«Capisci quello che stai leggendo?». La Bibbia, l’eunuco e quei cristiani che credono di sapere tutto
Riflessioni de i volontari del progetto Gionata
«Capisci quello che stai leggendo?», domanda Filippo all’eunuco etiope che, seduto sul suo carro, sta leggendo il profeta Isaia (At 8,30).
Il racconto non chiude gli Atti degli Apostoli, che proseguono fino al capitolo 28. È però una scena di passaggio decisiva: il Vangelo lascia sempre più chiaramente Gerusalemme e comincia ad attraversare nuove frontiere geografiche, religiose e sociali. Sul carro incontriamo infatti uno straniero, africano ed eunuco: una persona che il mondo antico faticava a collocare nelle sue categorie di genere, appartenenza e purezza religiosa (Brittany E. Wilson, “Neither Male nor Female”: The Ethiopian Eunuch in Acts 8.26–40, 2014).
Non possiamo trasformarlo semplicemente in una moderna persona LGBT+. Sarebbe un anacronismo. Possiamo però riconoscere che il suo corpo e la sua storia mettevano in discussione le classificazioni rassicuranti del suo tempo. Ed è proprio verso di lui che lo Spirito manda Filippo.
Non gli dice di verificare se sia in regola, se abbia una situazione personale canonicamente ordinata o se possieda un certificato di sana dottrina. Gli dice di raggiungere il carro. Filippo corre, ascolta e domanda: «Capisci quello che stai leggendo?».
Una domanda che ogni credente dovrebbe lasciarsi rivolgere. Perché spesso noi la Bibbia la comprendiamo ancora prima di averla aperta. Sappiamo già cosa deve dire, a chi deve dare ragione e, soprattutto, chi deve condannare. Un metodo molto pratico: la Scrittura parla, ma curiosamente ha sempre le nostre opinioni.
L’eunuco, invece, riconosce di aver bisogno di qualcuno che lo accompagni. Invita Filippo a salire e Filippo si siede accanto a lui. Non sopra di lui, dalla cattedra del maestro. Non davanti, per mostrargli la strada. Accanto.
La comprensione nasce così: sulla strada, dentro una relazione, mentre due persone accettano di lasciarsi interrogare dalla Parola. La biblista Michal Beth Dinkler parla, a proposito di questo episodio, di una vera ospitalità interpretativa: leggere non significa automaticamente capire; capire richiede ascolto, dialogo e disponibilità a cambiare prospettiva (Michal Beth Dinkler, Interpreting Pedagogical Acts, 2017).
L’eunuco sta leggendo il servo sofferente di Isaia, una persona umiliata, privata della giustizia e «recisa dalla terra dei viventi» (Is 53,7-8; At 8,32-33). Forse riconosce in quelle parole qualcosa della propria vita. Forse sa cosa voglia dire essere osservato, classificato e considerato incompleto.
Poco più avanti, nello stesso libro di Isaia, Dio dice: «Non dica l’eunuco: “Ecco, io sono un albero secco”» e gli promette «un posto e un nome» nella sua casa (Is 56,3-5).
È un passaggio importante, perché il Deuteronomio aveva escluso dalla comunità chi aveva il corpo mutilato (Dt 23,2). Dentro la stessa Bibbia troviamo quindi una norma che chiude e una profezia che riapre. Un confine tracciato dagli esseri umani e un Dio che torna a spostarlo.
La Scrittura non è un deposito di versetti immobili, tutti perfettamente allineati e disponibili per essere lanciati contro qualcuno. È una storia di alleanze, conflitti, ripensamenti e aperture. Leggerla davvero significa riconoscere questo movimento, non scegliere una frase e usarla come una transenna: tu puoi passare, tu no.
Le letture femministe ci hanno insegnato a domandarci chi possieda il potere di interpretare, chi venga ridotto al silenzio e quali corpi paghino il prezzo delle nostre spiegazioni. Le letture queer aggiungono una domanda altrettanto scomoda: perché abbiamo così bisogno che ogni persona entri senza sbavature nelle nostre categorie? (Sean D. Burke, Queering the Ethiopian Eunuch, 2013).
È curioso, del resto, che la Bibbia diventi chiarissima soprattutto quando parla della vita degli altri. Quando Gesù parla di ricchezza, potere, perdono dei nemici e condivisione dei beni, scopriamo improvvisamente il contesto storico, le sfumature del greco e la complessità del genere letterario.
Dopo aver ascoltato Filippo, l’eunuco vede dell’acqua e domanda: «Che cosa impedisce che io sia battezzato?» (At 8,36).
È la domanda centrale del racconto. Che cosa gli impedisce di entrare nella comunità? Il suo corpo? La sua origine? Il fatto di non corrispondere al modello religioso dominante?
Il testo non presenta una lista di impedimenti. Filippo e l’eunuco scendono nell’acqua. Dopo il battesimo, l’uomo riprende il viaggio «pieno di gioia» (At 8,38-39).
Forse, allora, la domanda di Filippo non riguarda soltanto la capacità di decifrare le parole: capisci davvero ciò che stai leggendo oppure fai dire alla Bibbia ciò che desideri, temi o hai imparato che debba dire?
Tutti interpretiamo, anche chi afferma di leggere soltanto “alla lettera”. Il problema non è avere un’interpretazione, ma dimenticare di averla e presentarla direttamente come volontà di Dio.
Il racconto non chiude gli Atti, ma anticipa la Chiesa che gli Atti stanno raccontando: una Chiesa che nasce sulla strada, fuori dai centri del potere religioso; una Chiesa nella quale chi insegna si siede accanto e chi sembrava escluso scopre che l’acqua è già lì.
Lo Spirito non manda Filippo a sorvegliare una porta. Lo manda ad aspettare il passaggio di una persona.
E forse la domanda non è più: «Che cosa impedisce a questa persona di entrare?». È piuttosto: «Che cosa impedisce a noi di riconoscere che Dio l’ha già raggiunta?». La risposta, qualche volta, potrebbe essere imbarazzante: solamente noi.

