Cattolico? Queer? Cattolico queer? Perché le etichette contano
Testo di Sarah Hansman*, pubblicato sul sito Outreach (Stati Uniti) il 13 agosto 2025. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata
“Non mettere ‘cattolico’ nel tuo profilo di appuntamenti, spaventerai tutti.”
“Non dire subito che sei queer, non sai di chi ti puoi fidare in una nuova chiesa.”
Sono due consigli che ho ricevuto da amici ben intenzionati, che mi mettevano in guardia dall’etichettarmi. E avevano anche ragione: c’è sempre un rischio in questi “coming out”.
Le etichette dividono. Portano con sé supposizioni, pregiudizi e stereotipi, consapevoli o inconsapevoli. Da sole, non riescono a raccontare le sfumature, le contraddizioni, la complessità disordinata di una persona.
Eppure le etichette esistono al di là del nostro controllo. Quando usiamo un’etichetta, ci colleghiamo a una parola che ha una vita propria. La parola “queer” incarna bene questa imprevedibilità: i giovani l’hanno riappropriata per parlare con orgoglio di categorie non normative di sesso e genere. Ma per una generazione più anziana, “queer” può ancora evocare la forza di un insulto usato per denigrare, e quindi suscitare reazioni forti.
Come tutto il linguaggio, anche le etichette nascono da un fenomeno collettivo e culturale. Dire “LGBTQ” negli Stati Uniti non equivale a parlare di “two-spirit” nelle comunità indigene, o di “takatāpui” in Nuova Zelanda, o di “bakla” nelle Filippine. La semplice traduzione non basta: dietro a queste parole ci sono storie e contesti unici.
E questo è importante, in una Chiesa e in un mondo globali. Eppure eccomi qui a difendere l’uso delle etichette. E lo faccio a partire dalla teologia.
Perché abbiamo bisogno della teologia?
Perché parliamo di Dio?nLa mia prima risposta l’ho ricevuta dal compianto Rev. Michael Himes del Boston College. Scriveva di Dio come della “X” in algebra: una lettera che sta al posto di ciò che non conosciamo. Eppure, diceva, non possiamo restare in silenzio. Dobbiamo dire qualcosa su questo Mistero così vicino a noi, così importante. Dobbiamo trovare “il modo meno sbagliato” per parlare di Dio.
L’ultima risposta, invece, mi è arrivata da Karl Rahner, gesuita, uno dei più grandi teologi del XX secolo, che parlava di Dio come mistero. Per Rahner, ogni tentativo di conoscere o parlare di Dio deve partire dalla consapevolezza che Dio è sempre oltre ciò che possiamo afferrare, dire o teologizzare.
Le parole falliscono, i concetti non bastano. Eppure, la teologia ci chiede di provarci lo stesso, con coraggio e con umiltà. Credo che lo stesso valga anche per le etichette.
Parlare con coraggio
Le etichette cercano di comunicare, di dare un senso al mondo. Possono diventare strumenti di espressione personale o di autodeterminazione. Possono connetterci a una comunità, a un senso di appartenenza e di comprensione. Nel loro meglio, le etichette ci permettono di essere visti, riconosciuti e amati così come siamo.
Io scherzo spesso dicendo che il mio essere cattolico è la cosa più radicale di me. Per anni ci ho messo attorno delle qualifiche: dicevo “sono una femminista, queer, progressista, cattolica”, ben consapevole dei pregiudizi che gli altri avrebbero attribuito a quella parola. Ma da un po’ di tempo dico semplicemente: “sono cattolica”, senza spiegazioni. In questo modo rivendico la validità del cattolicesimo che vivo e pratico.
La mia queerness, però, rimane altrettanto rischiosa per i giudizi che può suscitare. La marginalizzazione storica e attuale delle persone LGBTQ+ da parte della Chiesa è ben nota. Eppure ho imparato ad abbracciare l’etichetta queer, con i suoi contorni sfumati, la sua apertura, la sua mancanza di definizione rigida. È un’etichetta che mi permette di restare in cammino con me stessa e che invita gli altri a conoscermi oltre la parola, a chiedermi: “cosa significa davvero?”. Così, senza paura, rivendico il mio posto dentro questa Chiesa.
