Camminare con orgoglio e fede: i pellegrini LGBTQ+ in cammino sulla Via Francigena






Testo di Elisa Belotti*, pubblicato su New Ways Ministry (Stati Uniti) il 23 settembre 2025. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
Mentre la maggior parte delle persone che hanno partecipato al Giubileo LGBTQ+ all’inizio di questo mese sono arrivate a Roma in aereo, treno, auto o autobus, una trentina di pellegrini ha scelto una via diversa, più antica e tradizionale: raggiungere Roma a piedi, lungo un cammino di pellegrinaggio millenario e sacro, la Via Francigena del Sud.
Questo percorso fa parte di un itinerario ancora più lungo che inizia in Inghilterra. La parte più conosciuta della Via Francigena parte da Canterbury e porta a Roma fin dal VI secolo. Da lì, alcuni viandanti medievali proseguivano fino a Gerusalemme, camminando lungo l’Appia fino a Santa Maria di Leuca, in Puglia, da dove si imbarcavano per la Terra Santa. La Via Francigena del Sud coincide con questa seconda parte del viaggio. Il gruppo LGBTQ+ ha iniziato il suo cammino da Terracina, a sud di Roma.
In nove giorni hanno percorso 140 chilometri, arrivando a Roma il 5 settembre per la Veglia di pellegrinaggio nella chiesa del Gesù. Hanno camminato a motivo della loro esperienza di persone queer o di quella dei loro cari.
L’autrice di Bondings 2.0, Elisa Belotti, ha raccolto alcune delle loro testimonianze.
Lorenzo Albano
Lorenzo Albano, che vive a Bologna, ha spiegato così la sua scelta: «La Via Francigena è un cammino bellissimo, ricco di natura, cultura e storia. Ero curioso di scoprirlo e ho deciso di arrivare a Roma a piedi.
Credo che mettersi in discussione anche fisicamente aiuti a rimettere ordine nelle cose, nelle priorità. Camminare permette di respirare, sentire e lasciare andare ciò che è superfluo ma spesso pesa nella vita quotidiana.
Entrare a Roma dopo aver percorso l’Appia è stato emozionante. Spiritualmente, nei momenti di silenzio ho trovato pace. Un passo dopo l’altro, il cammino riempiva di senso la mia vita. Camminare è faticoso: devi usare bene le tue energie e non sprecare il fiato.
Non è facile da spiegare, ma mi sono sentito appagato spiritualmente e grato semplicemente di essere lì. Sul piano umano, condividere tempo con altri è sempre bello, ma farlo camminando rende le relazioni più autentiche. Camminando si condividono momenti importanti della propria vita, presente, passata o futura. La fiducia nasce facilmente. Sono felice che siano nate amicizie profonde. Questa esperienza ci ha legato».
Ha anche sottolineato l’importanza del ritmo: «Sì, ha inciso molto. Passo dopo passo cresceva il desiderio di essere lì e di vivere ciò che ci aspettava. Ognuno ha il suo pellegrinaggio e il suo passo: c’è chi va più veloce, chi più piano.
Può cambiare molte volte in un giorno, per motivi esterni o interiori. Non c’è un ritmo giusto o sbagliato. L’importante è continuare a camminare. Aspettavamo chi aveva bisogno di più tempo ed è stato meraviglioso».
Mauro Cerritelli
Mauro Cerritelli, che vive in Abruzzo, ha raccontato: «Per me partecipare al pellegrinaggio LGBTQ+ a Roma è stato un atto di libertà dalle paure che ancora mi portavo dentro, anche dopo il coming out. È stato un passo personale ma anche culturale, sociale e spirituale.
Questo pellegrinaggio è diventato un secondo coming out, davanti a tutta la società, nella città più grande d’Italia, Roma. Ho messo tutte le mie energie nel diffondere il messaggio di questo Giubileo: la Chiesa dovrebbe essere una casa per tutti.
