Agnese d’Assisi: la libertà di una scelta scomoda
Riflessioni di Paolo Spina*
Quando Chiara fuggì dalla casa paterna per seguire Francesco, la sua famiglia reagì con sconcerto e rabbia. Nessuno avrebbe immaginato che pochi giorni dopo, anche la sorella più giovane, Agnese, l’avrebbe raggiunta in segreto.
La tradizione racconta che i parenti cercarono di riportarla con la forza a casa, ma lei, improvvisamente resa “pesantissima”, si aggrappò all’altare, decisa a non rinnegare la scelta del Vangelo. È un’immagine potente: una giovane donna che difende con il proprio corpo la libertà della sua vocazione.
Agnese di Assisi, nata intorno al 1197, condivise con Chiara e le prime sorelle del monastero di San Damiano la vita povera, orante, essenziale. Divenne guida di altre comunità, tra cui quella di Firenze e poi di Monticelli, dove morì nel 1253, pochi mesi dopo la sorella.
Le loro vite scorrono l’una accanto all’altra, distanti eppure vicine: povertà, fraternità, libertà interiore. La loro radicalità non nasce dalla fuga del mondo o dalla smania di ribellione, ma da un amore assoluto per Cristo.
Nelle Lettere di Chiara ad Agnese di Praga, che condivide il nome e lo spirito della sorella minore di Assisi, risuona il linguaggio del cuore libero: “Stringiti allo Sposo povero e crocifisso…”.
Sono parole che descrivono anche Agnese d’Assisi: una donna che ha scelto di non lasciarsi definire dalle aspettative sociali o familiari, ma dalla propria chiamata interiore. La sua povertà non è privazione, ma spazio aperto, libertà di amare senza possedere, di appartenere solo al Vangelo.
Seguire la propria vocazione, allora come oggi, può essere una scelta “scomoda”. Agnese lo seppe bene: la sua fedeltà non fu mai addomesticata, né compiacente.
La sua obbedienza non fu rinuncia di sé, ma coraggio di essere se stessa davanti a Dio e agli altri. E forse ogni vera vocazione porta con sé una dose di scomodità, capace di inquietare – in modo tanto sano quanto santo – le paure e le rigidità delle strutture umane, sociali, perfino ecclesiali.
In questa luce, la testimonianza di Agnese può illuminare anche la chiamata delle persone LGBT+ nella Chiesa: vocazioni spesso faticose da riconoscere, ma preziose, perché fanno emergere la bellezza della diversità e la libertà dell’amore evangelico.
Come Agnese, anch’esse portano nel corpo e nel cuore il desiderio di essere accolte così come sono e di servire Dio nella verità della propria vita.
La loro presenza – come quella di ogni persona che vive la fede a partire da una marginalità – è una ricchezza per la Chiesa, un invito a non temere le differenze ma a lasciarsene trasfigurare.
Agnese d’Assisi ci insegna che la santità non consiste nell’uniformità, ma nel coraggio di essere autentici, restando fedeli al proprio amore, anche quando costa: è quando è difficile amare che si comincia ad amare sul serio.
È da queste vite “scomode” che lo Spirito continua a far nascere nella Chiesa libertà, tenerezza e luce.
* Paolo Spina è un medico, appassionato di Sacra Scrittura e teologia femminista e queer. Laureato in Scienze religiose, collabora con il Progetto Cristiani LGBT+ e con La tenda di Gionata scrivendo su temi di attualità e cristianesimo. Le sue riflessioni le trovi raccolte qui.

