«Abbiamo bisogno di unirci»: il gruppo trans che sfidò la New York di fine Ottocento
Articolo di Molly Sprayregen* pubblicato sul sito web LGBTQ Nation (Stati Uniti) il 24 luglio 2026. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
Nel 1895, in una stanza sopra un locale di Manhattan, una ventina di persone si incontrava in segreto per potersi vestire liberamente, proteggersi dalla violenza e scoprire di non essere sole. Si chiamavano Cercle Hermaphroditos e la loro storia ci porta alle lontane radici della solidarietà trans negli Stati Uniti. Lei lo chiamava l’Underworld, il “mondo sotterraneo”.
Nella Manhattan degli anni Novanta dell’Ottocento, Jennie June, poco più che ventenne e autodefinitasi “androgina”, trovò finalmente il proprio posto in una vasta rete clandestina di persone che non rientravano nelle regole di genere e sessualità dell’epoca. Incontrandosi, scoprivano soprattutto una cosa: non erano strane eccezioni della natura né curiosità da studiare in qualche trattato medico. Esistevano altre persone come loro.
Nella sua autobiografia del 1922, The Female-Impersonators, June racconta gli anni trascorsi alla Paresis Hall, uno dei principali punti di ritrovo di questo mondo sotterraneo. Si trovava a New York nell’attuale 32 Cooper Square, non lontano da Washington Square Park.
Paresis Hall era il nome con cui gli avventori chiamavano la Columbia Hall, un bordello e saloon frequentato da sex worker e da molte persone della sottocultura queer newyorkese. Gli investigatori impegnati nelle campagne contro il “vizio” lo descrivevano invece come un luogo dove avvenivano «pratiche oscene e abominevoli» (Jennie June, The Female-Impersonators, 1922; cit. in Molly Sprayregen, LGBTQ Nation, 24 luglio 2026).
Durante una delle sue prime visite, nel 1895, June scoprì che quel locale era considerato «il quartier generale degli androgini», o delle fairies, come venivano chiamate allora. Era ansiosa di conoscere quante più persone possibile simili a lei e non dovette aspettare molto.
Tre persone che usavano gli pseudonimi Roland Reeves, Manon Lescaut e Prince Pansy le si avvicinarono e le fecero una proposta:
«Una ventina di noi ha formato un piccolo club», le disse Reeves secondo il racconto di June, «il Cercle Hermaphroditos. Abbiamo bisogno di unirci per difenderci dall’aspra persecuzione del mondo» (Jennie June, The Female-Impersonators, 1922; cit. in Molly Sprayregen, LGBTQ Nation, 24 luglio 2026).
È proprio perché Jennie June accettò quell’invito che oggi sappiamo qualcosa di quel “piccolo club”. Un gruppo minuscolo che avrebbe lasciato una traccia molto più grande di quanto i suoi membri potessero immaginare.
Un luogo dove scoprire di non essere soli
Il Cercle Hermaphroditos è considerato il primo gruppo conosciuto negli Stati Uniti nato per offrire sostegno e difesa a persone che oggi potremmo definire trans. Quasi tutto quello che sappiamo della sua esistenza viene dagli scritti di Jennie June.
Per June quel gruppo era innanzitutto un luogo sicuro. Lì poteva vestirsi e comportarsi come si sentiva più a suo agio, ma anche confrontarsi con altre persone e cercare di capire che cosa significasse la propria esperienza in un mondo che le considerava semplicemente dei “degenerati”.
«Un Underworld esiste in tutte le città di una certa grandezza perché la natura umana è quella che è e a causa delle convenzioni sociali imposte dal cieco Overworld» (Jennie June, The Female-Impersonators, 1922).
Per l’epoca era un’affermazione rivoluzionaria. June aveva intuito che le persone queer non erano casi isolati: erano ovunque. E soprattutto cominciava a rovesciare la domanda. Forse il problema non erano loro, ma il mondo che le perseguitava.
Quando un’esperienza personale diventa un problema politico
Eamon Schlotterback, docente alla Northeastern University che studia la letteratura trans, spiega a LGBTQ Nation che per molto tempo gli autori trans hanno raccontato se stessi come persone colpite individualmente da una sorta di «bizzarro problema medico».
Pensarsi in questo modo, osserva, rendeva quasi impossibile immaginare una solidarietà con altre persone nella stessa situazione e, soprattutto, vedere quella condizione anche come «un problema politico» (Eamon Schlotterback, intervista a Molly Sprayregen, LGBTQ Nation, 24 luglio 2026). È qui che il Cercle Hermaphroditos assume un significato particolare.
Non abbiamo notizie di manifestazioni, proteste o vere campagne pubbliche organizzate dal gruppo. Ma il fatto stesso che quelle persone avessero deciso di incontrarsi e sostenersi segnava già un cambiamento profondo: non si consideravano più soltanto individui strani, malati o isolati, ma persone perseguitate per ciò che erano.
Secondo Schlotterback, negli scritti di Jennie June emerge una forte preoccupazione per la vita concreta delle donne trans: poter camminare per strada senza essere aggredite, non finire nelle mani della polizia o in carcere, difendersi dalla violenza sessuale, riuscire a essere se stesse anche davanti alle proprie famiglie.