Ascoltare con umiltà
Le etichette parlano della nostra verità, ma mai in modo definitivo. Restano incomplete. Non devono diventare la fine di una conversazione, ma l’inizio. Possiamo usarle per favorire l’incontro? Io credo di sì.
L’anno scorso ho condotto un laboratorio con 80 suore cattoliche. Dovevo preparare il terreno, attraverso la formazione e il dialogo, per riflettere insieme su cattolicesimo, giustizia e persone LGBTQ+. I responsabili mi avevano avvisato che il gruppo era molto eterogeneo per conoscenze e opinioni. “Procedi con cautela”, mi dissero.
Come creare apertura? Come evitare irrigidimenti?
Ho ripescato un principio imparato nel mio servizio di cappellania ospedaliera: tocca ciò che è dentro di te. Come ti colleghi a un paziente che vive un’esperienza che tu non hai mai conosciuto? Cerchi dentro di te un’emozione simile, qualcosa che ti permetta di empatizzare. I dettagli saranno diversi, ma la connessione nasce da lì.
Così ho chiesto alle suore: cosa significa per voi usare l’etichetta “cattolica” o “suora”? Dove vi rappresenta e dove invece non vi basta? Qual è la distanza tra il modo in cui la vivete e il modo in cui gli altri la percepiscono?
Dopo una conversazione a tavoli, abbiamo aperto i microfoni. Una dopo l’altra hanno condiviso:
- A volte vado “in incognito” come suora, non voglio che la gente lo sappia perché temevo che si sarebbero comportati diversamente.
- Le persone più anziane mi rispettano subito, ma i giovani non capiscono affatto cosa significhi, l’etichetta li lascia indifferenti.
- Sono orgogliosa di essere suora, ma a volte non lo dico, perché so che creerebbe distanza.
- Quando costruisco relazioni a lungo termine, devo dirlo subito, altrimenti se lo scoprono dopo si sentono traditi.
- Nel presentarmi come suora, divento rappresentante della Chiesa: la gente porta su di me le ferite e le colpe che attribuisce alla Chiesa.
Rimasi colpita. Quelle donne stavano mettendo a nudo la loro esperienza. Le difese si abbassavano, la connessione fioriva. Alcune iniziarono persino a dire: “Forse ora capiamo un po’ di più cosa provano le persone LGBTQ+, quanto possa far male e quanto sia urgente una solidarietà nuova”.
Durante il pranzo, alcune di loro mi confessarono che all’inizio non volevano partecipare al laboratorio, solo per il titolo. Poi però vennero da me con curiosità sincera, chiedendomi cosa significasse per me essere queer e cattolica.
Le sorpresi. E loro sorpresero me. Ed è stato proprio quel reciproco stupore a rivelarmi i pregiudizi che anch’io avevo sulle donne etichettate come “suore”.
Le etichette sono necessarie. Ma non possiamo fondare la nostra solidarietà, il nostro amore e il nostro essere Chiesa sulla pretesa di capire fino in fondo l’altro. Possiamo, però, partire dalle nostre stesse esperienze di etichette, con tutta la loro forza e i loro limiti, per generare compassione verso chi resta “altro”. Da lì può nascere l’ascolto umile.
Non rinunciamo dunque alle etichette. Impariamo piuttosto a viverle in tensione: avere il coraggio di rivendicarle e l’umiltà di ascoltare. Così non smetteremo mai di chiederci: chi sono io? Chi sei tu? Chi è Dio?
*Sarah Hansman è dottoranda in etica teologica al Boston College (Stati Uniti), con un focus sulle questioni di sesso, genere e sessualità nel contesto cattolico.
Testo originale: Catholic? Queer? Queer Catholic? Why labels matter