Lungo la strada, la nostra presenza è diventata una testimonianza vivente, una vera evangelizzazione di strada, incarnata nei nostri corpi. Questo era il mio terzo pellegrinaggio e il secondo organizzato con il progetto cristiano LGBT+, una rete italiana di persone di fede queer.
Da Terracina a Roma, ogni passo è stato segnato da incontri con vescovi, sacerdoti, parrocchie e la comunità metodista. Questo spirito ecumenico ha rinnovato sia la Via Francigena del Sud che il senso di una Chiesa che è davvero casa per tutti».
Dopo quindici anni di impegno in Azione Cattolica, un movimento laicale che sostiene i diritti degli oppressi e dei poveri, Mauro conclude: «Questo pellegrinaggio segna un nuovo inizio. Sono grato agli operatori pastorali e a tutte le persone semplici che sostengono con coraggio il sogno di una Chiesa aperta a tutti, al di là di ogni confine».
Sergio Caravaggio
Sergio Caravaggio, di Cremona, è stato l’organizzatore del primo pellegrinaggio LGBTQ+ nel 2017: «La prima volta eravamo circa dodici persone e percorremmo la Via Francigena del Nord, la più conosciuta in Italia. Da allora abbiamo camminato insieme ogni uno o due anni. Quello del 2025 è stato il settimo pellegrinaggio».
Nel 2017 il pellegrinaggio terminò in piazza San Pietro, dove i pellegrini portarono un cartello con scritto: “Pellegrini gay e lesbiche salutano Papa Francesco”. All’inizio la polizia vaticana tentò di impedirne l’ingresso, ma alla fine lo permise. Durante l’Angelus, Papa Francesco li salutò semplicemente come «pellegrini della Via Francigena» e offrì loro dei rosari.
In quell’occasione i pellegrini realizzarono una croce arcobaleno in legno. Quella stessa croce è stata portata di nuovo nel 2025, fino a piazza San Pietro. All’inizio alcuni volontari vaticani volevano impedirne l’ingresso in basilica, ma altri intervennero dicendo: «È la vostra croce. Deve entrare con voi attraverso la Porta Santa». E così è stato.
Yveline Behets
Yveline Behets, donna cattolica transgender del Belgio, ha raccontato la sua scelta di camminare: «Come cattolica avevo già deciso di recarmi a San Pietro in pellegrinaggio per vivere il Giubileo. Pensavo di andarci in aereo. Ma essendo anche un’escursionista, il pellegrinaggio a piedi mi è sembrata un’occasione bellissima per un cammino spirituale più profondo.
Come donna transgender, in un momento importante del mio percorso personale, la possibilità di vivere questo pellegrinaggio insieme ad altri cristiani – che così spesso subiscono discriminazioni per la loro diversità – mi è sembrata una vera chiamata.
Oltre agli aspetti fisici e psicologici legati al vivere la mia differenza, questo pellegrinaggio ha aggiunto una dimensione spirituale: sentire l’amore di Dio per ciò che sono, così come per tutti i suoi figli, incluse le persone LGBTQ+. Ho sentito anche la chiamata di Dio a condividere, attraverso la mia realtà, una parola di liberazione e di vita».
Dopo aver camminato questa via sacra, Yveline ha espresso la sua speranza per la Chiesa oltre il Giubileo: «Spero che i cristiani, come comunità ecclesiale, imparino a conoscersi meglio e a rispettare il cammino di vita di ciascuno. E che la Chiesa istituzionale apra gli occhi sulla realtà umana, la accolga in tutta la sua diversità e vi trovi il terreno per un ministero ispirato alla Buona Notizia di Gesù Cristo».
*Elisa Belotti collabora con Bondings 2.0 e si occupa di raccontare storie di persone LGBTQ+ credenti in Italia e all’estero.
Testo originale: Walking with Pride and Faith: LGBTQ+ Pilgrims on the Via Francigena