June stava quindi cominciando a leggere tutto questo come un problema politico e giuridico, e non soltanto psicologico o medico. Ed era molto avanti rispetto al proprio tempo: ancora negli anni Sessanta del Novecento molte donne trans continuavano a raccontarsi come casi unici e isolati (Eamon Schlotterback, LGBTQ Nation, 24 luglio 2026).
June scriveva che il suo obiettivo era salvare migliaia di quelle che chiamava le «innocenti figliastre della Natura» dalle decine di migliaia di anni di carcere che, sommati insieme, venivano inflitti loro, e ottenere l’abolizione delle leggi che permettevano quelle condanne (Jennie June, The Female-Impersonators, 1922).
Voleva anche mettere fine alla lunga serie di omicidi di queste persone e impedire che tante altre arrivassero al suicidio a causa della persecuzione subita.
Joshua Bastian Cole-Kurz, docente di studi di genere, sessualità e giustizia intersezionale agli Hobart and William Smith Colleges, ritiene che, per quanto ne sappiamo poco, il Cercle Hermaphroditos abbia contribuito ad aprire la strada al moderno movimento per i diritti delle persone trans.
Quel gruppo rappresenta uno dei primi esempi conosciuti di persone trans che cercano solidarietà e comunità di fronte a un’ostilità incessante. Senza esperienze come questa, dice Cole-Kurz, «non ci sarebbe stata Stonewall» (Joshua Bastian Cole-Kurz, intervista a Molly Sprayregen, LGBTQ Nation, 24 luglio 2026).
Le due vite di Jennie June
Jennie June nacque nel 1874 in Connecticut, quarta di undici figli, in una famiglia puritana della classe media. Fin da piccola sentiva di essere una ragazza. Era affascinata dagli abiti femminili e cercava ogni occasione per comportarsi e presentarsi come tale.
«Vivere, per quanto possibile, come una ragazza era l’essenza stessa dell’esistenza, per la quale ero disposta a sacrificare tutto il resto» (Jennie June, The Female-Impersonators, 1922).
A sedici anni arrivò finalmente ad ammettere a se stessa di essere «maschio soltanto di nome» (Jennie June, The Female-Impersonators, 1922). Era anche molto istruita. Frequentò l’università a New York e per un breve periodo proseguì gli studi, finché venne espulsa quando si venne a sapere della sua identità di genere.
June aveva così la sensazione di vivere due esistenze completamente diverse. Di giorno apparteneva all’Overworld, il mondo rispettabile: agli occhi degli altri era un giovane uomo bianco, istruito e appartenente alla classe media. Poi c’era l’Underworld, il mondo sotterraneo e scandaloso della Manhattan queer, quello in cui aveva trovato Paresis Hall e persone come lei.
Una stanza al secondo piano
Quando Reeves, Lescaut e Pansy le proposero di entrare nel Cercle Hermaphroditos, le spiegarono che il gruppo accoglieva soltanto quelli che definivano i tipi più “estremi”, quelli a cui piaceva adornarsi con abiti femminili.
La parola transgender ancora non esisteva. Le persone incontrate da June usavano termini molto diversi per parlare di sé: bisessuali, fairies, androgini, imitatori femminili. Parole nate in un contesto molto diverso dal nostro e che non possiamo sovrapporre automaticamente alle identità di oggi.
In una delle conversazioni riportate da June, i membri del gruppo riconoscevano che il resto del mondo avrebbe considerato la loro passione una forma di follia. Ma loro davano un’altra spiegazione: si sentivano «donne psichiche», anime femminili che desideravano vivere nel ruolo e negli abiti delle donne, anche se la natura le aveva fatte nascere in corpi maschili che sentivano estranei (Jennie June, The Female-Impersonators, 1922).
In un altro dialogo denunciavano gli omicidi di quelli che chiamavano «uomini-donne» e «donne-uomini», colpiti per il semplice fatto di essere nati diversi, mentre la società impediva perfino che si parlasse apertamente della loro esistenza (Jennie June, The Female-Impersonators, 1922).
Il Cercle contava circa venti persone, tra i 18 e i 40 anni. June le descrive come persone molto colte, accomunate soprattutto dal desiderio di poter vivere, almeno ogni tanto, nella propria espressione femminile.
Avevano affittato stabilmente una stanza al secondo piano della Paresis Hall. Lì tenevano un armadio pieno di vestiti femminili.
Era una soluzione molto concreta a un problema altrettanto concreto: potevano raggiungere il locale senza attirare l’attenzione, cambiarsi una volta entrate e non essere costrette a percorrere le strade di New York vestite in un modo che avrebbe potuto esporle alla violenza o all’arresto.
Quando erano insieme parlavano di appuntamenti, trucco e moda. Ma parlavano anche dei loro corpi, del sentirsi nate nel corpo sbagliato e della paura che accompagnava continuamente le loro vite.
È esistito davvero il Cercle Hermaphroditos?
