A Rimini, con Famiglie in cammino da Fano, Pesaro e Forlì verso Emmaus
Testimonianza di Silvia Zucchini
Famiglie in cammino da Fano, Pesaro, Forlì verso Rimini: poche decine di chilometri per incontrare altri genitori che sono in cammino, mossi dallo stesso desiderio: raccontare la propria storia familiare e promuovere nelle proprie diocesi percorsi di riconoscimento della piena dignità della vita dei nostri figli e figlie LGBTQ+.
Questo è stato l’incontro dei tre gruppi di Famiglie in cammino (Pesaro-Fano, Rimini, Forlì), nati come gemmazione dalle Famiglie in cammino di Bologna, il giorno in cui la liturgia ha proposto il Vangelo dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35).
Come non leggere il cammino dei due discepoli verso Emmaus come figura dei nostri cammini nelle rispettive diocesi?
Conversare e discutere insieme dell’accaduto nelle nostre vite, a partire dal coming out dei nostri figli e figlie, non è stato fondamentale per imparare dalle storie degli altri, per ascoltare risonanze allo stesso smarrimento, per scoprire similitudini di preoccupazioni, per sentire lo stesso vuoto di parola… e poi il vociare insidioso del pregiudizio?
Per ciascuno e ciascuna di noi il cambiamento è arrivato a quella svolta della strada quando si è affiancato un forestiero che ha posto domande scomode, ha ribaltato false certezze e ha spiegato come le nostre vite fossero già scritte, pensate, amate nelle Scritture.
«Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Il cammino prevede il sostare, non per mancanza di forze, ma per pienezza di vita da assaporare alla sera.
Il cammino chiede di fermare i passi, per spostare l’attenzione dal movimento dei piedi al fissare lo sguardo sul volto dell’altro e dell’altra: allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Il riconoscimento è un processo lungo e non sempre facile: richiede un doppio senso di marcia.
In profondità dentro noi stessi: sapersi leggere, ascoltarsi, accogliersi. E in orizzontale, dagli altri verso di noi e ritorno: il riconoscimento è compiuto quando lo si riceve anche dagli altri, quando la nostra vita è guardata con sguardo aperto, senza sconti né censure.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero.
Il riconoscimento apre alla responsabilità della cura delle relazioni e degli sguardi, è amore liberato, è spezzare la propria vita col profumo fragrante della benedizione. In questo siamo stati guidati dalla presenza affettuosa di don Germano Pagliarani, che ha celebrato con noi l’Eucarestia.
Il riconoscimento fa ardere i cuori e promuove lo slancio dell’annuncio: partirono senza indugio e fecero ritorno. Il riconoscimento chiede di essere raccontato e celebrato: narravano ciò che era accaduto lungo la via.

