Al Religious Pride di Amsterdam, i cattolici LGBT+ raccontano il loro posto nella Chiesa
Intervista di Elisa Belotti a Ramon Roks, pubblicata su New Ways Ministry (Stati Uniti) il 26 agosto 2026. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata
Durante il WorldPride Amsterdam 2026, il Religious Pride ha portato nel cuore del Pride celebrazioni religiose, incontri, riflessioni teologiche e dialogo interreligioso. Tra le realtà presenti anche il Werkverband van Katholieke Homo-Pastores (WKHP), rete olandese di operatori pastorali e teologi cattolici LGBT+.
Il Religious Pride è infatti una parte specifica del programma ufficiale del Pride di Amsterdam e riunisce persone LGBT+ appartenenti a religioni e confessioni diverse per pregare, dialogare, riflettere e costruire comunità. Durante il WorldPride Amsterdam 2026, che si è svolto dal 25 luglio all’8 agosto, il programma ha dato particolare visibilità alle persone LGBT+ credenti, mostrando che fede e identità queer non devono necessariamente escludersi a vicenda (Religious Pride Amsterdam; WorldPride Amsterdam 2026).
Tra le voci cattoliche che vi hanno preso parte c’era il Werkverband van Katholieke Homo-Pastores (WKHP), che potremmo tradurre come “Associazione degli operatori pastorali cattolici gay”, una rete olandese di operatori pastorali e teologi cattolici LGBT+.
Ramon Roks, operatore pastorale e membro del consiglio direttivo del WKHP, quest’anno ha rappresentato l’associazione nel comitato del Religious Pride e nell’organizzazione del Religious WorldPride. È intervenuto anche durante la celebrazione ecumenica del Pride di Amsterdam.
Elisa Belotti lo ha intervistato per Bondings 2.0, il blog di New Ways Ministry, sulla sua esperienza al Religious Pride di quest’anno e sul posto delle persone cattoliche LGBT+ nella Chiesa olandese.
Ripensando al programma del Religious Pride e del WorldPride di quest’anno, c’è stato un evento, una celebrazione o un momento che hai trovato particolarmente significativo? Perché?
Ci sono state due iniziative alle quali ho partecipato che mi sono sembrate particolarmente significative: l’annuale celebrazione religiosa del Pride e la presenza del comitato del Religious Pride con uno stand nell’area espositiva del Pride Village.
Come co-responsabile della celebrazione, ciò che mi ha emozionato più di tutto è stato trovarci fianco a fianco, come guide della preghiera provenienti da confessioni diverse, in una chiesa piena di persone che, a loro volta, arrivavano dalle esperienze più diverse.
Ognuno di noi ha la propria storia, la propria lotta con la propria Chiesa, eppure lì troviamo qualcosa che abbraccia e supera tutto questo. Tanti di noi sanno cosa significa non trovare spazio nella propria Chiesa; qui, invece, quello spazio ce lo prendiamo insieme e lo celebriamo nel cuore del Pride di Amsterdam.
Trovo particolarmente bella anche la presenza al Pride Village, perché non è soltanto ecumenica, ma anche interreligiosa. Siamo lì e incontriamo i visitatori e le persone che partecipano agli eventi del Pride, parlando con loro.
Ricordo una giovane donna che ci raccontò di aver lasciato la propria Chiesa e di aver poi trovato una nuova comunità di fede, più accogliente. Essere presenti con uno stand è, in senso ampio, una forma di presenza pastorale: comunica accoglienza e riconoscimento da parte del mondo religioso, che purtroppo non sempre, in passato, ha saputo farlo (Ramon Roks, intervista a New Ways Ministry, 26 agosto 2026).
Che cosa significa per te avere una presenza religiosa così visibile e strutturata all’interno del WorldPride, con celebrazioni, dibattiti teologici, pellegrinaggi e spazi dedicati alle persone LGBT+ credenti? Che cosa aggiunge tutto questo all’esperienza del Pride?
È una testimonianza del fatto che queste due dimensioni della propria identità non devono necessariamente escludersi a vicenda. Il programma del Religious Pride mostra che si può essere contemporaneamente LGBT+ e credenti, anche se in molti casi non è facile. Entrambe sono forme di identità e modi di appartenere a una comunità.
Per una persona alla quale è sempre stato detto – o che ha finito per convincersi – che la fede e l’essere LGBT+ non possano stare insieme, può essere profondamente significativo vedere ministri religiosi e credenti essere lì apertamente, con naturalezza.
È importante anche il fatto che tutto questo faccia parte ufficialmente dell’organizzazione del Pride e non sia qualcosa di nascosto o relegato ai margini. In questo modo la fede trova un posto visibile all’interno della manifestazione e viene lanciato un messaggio a tutta la comunità, credenti e non credenti: la religione può essere anche un’alleata, non soltanto un’avversaria (Ramon Roks, intervista a New Ways Ministry, 26 agosto 2026).
