il Vangelo ci consegna un criterio chiaro: Dio non attende che le persone siano “a posto” per incontrarle. Gesù non chiede garanzie morali prima di sedersi a tavola, non stabilisce graduatorie di purezza prima di chiamare; come sulle strade di Galilea, anche oggi la chiamata passa dal margine, e spesso proprio lì si rivela la novità dello Spirito.
La Giornata mondiale per il dialogo tra religioni e omosessualità non è allora una ricorrenza di rivendicazione, ma un invito al discernimento. Chiede alle comunità credenti di ascoltare le storie concrete, di lasciarsi interrogare dalle coscienze, di riconoscere che la dottrina stessa, nella storia della Chiesa, è cresciuta e cambiata grazie a nuovi sguardi, nuove domande, nuove ferite portate alla luce.
Ricordare Alfredo Ormando oggi non significa restare prigionieri del passato, ma assumersi una responsabilità per il futuro.
Significa credere che il dialogo non sia una concessione, ma una dimensione costitutiva della fede, e che una Chiesa capace di camminare con le persone LGBT+ riconoscendo la dignità della loro differenza, e non solo di parlarne timidamente o accoglierle con comprensione, sarà una Chiesa più evangelica, più umana, più fedele a quel Cristo che sceglie, ancora una volta, di farsi trovare dove nessuno guardava.
* Paolo Spina è un medico, appassionato di Sacra Scrittura e teologia femminista e queer. Laureato in Scienze religiose, collabora con il Progetto Cristiani LGBT+ e con La tenda di Gionata scrivendo su temi di attualità e cristianesimo. Le sue riflessioni le trovi raccolte qui.
PER APPROFONDIRE> Ricordando Alfredo Ormando

