Amado mio. Ti scriverò la canzone più bella del mondo
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Caro Gionata, ti chiamerò così per diversi motivi: hai fatto vibrare la mia anima e il mio corpo come l’arpa di Davide e sei stato più caro e dolce per me di tanti altri amori; né tu né io siamo pronti a rivelare all’esterno certe cose, e non ce ne frega più di tanto; ti ho perduto, come Davide perse Gionata, ma non perché tu sia morto (grazie a Dio stai bene!), bensì perché purtroppo vivi dall’altra parte del mondo e un oceano intero ha deciso di mettersi tra noi.
Da tanto non mi mettevo con calma a scrivere e a pensare a qualcosa che venisse dal mio cuore… Forse avevo deciso di barricarmi dietro i miei progetti, le mie attività, le mie distrazioni proprio per non pensare… per non sentire… per non desiderare. E in fondo ho fatto questo per la mia intera vita.
Gli ultimi due anni sono stati un incubo: svegliarsi e rendersi conto di aver lasciato che qualcuno abusasse della tua anima, dei tuoi desideri, della tua persona non è qualcosa che si supera facilmente, forse non si supera mai. E soprattutto se sei costretto, anche per lavoro, a vivere insieme a gente che abusa ogni giorno del proprio potere perché convinta di averlo ricevuto da Dio (quando invece l’ha ricevuto da parenti, amici o sodali) e convinta pure che persone come noi siano da “riparare”…
Ma non solo “come noi” per l’aspetto che puoi immaginare; no, “come noi” vuol dire semplicemente qualcuno che abbia un cuore, un cervello, delle emozioni che non possano essere classificate o gestite semplicemente come “dottrina della Chiesa” o comandamenti di Dio.
Ma a che serve parlare di loro, quando posso parlare di noi e di quello che sei riuscito a fare? Ripararmi dai riparatori!
Sono più vicino ormai ai cinquanta che ai quaranta, ma fino a un anno fa non avevo mai osato neppure dare un bacio… Hai presente quei film scemi tipo “Mai stata baciata” o “Quarant’anni: vergine”? Beh, io ho superato persino Hollywood con la mia forza di volontà, con la mia ostinazione nel negarmi qualunque cosa, con la mia stoica determinazione di morire prima di cedere a tu sai cosa. E alla fine mi sono negato tutto: carriera, affetti, desideri… le cose più semplici, perché convinto da un santo “uomo” di Chiesa di essere eunuco e di dovermi fare ancora più eunuco per il Regno di Dio.
Con tutte queste lotte interiori ed esteriori, non ti aspettavo più.
Ci siamo conosciuti per caso tramite i social, siamo rimasti in contatto, senza incontrarci di persona, per colpa di quello che io chiamo il maledetto oceano! Abbiamo parlato, ci siamo avvicinati, scontrati, smesso di parlarci e riavvicinati. Finché, un paio di mesi fa, non è arrivata la notizia: saresti venuto a Roma a conoscermi. E non ho detto di no. Ti ho aperto le porte della mia nuova casa, dove nessuno era ancora entrato e dove non avevo ricordi, ma dove ogni cosa adesso mi ricorda te.
Tante cose mi avevano colpito di te sin dalle nostre videochiamate durate ore a parlare di tutto: il sorriso, la profondità, la tua bellezza incredibile, esteriore e interiore, la dolcezza e la virilità che convivono nei tuoi occhi da bambino; l’amore per ciò che è bello, per la cucina, i viaggi, la vita; la grandezza della tua anima che si nasconde dietro quell’irresistibile espressione sbarazzina e un po’ furbetta.
E quando ti ho visto di persona, stanco, alle 3 del mattino che venivi da Fiumicino, ho avuto la conferma di tutto.
Avevo paura, sai? Ci sono cose che io non so fare bene, non capisco ancora bene, almeno così pensavo. Ma ti avevo promesso un tiramisù e ho mantenuto questa e altre promesse a te e a me stesso.
Come descrivere i tre giorni che abbiamo vissuto? Le passeggiate e la chiacchierata su una panchina a Villa Pamphili; le mangiate di tiramisù, carbonara, pizza; il Gianicolo e il Colosseo, Roma di giorno e di notte in motorino Cooltra, con te dietro che ti stringevi a me e mi parlavi o ridevi o facevi finta di aver paura per l’autobus che sembrava volerci investire; le canzoni cantate e suonate insieme; le risate e le lacrime. E quelle tue foto di noi e di me, in cui persino io, attraverso i tuoi occhi e le tue parole, mi sono visto e sentito bellissimo, tanto da cambiare la mia immagine del profilo sui social e usare la foto che tu mi avevi scattato.
