Accompagnare pastoralmente le persone LGBT+ cattoliche significa «cercare insieme la verità»
Intervista di Elisa Belotti a don Luca Lunardon pubblicata su Bondings 2.0 di New Ways Ministry (Stati Uniti) il 13 agosto 2026. Liberamente tradotta dai volontari del Progetto Gionata.
Accompagnare qualcuno non significa offrirgli un pezzo di pane o trasmettergli un sapere che già possediamo nella sua interezza. Significa, piuttosto, riconoscere che la verità sta davanti a noi e che siamo chiamati a cercarla insieme.
Il sacerdote e teologo italiano Luca Lunardon ha recentemente pubblicato il volume Incontri che trasformano. Teologia dell’accompagnamento e pratiche di vita (Marcianum Press, 2026, 248 pagine), nel quale riflette sull’accompagnamento pastorale come cammino condiviso, soprattutto nelle situazioni in cui l’insegnamento della Chiesa entra in tensione con l’esperienza concreta delle persone, comprese le persone LGBT+.
Don Luca Lunardon è sacerdote della diocesi di Vicenza e docente di Bioetica e Relazioni presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Vicenza. Ha conseguito il dottorato alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. Elisa Belotti, di Bondings 2.0, il blog di New Ways Ministry (Stati Uniti), lo ha intervistato sul suo modo di intendere l’accompagnamento, il dialogo e la cura pastorale.
Il suo libro si apre dicendo che chi considera la dottrina una verità immutabile e la pastorale semplicemente come la sua applicazione pratica dovrebbe leggere le pagine che seguono. Lei suggerisce che pensare l’accompagnamento pastorale sia un processo molto più complesso. Può spiegarci meglio?
Luca Lunardon: Etimologicamente, accompagnare qualcuno significa «mangiare il pane insieme». Più concretamente, direi che significa percorrere insieme un tratto di strada, come illustra anche la copertina del libro. Non mi riferisco soltanto all’accompagnamento spirituale o a quello tra due persone, ma a ogni esperienza nella quale più persone condividono un cammino, magari all’interno di un gruppo.
Accompagnare qualcuno non significa dargli un pezzo di pane o trasmettergli un sapere che possediamo già nella sua interezza. Significa piuttosto riconoscere che la verità sta davanti a noi e che dobbiamo cercarla insieme. Questo ci chiede di ascoltarci reciprocamente, di lasciarci mettere in discussione e di non considerare un problema il disagio che nasce dal non avere sempre risposte già pronte.
Credo che soltanto così possano nascere forme di accompagnamento liberanti, che non creino dipendenza e non soffochino le persone. Tanto più nella fede cattolica dovremmo vivere tutto questo sapendo di essere guidati dallo Spirito Santo e che il Signore è il primo a camminare in mezzo a noi, ad ascoltarci e a parlarci.
Il suo modo di insegnare «come uno che ha autorità, e non come i loro scribi» (Vangelo secondo Matteo 7,29) dovrebbe illuminare chi ricopre ruoli di responsabilità. Gesù, infatti, non si accontentava di una lettura letterale della legge e non era ossessionato dalla difesa del proprio potere o della propria posizione. Ha vissuto il suo ministero accompagnato dai discepoli, guarendo e imparando attraverso gli incontri. La sua unica preoccupazione era che ogni persona potesse incontrare l’amore di Dio e lasciarsi trasformare dalla sua abbondanza.
Nel libro lei si concentra soprattutto su tre ambiti: le coppie eterosessuali non sposate che convivono, le persone LGBT+ e le coppie che ricorrono alla procreazione medicalmente assistita. In questi campi pastorale e dottrina sembrano non disporre ancora di conoscenze e riferimenti sufficientemente solidi, anche perché è mancato un confronto realmente aperto con le esperienze delle persone coinvolte e con ciò che emerge dalle scienze umane. Di quali strumenti e interlocutori dovrebbe allora servirsi chi accompagna?
Chi accompagna dovrebbe innanzitutto ascoltare realmente le persone: le loro esperienze, le loro paure e i loro desideri più profondi, che non sempre riescono neppure a essere espressi a parole.
Accanto a questo ascolto, che spesso è mancato, dobbiamo imparare ad ascoltare anche altri ambiti del sapere, riconoscendo che non sono neutrali, certo, ma anche che possiedono competenze che noi non abbiamo.
Troppo spesso abbiamo cercato nelle scienze soltanto delle conferme, partendo dal presupposto di sapere già tutto o rivendicando il diritto di pronunciare comunque l’ultima parola. Ancora oggi, per esempio, una parte significativa della Chiesa considera ideologico ciò che le scienze ci dicono sulle persone LGBT+ o ciò che emerge dagli studi di genere, perdendo così il contributo che questi saperi potrebbero offrire.
Credo che mettere al centro la persona umana e la sua autentica fioritura corrisponda anche allo sguardo del nostro Creatore. In questa prospettiva possiamo dialogare con le scienze confrontandoci non soltanto con i dati che ci offrono, ma anche con le loro domande, i loro metodi e i loro approcci.
In passato la teologia non aveva paura di confrontarsi con altri saperi e con posizioni differenti. Era proprio questa una delle caratteristiche fondamentali del metodo di Tommaso d’Aquino. Riconciliarci con i nostri limiti è ciò che rende possibile un dialogo autentico e disinteressato. Vale nel rapporto con le scienze, ma vale anche nelle relazioni tra noi.
Venendo in modo particolare alle persone LGBT+, quali atteggiamenti, pratiche e strumenti possono rendere l’accompagnamento pastorale realmente capace di ascoltare e sostenere le persone, invece di limitarsi ad applicare categorie o risposte prestabilite?
Gli atteggiamenti, le pratiche e gli strumenti proposti nel libro sono in sintonia con il recente documento del Gruppo di studio 9 del Sinodo, Criteri teologici e metodologie sinodali per un discernimento condiviso delle questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti.
In particolare, riflettono un modo di concepire la pastorale non in senso organizzativo o funzionale — «so già quello che devo dire e devo soltanto trovare il modo migliore per dirlo» — ma come creazione di ambienti nei quali le persone possano imparare le une dalle altre.
Nella pastorale con le persone LGBT+ in Italia vedo molti esempi di questo modo di procedere: leggere la Bibbia per comprendere la propria vita alla luce della Parola di Dio; costruire reti tra le persone impegnate nella pastorale; il cammino dei gruppi cattolici LGBT+; la formazione reciproca e permanente; e i pellegrinaggi organizzati ogni estate dal Progetto Cristiani LGBT+.
Tutto questo rende possibile camminare insieme anche là dove le norme della Chiesa e l’insegnamento morale non sono ancora adeguati alla realtà di oggi. Non per amore della novità in sé, né per seguire le mode, ma per rimanere fedeli al Vangelo, che deve poter essere vissuto in ogni situazione della vita.
Nel corso dei secoli la Chiesa ha continuamente plasmato la Tradizione anche attraverso l’adattamento nato dall’incontro con nuove culture e nuove situazioni. Ha modificato il linguaggio attraverso cui esprimere le verità della fede, il modo di celebrare i sacramenti e anche alcune posizioni morali.
È un processo che la Chiesa ha già vissuto molte volte nella sua storia e dal quale possiamo imparare ancora oggi.
Testo originale: Pastoral Accompaniment and LGBT+ Catholics: ‘Seeking the Truth Together