Nei Paesi Bassi la Chiesa cattolica romana non è particolarmente aperta sulle questioni LGBT+ e molte persone LGBT+ hanno lasciato la Chiesa. Come vive il WKHP questo rapporto? Che cosa significa oggi avere una realtà pastorale cattolica LGBT+ nei Paesi Bassi e quale rapporto avete con il resto della Chiesa cattolica?
Il WKHP esiste dal 1980. Negli ultimi anni la Chiesa cattolica romana istituzionale nei Paesi Bassi è diventata sempre più conservatrice. A differenza di quanto avviene in altri Paesi europei, nei Paesi Bassi nessuna diocesi ha una pastorale LGBT+ ufficiale.
Come WKHP cerchiamo il dialogo con la Chiesa, ma spesso è un rapporto a senso unico: la maggior parte dei vescovi non vuole parlare con noi e non vuole avere nulla a che fare con la comunità LGBT+. Fortunatamente c’è qualche eccezione e siamo riusciti ad avere alcuni contatti, ancora molto prudenti, che desideriamo mantenere.
Come pastori e teologi queer del WKHP abbiamo scelto di continuare a porre noi stessi queste questioni, anche al di fuori delle strutture ufficiali della Chiesa. Per noi è importante far capire che nella nostra Chiesa esiste anche un’altra voce.
Molti cattolici LGBT+, compresi alcuni nostri membri, hanno già lasciato la Chiesa. Eppure esiste un grande gruppo di persone che continua a sentirsi legato alla religione o che si riconosce culturalmente come cattolico. Inoltre, nelle normali comunità parrocchiali si incontra spesso un clima più aperto e progressista rispetto a questi temi.
Noi non vogliamo lasciarci cacciare via. Restiamo visibili, disponibili all’incontro e facciamo sentire la nostra voce.
Cerchiamo alleati anche nel movimento ecumenico, come l’European Forum of LGBTIQ+ Christian Groups e il Global Network of Rainbow Catholics (GNRC) (Ramon Roks, intervista a New Ways Ministry, 26 agosto 2026).
Il WKHP è stato una delle presenze cattoliche all’interno di un programma che ha riunito diverse confessioni cristiane e altre tradizioni religiose. Che cosa pensi possa offrire questo tipo di collaborazione ecumenica e interreligiosa alla comunità cattolica LGBT+ – e forse alla Chiesa intera – che le singole comunità, lavorando da sole, non riescono a offrire?
Nei Paesi Bassi abbiamo un panorama religioso molto diversificato. Non esiste un’unica Chiesa nazionale e una parte molto ampia della popolazione è secolarizzata. Non molte persone conoscono tutte le diverse comunità ecclesiali indipendenti.
Anche persone che si sono ormai allontanate dalla Chiesa reagiscono positivamente quando riusciamo a superare le nostre differenze, quando i gruppi religiosi uniscono le forze e si schierano insieme per una maggiore inclusione nelle comunità di fede e nella società.
Ogni comunità, presa singolarmente, è piccola e rischia facilmente di passare inosservata. E ciascuno di noi deve affrontare da solo le resistenze presenti nella propria tradizione.
Insieme, invece, diventiamo visibili in un modo che un singolo gruppo non potrebbe mai riuscire a essere.
Possiamo sostenerci gli uni gli altri quando le nostre Chiese ci ostacolano e, nello stesso tempo, offrire una testimonianza a una società secolarizzata che spesso dà per scontato che religione e accoglienza delle persone LGBT+ siano incompatibili (Ramon Roks, intervista a New Ways Ministry, 26 agosto 2026).
Per approfondire
Nel 1989 il WKHP pubblicò una lettera pastorale intitolata Called to Blessing: A Pastoral Letter on Faith and Homosexuality (“Chiamati alla benedizione. Lettera pastorale su fede e omosessualità”).
Fu uno dei primi documenti in cui ministri cattolici chiedevano una pastorale più accogliente e capace di riconoscere pienamente le persone lesbiche e gay. Il testo è oggi conservato nell’archivio online di New Ways Ministry, nella raccolta Voices of Hope: A Collection of Positive Catholic Writings on Lesbian and Gay Issues, 1973–1995, curata da suor Jeannine Gramick e padre Robert Nugent e pubblicata originariamente in volume nel 1995.
La raccolta conserva numerosi documenti e prese di posizione pastorali cattoliche sulle tematiche LGBT+ degli anni Settanta, Ottanta e Novanta (New Ways Ministry, Voices of Hope).
Testo originale: At Amsterdam’s Religious Pride, LGBTQ+ Catholics Claim Their Place in the Church