E l’amore… Le ore a letto a baciarci e abbracciarci senza dover per forza fare altro e, anche quando accadeva qualcosa di più, non era che parte di qualcosa di più grande, un’estasi dell’anima prima che del corpo. Che bello era vederti senza niente addosso che mi sorridevi e mi abbracciavi, e io stavo davanti a te, lasciandomi guardare, senza vergogna e senza paura. Che bello sentire che non ero più solo un “io”, ma un “noi”.
Sapevamo che sarebbe durata solo tre giorni e ci siamo detti che non potevamo impegnarci, la distanza è troppa. E tu hai detto qualcosa di bellissimo: che sarebbero stati, e lo sono stati, tre giorni in cui semplicemente “esistere”, io e te, insieme, mano nella mano.
Quando te ne sei andato, inizialmente ero talmente stanco e sopraffatto da tutto che non ho provato nulla. Ti ho lasciato all’aeroporto e sono tornato da solo in città in macchina. Non sentivo niente.
Ma non appena ho varcato la soglia di casa e mi sono ritrovato di nuovo solo, circondato da ricordi troppo nuovi eppure così antichi, sono scoppiato a piangere come raramente mi è capitato nella vita, e da una settimana piango. Però non è solo per il dispiacere che tu te ne sia andato e il rimpianto di non aver voluto provare mai nella vita qualcosa di così bello e così puro come quello che ho vissuto con te. No, come mi ha detto un amico, è il pianto di un bambino che nasce, dopo un parto travagliato e faticoso, che nel mio caso è durato molti, molti anni.
Mi ritornavano in mente canzoni, ricordi, emozioni e parole chiuse a chiave in un cassetto che non volevo aprire; amori che non volevo, per pudicizia, chiamare amori, e che non mi sono mai permesso di vivere fino in fondo. Pensavo di non aver mai amato, avevo creduto, perché mi avevano convinto in questo senso, di non essere capace di amare.
E dopo tanto tempo ho parlato con Dio, gridando a lui, chiedendogli perché avessi dovuto subire l’ennesima perdita, l’ennesima sconfitta. Poi ho capito che così non era: non sono sconfitto, anzi, Dio si è talmente ostinato con me da avermi voluto far provare ciò che avevo sempre respinto (e che pure gli avevo chiesto di poter provare almeno una volta prima di morire). E allora l’ho ringraziato e ho ripensato a tutto: amando te, sorridendo a te, baciando e abbracciando te, ho amato me stesso, ho scoperto quanto sono bello, capace di amare, degno e meritevole di essere amato. C’è solo una cosa che non mi torna: perché, ora che l’ho capito, non vorrei viverlo con altri se non con te?
Dimmi, amico mio, tu che hai già vissuto diversi amori, relazioni, convivenze, come si chiama quello che provo? Non può essere amore, perché l’amore è conoscenza, quotidianità, pazienza, accettazione anche dei difetti dell’altro. Tutte queste cose tra noi non ci sono state e forse non ci saranno mai.
Eppure, con il passare dei giorni, ora che non è rimasta traccia di te in casa mia (ho lavato le lenzuola, finito gli avanzi di cibo, spazzato il pavimento dove erano caduti dei tuoi capelli, rimosso un alone di gel sulla spalliera del letto dove ti eri appoggiato… Ma l’ho baciata prima di passarvi la spugna!), mi accorgo che non riesco a cancellare neanche una traccia di te dal mio cuore.
Penso a te ogni giorno, a volte ti parlo, ora ti scrivo, piango in continuazione, vorrei gridare al mondo quello che provo e il fuoco che mi divora, ma non posso farlo, specie nell’ambiente “cristiano” in cui mi trovo a vivere e lavorare, mio malgrado, in mezzo a gente che una grande poetessa definirebbe “irrazionale e priva d’ingegno”, e io con lei, perché mai e poi mai potrebbero capire – né si sforzerebbero di farlo – quello che io e te, “noi” abbiamo vissuto, e che per me è stato più puro di qualunque cosa io abbia mai vissuto finora.