Su Jennie June e sul Cercle rimangono moltissime domande senza risposta. Gli storici, per esempio, non conoscono neppure il vero nome di June. Nei suoi scritti e nella sua vita nell’Underworld utilizzò almeno cinque pseudonimi: Raphael Werther, Ralph Werther, Earl Lind, Jennie June e Pussie. E c’è una questione ancora più grande.
Poiché The Female-Impersonators è praticamente l’unica testimonianza che abbiamo del Cercle Hermaphroditos, alcuni studiosi si chiedono se quel gruppo sia realmente esistito nella forma descritta da June.
Sappiamo che Paresis Hall esisteva e che era frequentato da sex worker e da persone che vivevano identità di genere e sessuali molto diverse dalle norme dell’epoca. Non sappiamo però se il Cercle fosse davvero un’organizzazione strutturata o piuttosto una rete informale di persone che si incontravano abitualmente.
Ma perché June avrebbe dovuto inventarlo? Schlotterback pensa che, ricordando quell’esperienza molti anni dopo, June possa averla resa più “ufficiale” di quanto fosse realmente. Ma ormai, dice, la questione le interessa fino a un certo punto. Perché anche solo immaginare una comunità di questo tipo rappresentava una sfida radicale al modo in cui le persone trans venivano pensate e al modo in cui, allora, si poteva immaginare un’azione politica (Eamon Schlotterback, LGBTQ Nation, 24 luglio 2026).
Cole-Kurz è invece scettico sull’idea che June possa aver inventato tutto. L’assenza di documenti non significa necessariamente che qualcosa non sia mai esistito. Molta storia queer è fatta proprio di tracce perdute: documenti distrutti, ignorati, gettati via o deliberatamente cancellati.
E c’è un’altra cosa da ricordare: quel mondo doveva rimanere nascosto per poter sopravvivere.
«Il silenzio era necessario» (Joshua Bastian Cole-Kurz, intervista a Molly Sprayregen, LGBTQ Nation, 24 luglio 2026).
Forse June fu semplicemente l’unica persona abbastanza istruita da scrivere quella storia, abbastanza coraggiosa da raccontarla o abbastanza fortunata da sopravvivere per poterlo fare.
Del resto, osserva Schlotterback, una presenza costante negli scritti di June è il ricordo delle tante donne trans conosciute e poi morte: per suicidio, assassinate oppure consumate dalla povertà (Eamon Schlotterback, LGBTQ Nation, 24 luglio 2026).
Il coraggio di immaginare qualcosa di diverso
Jennie June rimase nel Cercle Hermaphroditos per meno di un anno. Dopo un’irruzione della polizia alla Paresis Hall ebbe troppa paura per tornarci. Eppure quel breve periodo le rimase dentro abbastanza da trovare spazio, molti anni dopo, nel racconto della sua vita.
Che fosse un’organizzazione vera e propria o una rete molto più informale, il Cercle Hermaphroditos rappresenta comunque un passaggio importante nella storia trans americana. Ci ricorda soprattutto che il bisogno di incontrarsi, riconoscersi e proteggersi a vicenda viene da molto lontano.
Il Cercle, dice Cole-Kurz, «non è semplicemente un episodio storico isolato». È uno spazio che ne ha generati altri e che probabilmente, a sua volta, è nato da altri luoghi e altre reti precedenti, di cui oggi non sappiamo più nulla (Joshua Bastian Cole-Kurz, LGBTQ Nation, 24 luglio 2026).
Schlotterback lo riassume in modo ancora più semplice: erano persone in una situazione disperata che si sono messe insieme per rendersi reciprocamente la vita un po’ migliore.
E da questa storia ricava due lezioni. La prima è il coraggio dell’immaginazione: riuscire a prendere un problema e dire che non siamo obbligati a guardarlo con gli occhi di chi ce lo ha imposto. Possiamo ridefinirlo a partire dalla nostra esperienza e dai nostri bisogni.
La seconda riguarda il prendersi cura gli uni degli altri. Quando lo Stato non protegge, quando ci sono repressione, carcere e violenza sessuale, quando ci si sente senza alcun potere, resta comunque possibile incontrarsi, sostenersi e costruire piccole forme di aiuto reciproco, anche se farlo è difficile e pericoloso (Eamon Schlotterback, LGBTQ Nation, 24 luglio 2026).
Forse è proprio questo ciò che rende ancora oggi così potente la storia di quella piccola stanza al secondo piano di un bordello della Manhattan di fine Ottocento: prima ancora di avere le parole che abbiamo oggi per raccontarsi, quelle persone avevano già capito quanto fosse importante trovarsi e non essere più sole. (…)
* Molly Sprayregen è vicedirettrice di LGBTQ Nation e da quasi dieci anni racconta storie e tematiche queer. Ha scritto, tra gli altri, per Them, Out, Forbes, Into e Huffington Post. È laureata in Letteratura inglese e Scrittura creativa all’Università della Pennsylvania e ha conseguito un Master of Fine Arts alla Northwestern University.
Testo originale: A Secret Trans Support Group Met Above a Brothel in 1890s Manhattan. It May Have Changed the World

