A volte bisogna gridare forte per farsi sentire

Testimonianza tenuta da Maria Assunta De Angelis (Italia) durante la veglia di preghiera “chiesa casa per tutti, a partire dalle frontiere” ai partecipanti al pellegrinaggio giubilare de “La Tenda di Gionata e le altre associazione” nella chiesa del Gesù di Roma il 5 settembre 2025.
“A volte bisogna gridare forte per farsi sentire e per salvarsi, come fece Bartimeo, quando, nonostante le folle gli intimassero di tacere, lui gridò più forte e Gesù lo ascoltò e lo guarì”.
Buonasera, sono Maria Assunta, moglie di Roberto, mamma di Francesco, ragazzo transgender e di Michaela, ragazza omoaffettiva. Francesco ha 33 anni ed è un compositore musicale, Michaela ha 24 anni ed è una studentessa in medicina.
Anche Francesco dovette gridare forte quel giorno sul letto della sua camera quando mi disse: “Mamma aiutami, sono un uomo intrappolato in un corpo di donna!”. Io, ai piedi del letto, sentii in un attimo tutto il mio mondo e la mia famiglia cadere a pezzi. Ma partiamo dall’inizio.
Francesco quando nacque era una bella bambina di nome Francesca. Fin dai primi anni mostrò spiccate doti intellettive ed artistiche, era molto curiosa, precoce nel suo sviluppo e già all’età di 5 anni suonava il pianoforte.
Tutto si spense alla pubertà: il rendimento scolastico calò drasticamente, sospese la piscina, non aveva più interesse a uscire, a stare con gli amici, a comprare abiti alla moda e non andava più al mare che lui amava tanto.
Io e mio marito Roberto eravamo molto preoccupati ma, alla richiesta di spiegazioni, ottenevamo risposte evasive. La verità era che neppure lui sapeva cosa gli stesse accadendo e solo più tardi capimmo che il suo dolore aveva un nome: disforia di genere. L’unico suo interesse era il computer, passava ore su internet.
Iniziò un percorso di psicoterapia che lo aiutò a capire che era una ragazza omosessuale, ma non era quella la sua vera realtà, perché, nonostante cominciasse a vivere le sue prime esperienze sentimentali, appariva sempre spento e triste.
Unico indizio che ricordo con retroattiva frustrazione, forse lo avrei potuto capire prima, era la presenza nei cassetti di reggiseni compressivi, i binder, e biancheria intima maschile. Ma, come Bartimeo, eravamo tutti ciechi perché la verità faceva troppo male.
Il famoso grido con cui esternò la sua verità arrivò solo in seguito, quando prima di tutto lui si concesse di definirsi persona transgender. A quell’affermazione io uscii dalla stanza, mi diressi nella mia e davanti al crocifisso anch’io gridai: “Cos’altro vuoi da me?”.
La risposta non tardò ad arrivare: “Seguilo in tutto il suo percorso”. Le stesse parole che più tardi sentii pronunciare a piazza San Pietro quando incontrai papa Francesco, a cui raccontai la mia storia, e lui, tenendomi la mano, mi indicò la direzione. Per me fu come se Dio per la seconda volta mi confermasse di fare la sua volontà.
Sono fermamente convinta che, nel corso di questi anni, seguendo mio figlio che piano piano ritrovava se stesso, ho compiuto la volontà di Dio. Perché, grazie alla terapia ormonale, lui è cambiato non solo d’aspetto ma soprattutto interiormente, riappropriandosi di tutta quella bellezza che la disforia gli aveva tolto. Ed io, insieme a lui, mi sentivo una scultrice che aveva in mano un pezzo di marmo e lo lavorava per far uscire l’opera d’arte che era dentro e che io già riuscivo a vedere.
Avrei potuto farmi bloccare dalle persone che avevo intorno, ma anche dalla Chiesa, che ritenevano azzardata la decisione di continuare ad amare mio figlio rendendolo libero di essere se stesso.
Ma ho preferito seguire il mio istinto di madre, abbandonare il mantello esteriore che obbedisce alle regole del conformismo e, con coraggio, seguire l’onda dell’amore, in cui il rischio di sbagliare è previsto ma il risultato che abbiamo ottenuto come famiglia indica che è stata fatta la scelta giusta.
Oggi Francesco è una persona risolta che guarda al suo futuro con entusiasmo e vivendo pienamente la sua vita, facendo fruttare tutti i talenti che Dio gli ha donato e che per troppo tempo erano rimasti congelati.
Io e mio marito siamo genitori diversi da prima, perché guardiamo la vita non più in bianco e nero ma riusciamo a scorgere tutte le sfumature che prima non avevamo la sensibilità di notare.
Per quanto mi riguarda, posso dire che il Signore aveva per me un progetto più grande: diventare la mamma di tutti quei ragazzi e ragazze che non hanno avuto la fortuna di Francesco perché le loro famiglie non ce l’hanno fatta ad accoglierli e li hanno abbandonati.
Ho tanto amore da donare a loro ma anche agli stessi genitori che, pur continuando ad amare i loro figli, non riescono a capire. Li sostengo informandoli e accompagnandoli nel lungo cammino di accettazione, usando il linguaggio del testo biblico, cerco di ridare loro la vista per farli godere di una gioia nuova che proviene da una Vita Nuova.
Faccio tutto questo attraverso:
- Agedo Abruzzo, di cui sono presidente,
- il gruppo Betania, che coordino insieme al parroco della Chiesa “Madonna del Carmelo”, don Valentino Iezzi, e a Cristiano Tavani,
- il gruppo nazionale Vite Nuove, costituito da genitori cristiani con figli transgender,
- collaborando alle iniziative de La Tenda di Gionata,
- collaborando con padre Pino Piva.

