Blue Christmas. Quando il Natale mette in difficoltà le persone queer
Riflessione di Tash Hilterscheid* pubblicata sul blog Kreuz & Queer** del portale evangelisch.de (Germania) il 17 dicembre 2025. Liberamente tradotta dai volontari del Progetto Gionata.
“Natale, la festa dell’amore? Non per tutte e tutti.” Per molte persone queer il Natale diventa spesso un esercizio di equilibrio continuo tra finzione e desiderio: sorridere mentre la famiglia fa finta che il coming out non sia mai avvenuto. Tacere per non rompere una pace fragile. Oppure scegliere di festeggiare completamente da sole. Ma cosa succederebbe se, invece, dessimo semplicemente spazio alla tristezza?
Il Natale viene raccontato come la festa della gioia, dell’intimità e dell’amore. Di solito vissuta in famiglia. L’immagine del Natale “riuscito”, con l’albero appena cresciuto e le decorazioni scintillanti, pesa parecchio. E non genera solo attesa felice. Perché spesso, proprio in quel contesto, si ritrovano insieme persone che in realtà non sono affatto contente di rivedersi.
Allo stesso tempo, però, esiste una sorta di comandamento non detto del Natale: evitare qualsiasi argomento che possa creare tensione o disturbare l’atmosfera. Così non c’è spazio per chiarimenti veri. Si alza il volume della musica natalizia e si riempie ancora di più la tavola. A volte funziona. A volte no.
Per molte persone queer il Natale è uno sforzo emotivo enorme, a qualsiasi età. Da bambini, da adolescenti o da adulti. Quando la famiglia non rispetta il proprio coming out, anche quella sera bisogna comunque sorridere. Per il quieto vivere. “E guai se Sabine dice di nuovo che adesso si chiama Samuel.” “E se Maximilian si presenta ancora con un vestito, rovinerà tutta la festa.” La pressione pesa anche su chi non ha ancora fatto coming out. Perché quella potrebbe sembrare l’occasione giusta: c’è tutta la famiglia. Ma farlo “rovinerebbe tutto”.
Conosco anche molte persone queer che hanno interrotto i rapporti con la propria famiglia, proprio perché non sono state rispettate per ciò che sono. Quando il Natale si avvicina, però, riaffiora comunque una nostalgia. Anche se quelle feste sono state spesso logoranti, il sogno del “Natale dell’amore” resta. E resta il dolore di aver dovuto rinunciare alla propria famiglia per rimanere fedeli a se stessi. Il dolore di una relazione in cui l’amore non ha retto.
In Nord America si è diffusa una tradizione liturgica chiamata “Blue Christmas”. Seguendo il significato dell’espressione to feel blue, sentirsi tristi, si tratta di celebrazioni natalizie in cui c’è spazio per la malinconia e il dolore. Questa tradizione nasce nel contesto del movimento hospice.
Anche il ricordo delle persone morte, infatti, può diventare particolarmente opprimente a Natale. O il ricordo di una relazione perduta, come canta Elvis Presley nella sua canzone “Blue Christmas”. Che si tratti dell’assenza dei genitori o persino dei propri figli, che sia la morte o una scelta di vita ad aver causato una separazione: il Natale riapre le ferite e rende visibile ciò – o chi – ci manca. E questo non riguarda solo le persone queer.
A Natale vorrei che esistessero più luoghi capaci di accogliere questo tipo di emozioni. Luoghi in cui non sia necessario fingere. Ma neppure restare soli. Perché forse proprio questa vulnerabilità, che in questi giorni si fa così intensa, è molto più vicina al significato profondo del Natale di quanto lo sia un Natale perfetto solo in apparenza.
* Tash Hilterscheid è pastora impegnata nella formazione sensibile alle persone queer nella Nordkirche (Chiesa evangelica del Nord della Germania). Un tema centrale del suo lavoro è la sensibilizzazione degli operatori ecclesiali alla pluralità delle identità di genere. Su Instagram è presente anche con l’account @und_alles_dazwischen.de, dove condivide esperienze personali come persona non binaria.
* Pubblicato sul blog Kreuz & Queer del portale evangelisch.de, uno spazio dedicato a fede, spiritualità e vissuti delle persone LGBTQ+ nella chiesa evangelica.
Testo originale: “Blue Christmas – Wenn Weihnachten nicht froh macht”

