Ancora su don Ravagnani e poi basta!
Riflessioni di Massimo Battaglio
Continuano a sollecitarmi sulla clamorosa “svestizione” di don Alberto Ravagnani. Ma io non sono un prete. Cosa posso dire di ciò che può portare un sacerdote a lasciare il ministero?
Cercherò di comunicare cosa ho pensato, perché comunque, varie riflessioni, la cosa, ha suscitato anche a me. Cercherò di non diffamare nessuno. Mi terrò sul generico, ben sapendo che la storia di Alberto è molto simile a quella di tanti altri, solo gestita in modo meno casuale e più definitivo.
Giustamente, mi fa notare un mio amico: “Un libro – La Scelta, quello che Ravagnani ha fatto uscire proprio in queste ultime ore – non si scrive, edita e stampa in pochi giorni”. E poi: “non si comunica al proprio vescovo la rinuncia al ministero sacerdotale il giorno prima”.
In effetti, la parabola del prete influencer lascia intendere che, da un bel po’, egli stava progettando la propria uscita. Ci sono elementi, come ricorda sempre il mio amico, che vanno in questa direzione:
“Nei video degli ultimi mesi era passato dal contenuto spirituale (peccato, confessione, amore di Dio etc) alla narrazione di se stesso (perché il Giubileo dei giovani in realtà è stato un flop, la mia infanzia, la mia palestra, le mie foto da gymbro, i miei integratori, le ospitate nei podcast dove parla della sua vita senza accenni alla sua fede, etc). C’erano anche tanti video vaghi dove si parlava genericamente di scelta: l’anno della scelta, l’anno del cambiamento etc. Come se fossero dei teaser criptici. E’ stata una tipica operazione da content creator in vista di un cambiamento di brand”.
“Il confine tra essere nel mondo ed essere del mondo si è fatto sottilissimo”, mi scrive ancora il mio amico. Io direi che il don, che ha creduto tantissimo nel proprio personaggio e ha investito i ricavi in opere forse un po’ troppo grandiose fino a creare una “fraternità” di giovani, si è lasciato gradualmente fagocitare dal complicato strumento del web, passando dall’identità di prete youtuber a quella di youtuber e basta, i cui contenuti sono sempre meno vicini alla mission e sempre più tesi a tenere in piedi tutta la baracca.
Mi permetterei però di andare più a fondo, a costo di essere sgradito.
Sin dall’inizio, da quando don Alberto raccontava della propria vocazione come di un colpo di fulmine, ho iniziato a sospettare che qualcosa non andasse, che ci fosse del non detto, che le sue parole accattivanti nascondessero fragilità profonde.
Le vocazioni infatti, tutte le vocazioni, si scoprono pian piano. Dio chiama Samuele per tre volte, nella notte, e lo fa con un sussurro. Nemmeno san Paolo si convertì grazie alla caduta da cavallo. Ci fu un lungo periodo di ripensamento, che iniziò prima e si concluse dopo, al termine del quale l’apostolo si scoprì (non si inventò) cristiano.
Ravagnani no: lui ci raccontava che volle andare prete e via. Perché gli sembrava una figata. A parte l’idea di prete “fulminato” che rischiava di trasmettere – idea che finisce per tenere ben lontani dal sacerdozio altri giovani poiché non si ritengono sufficientemente illuminati e/o fulminati – cosa non ci voleva dire?
Forse era sincero. Forse voleva fare colpo. Magari non sapeva semplicemente cos’altro dire. Quest’ultima ipotesi, mi pare di poterla confermare attraverso la banalità e la vecchiezza dei contenuti che trasmetteva con quella specie di vestito nuovo, banalità espresse con battute brillandi ma che rivelavano spesso un contenuto scarso e stantio, privo di una riflessione menché aggiornata.
Alla fine, Ravagnani sembrava non essere molto diverso da quei numerosi preti che non hanno mai veramente seguito un percorso formativo impegnativo, che si sono limitati a nutrire l’entusiasmo. Spiegava le solite robe di teologia spicciola mettendoci dentro qualche spolverata di magistero e di psicologia (Sacra Scrittura manco a parlarne) e lasciava capire che anche le sue esperienze di servizio pastorale non si fossero mai spinte al di là del gioco. Un gioco serio e molto ben organizzato, ma sempre un gioco.
In un particolare settore, quello della sessualità, era una vera frana. Sembrava quasi che stesse vietando a se stesso di approfondire le proprie inadeguatissime conoscenze. Pareva quasi che ripetesse cose in cui non credeva manco per niente o che credeva per forza. Come se vivesse nel timore di risultare sgradito ai propri superiori, al proprio pubblico e forse a se stesso. Abbiamo più volte segnalato le sue espressioni al limite dell’omofobia; gli ho scritto anche privatamente; non ha mai risposto.
E, nell’attesa delle risposte mai arrivate, mi immaginavo che tipo potesse essere al di là del web. Me lo figuravo un po’ come quei ragazzi, ancora troppo numerosi, che, scoprendo qualcosa di “diverso” nel proprio intimo, lo scambiano per una “vocazione” e pensano di risolvere tutto nascondendosi in sacrestia. Ma i nascondimenti, prima o poi, presentano il conto.
A un certo punto, don Alberto si è imbattuto in un uomo, un ragazzo omosessuale (lo dice lui stesso) che lo ha messo in crisi. Allora ha fatto ciò che dovrebbe fare qualunque persona onesta e intelligente: prepararsi a cambiare vita.
Lo ha fatto coi suoi metodi perché non ne conosceva altri e perché gli avevano garantito un certo successo. Lo ha fatto col suo carattere, quello che nel tempo si era de-formato, tirandosi dietro la vanità accumulata e l’attitudine a calcolare le mosse. E lo ha fatto col sostegno di tutta la “fraternità” che aveva tirato su e che funzionava ormai come una perfetta azienda promozione per influencer.
Ed è caduto in piedi.
Nel frattempo ha “suscitato” altre “vocazioni” e, pare, fatto anche qualche danno. Questo mi fa perdere l’empatia che sarei disposto a provare per lui che, tutto sommato, ha fatto ciò che tanti altri non hanno il coraggio di fare: mollare quel diavolo di veste comoda ma inadatta.
Tanti, questo coraggio, non ce l’hanno. Tanti altri lo avrebbero ma non ne vedono la possibilità e non la cercano (occorre ricordare che fare il prete garantisce comunque un “posto fisso” e un po’ di prestigio; andarsene comporta valanghe di ingiusto biasimo e seri problemi economici). E così preferiscono continuare piuttosto a raccontare bugie, a fare gli omofobi e i moralisti di facciata, a far male agli altri prima che a se stessi nel tentativo nemmeno tanto inconsapevole di trascinare gli altri nella propria infelicità.
Don Alberto, con tutta la sua astuzia di lucana memoria (penso alla parabola dell’amministratore disonesto in Lc 16,9-15), è stato più serio. Ha usato la scaltrezza (la “disonesta ricchezza”, dice Luca) per farsi degli amici, per prepararsi un onesto paracadute.
Non gli auguro dunque la fine dei pavidi, né di sprofondare nell’oblio (il che segnerebbe un punto a favore dei tradizionalisti, per i quali un prete “spiritoso” non può essere “spirituale” e quindi è già un eretico). Mi piacerebbe piuttosto che trovasse anche il modo di chiedere scusa. Chiedere scusa è bellissimo. E’ il primo passo per liberarsi davvero.

