Aiutatemi a vivere! Sono un giovane gay in fuga dall’omofobia di Stato del Tagikistan
Testimonianza di Mansur* tradotta e trascritta da Luigi e Valeria, volontari de La Tenda di Gionata.
Chiamatemi Mansur, anche se il mio vero nome è un altro: per motivi di sicurezza, devo mantenere riservate le mie generalità.
Sono nato in Tagikistan venticinque anni fa e sono gay: in queste due semplici parole c’è tutta la tragedia della mia vita.
In Tagikistan, a differenza di quanto accade in altri Paesi vicini, le relazioni tra due persone adulte e consenzienti dello stesso sesso non sono proibite dalla legge. In teoria.In
In realtà, le persone LGBTQ+ affrontano discriminazioni sistematiche, abusi dalla polizia, ricatti e forte stigma sociale. Non esistono tutele legali contro la discriminazione, i matrimoni omosessuali non sono riconosciuti e la comunità LGBTQ+ vive spesso in clandestinità.
Io stesso sono stato ripetutamente preso di mira dagli agenti a causa del mio orientamento sessuale: più volte stato convocato alla stazione di polizia, intimidito e sottoposto a pressioni affinché fornissi spiegazioni sulla mia vita privata, denunciassi o aiutassi a mettere in trappola altre persone omosessuali.
Esiste anche una lista di “moralità” che raccoglie i dati delle persone LGBTQ+ e, per quel che mi è stato fatto capire, anche il mio nome è in quella lista.
Comprendete bene che non si può vivere così: la sensazione di incertezza e di pericolo è costante. Da alcuni anni, quindi, ho cominciato a pensare seriamente di fuggire, prima che potessero bloccarmi il passaporto o limitare i miei spostamenti.
Ho contattato alcune ONG che supportano le persone LGBTQ+, le associazioni per la protezione internazionale, il comitato indipendente delle Nazioni Unite sull’Orientamento Sessuale e l’Identità di Genere (IE SOGI) ma non ho ricevuto nessuna risposta.
La mattina del 5 giugno 2025, a Bokhtar, agenti delle forze dell’ordine sono venuti a casa mia e mi hanno portato per l’ennesima volta in commissariato. Ancora una volta insulti, minacce, pressioni per indicare i nomi di altri ragazzi gay.
È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: non appena sono stato rilasciato, ho raccolto un po’ di vestiti e i pochi soldi che avevo e sono riuscito ad attraversare il confine con l’Uzbekistan, dove sono rimasto fino alla fine di giugno 2025.Non
ho presentato domanda di asilo in Uzbekistan perché temevo l’espulsione e non ritenevo che in quella nazione vi fosse una protezione sufficiente per le persone LGBTQ+.
Il 30 giugno 2025 ho tentato di entrare in Kirghizistan dall’Uzbekistan, ma mi è stato negato l’ingresso alla frontiera. Le autorità uzbeke mi hanno espulso e rimpatriato in Tagikistan. Altri due mesi di terrore, minacce, vessazioni della polizia.
La notte del 12 agosto 2025 sono fuggito di nascosto, portando con me il passaporto, il telefono e dei soldi, e mi sono diretto verso il confine tra Tagikistan e Kirghizistan. Le guardie di frontiera mi hanno trattenuto per quattro ore, ma alla fine mi è stato permesso di passare e mi sono diretto a Bishkek.
Qui un’associazione che supporta le persone LGBTQ+ mi ha indirizzato in un rifugio dove avrei trovato riparo, alloggio, supporto personale e legale: finalmente un po’ di tranquillità!
Ma anche questa speranza si è tramutata in delusione e terrore: sono stato maltrattato, minacciato, picchiato. I gestori del rifugio mi tenevano praticamente prigioniero e volevano costringermi alla prostituzione, con la minaccia di rispedirmi in Tagikistan.
Dopo venti giorni, finalmente, sono riuscito a scappare, ho cercato giustizia presso avvocati e associazioni umanitarie, ma nessuno mi ha dato un aiuto concreto. Non mi sentivo sicuro neanche lì, dovevo fuggire, ancora una volta.
Il 5 ottobre 2025 ho lasciato il Kirghizistan e sono volato a Tbilisi, in Georgia, dove ora mi trovo. La situazione è certamente migliorata, ma la Georgia non può garantirmi una protezione a lungo termine.
Quando il mio permesso scadrà, sarò costretto a tornare in Tagikistan, con grave rischio per la mia incolumità e la mia vita.
Ho lottato, ho viaggiato in fuga attraverso quattro nazioni, ho contattato persone e organizzazioni, ho cercato aiuto dovunque. Sono esausto.
Vorrei solo un posto dove non debba nascondermi, dove non debba temere l’arresto, la violenza o di essere riconsegnato nelle mani di chi mi ha perseguitato.
Voglio la possibilità di vivere come un essere umano, con dignità. Chiedo troppo?
* La testimonianza è stata raccolta con l’aiuto di Aslan, un gay turkmeno rifugiato in Francia, che sta cercando di aiutare altre persone gay turkmene nella sua stessa situazione (potete leggere la sua storia qui) con il supporto di Alessandro Ludovico Previti. Considerando le esperienze precedenti di minacce e maltrattamenti e la mancanza di tutela antidiscriminazione, il rimpatrio in Tagikistan comporta un rischio reale di trattamenti crudeli e degradanti e una minaccia reale per la vita e per la salute. Per questo La Tenda di Gionata sta cercando di aiutare Mansur a spostarsi in un luogo sicuro e ad avviare la richiesta di protezione internazionale. Ogni aiuto è benvenuto.