Non ti ho detto molte delle cose che sto scrivendo qui e non so se mai te le dirò, perché ho paura di risultare “pesante” ed esagerato. Capisco che per me ciò che è stato ha molto più valore e peso di quanto non ne abbia per te, perché a me non era mai successo prima di mangiare, amare, dormire, svegliarmi, suonare, cantare, guardare tramonti con una persona. E sentirmi vivo. Magari mi dimenticherai a breve, e non ti chiederò di ricordarmi. Non ti chiederò nulla, ma mi ritengo fortunato ad averti avuto e ad averti, in qualche modo, nella mia vita. Sarò tuo amico.
Guardando la nostra panchina dove non ci sei, il lato del letto dove non sei e il cuscino che ancora ha il tuo profumo e istintivamente la sera accarezzo prima di dormire, i tiramisù, i tramonti sull’Isola tiberina, ho realizzato una cosa: che ti ho amato, e con tutto me stesso. E amando te, ho amato me stesso e Dio.
Non tornerò mai più alla religiosità di prima, ma tu mi hai restituito Dio, perché mi hai fatto capire che Dio ama tutto di me, che si preoccupa per me, che nulla di ciò che è mio gli è indifferente e che soffre, soffre terribilmente quando io soffro.
Forse c’era bisogno che abbassassi tutte le mie difese, fossi completamente atterrato dalla vita per capire che quanto io ed altri abbiamo tentato di “riparare” in realtà era – ed è – una bellissima persona che ora si è resa conto di avere le ali e di essere in grado di volare! Senza di te, non sarei potuto volare così in alto né scendere così in profondità da vedermi, vedermi tutto, e amarmi, senza più bisogno che altri mi diano o neghino il permesso di essere, di vivere, di esistere, come insieme a te sono esistito.
In una canzone che entrambi amiamo, e che parla di separazione, una persona dice all’altra:
Non so se ti ricordi più di me. Ci siamo conosciuti tanto tempo fa, io, tu, il mare, il cielo e chi mi ha condotto a te. Hai abbracciato i miei abbracci, vegliando su quel momento anche se per me era il primo e lo custodivo dentro di me. Se potessi rinascere, vorrei vederti ancora ogni mattina, e sempre con lo stesso sorriso che avevi quella volta.
Ti scriverò la canzone più bella del mondo, catturerò la nostra storia anche solo per un secondo. Un giorno vedrai che questo matto non si dimentica, anche se passano gli anni della tua vita.
Il giorno in cui ci siamo detti addio, su questa spiaggia che è la mia vita ti ho fatto una promessa: rivederti ancora. Oggi sono più di cinquanta estati che non ci vediamo, io, tu, il mare, il cielo e chi mi ha condotto a te. Se potessi rinascere, vorrei vederti ancora ogni mattina, e sempre con lo stesso sorriso che avevi quella volta.
Ti scriverò la canzone più bella catturerò la nostra storia anche solo per un secondo Un giorno vedrai che questo matto non si dimentica, anche se passano gli anni della tua vita.
Dovevo scriverla tutta, questa canzone, perché ci rappresenta. E anch’io ti ho fatto una promessa, e me la sono fatta fare: ti scriverò – e mi scriverai – la canzone più bella del mondo, che sarà la nostra vita, vissuta pienamente, anche se non ci dovessimo mai più rivedere. Sarà una vita in cui in qualche modo ci sarai anche tu, e userò le ali che ho scoperto di avere per volare e fare della mia esistenza un capolavoro.
Per il momento, devo lasciarti andare, ma con le parole di Ornella Vanoni in una sua grandissima canzone, “Io come farò”, consapevole che, quando l’amore (o l’innamoramento o quello che sia) ti coglie alla sprovvista, e ti lascia poi all’improvviso, tu cambi ma intorno a te il mondo continua con le sue monotonie, e tu non puoi che dirti:
Mi sento fuori posto, faccio fatica a crescere.
Ripeto la mia parte ma ormai non so più crederci
Un sorriso, un pagliaccio che canta posso inventarmi io
Una storia più ricca e felice posso inventarmi io
Ma poi, ma poi non lo so.
Io come farò a inventarmi te per poterti davvero toccare.
Io come farò a imparare che si può vivere senza un amore?
I tuoi occhi no, la tua bocca no, io non me li posso inventare.
La presenza no, la tua assenza no, io non me la posso inventare.

