Celibato sacerdotale e omosessualità nella chiesa cattolica
Testo del sacerdote Donald B. Cozzens* tratto dal suo libro Liberar el celibato, ed. Santander, 2006, pp. 79-90, liberamente tradotto da Dino
Alla fine dell’inverno dell’anno 2000, mentre ero rettore del Seminario di Santa Maria di Cleveland, ho richiamato l’attenzione sul numero sproporzionatamente elevato di seminaristi e sacerdoti omosessuali. [1]
Poco più di dieci anni prima il teologo Richard McBrien e il sociologo Andrew Greeley avevano affrontato la questione su prestigiose riviste cattoliche. [2] Tutti e tre fummo oggetto di veementi e isteriche smentite.
E ciò nonostante l’ampio accordo esistente tra rettori di seminari e di facoltà di teologia, così come tra vescovi di ampia esperienza nella formazione di seminaristi, sulla presenza di un gran numero di maschi di orientamento omosessuale nel sacerdozio e nei seminari.
Di fatto, alcuni dei nostri migliori e più brillanti seminaristi, sacerdoti e vescovi sono omosessuali. Allo stesso modo dei loro fratelli di ministero eterosessuali, la maggior parte di essi si sforza – e spesso si tratta di una vera lotta – di condurre una vita casta e santa.
Così come i loro fratelli eterosessuali, qualcuno fallisce miseramente in questo sforzo, incorrendo a volte nei tragici e criminali abusi verso minori adolescenti e bambini, quegli abusi che hanno condotto la Chiesa cattolica degli Stati Uniti alla crisi più profonda di tutta la sua storia.
In altre sedi ho analizzato le implicazioni di questa realtà dal punto di vista della cultura e della formazione del seminario, lo spiccato calo del numero dei seminaristi e la crescente presa di coscienza del fatto che il sacerdozio è o si sta trasformando in una ‘professione tipica degli omosessuali’. [3]
Le smentite si sono placate, per non dire che sono scomparse del tutto. E’ innegabile che lo scandalo dell’abuso di minori da parte di religiosi ha contribuito in maniera considerevole a questo crescente riconoscimento dell’esistenza di un grande numero di religiosi omosessuali.
Alcuni cattolici conservatori vedono un nesso causale diretto tra l’omosessualità di molti sacerdoti e vescovi e lo scandalo degli abusi sessuali. Fanno notare che i minori vittime di abusi sessuali da parte di religiosi sono, in gran parte, ragazzi adolescenti. Liberatevi del clero omosessuale – affermano – e lo scandalo scomparirà.
E sospetto che la maggior parte dei cattolici pensi che l’orientamento sessuale sia, se non una causa diretta degli abusi, per lo meno un fattore di cui si deve tener conto.
Disgraziatamente la presa in considerazione di questo fattore ha, in gran parte, provocato a sua volta dei problemi. Alla fine di novembre 2005, la Congregazione Vaticana per l’Educazione Cattolica ha pubblicato, con l’approvazione del Papa, una “istruzione” nella quale ordinava ai vescovi, ai rettori dei seminari e ai superiori religiosi di non ammettere al seminario e agli ordini sacri coloro che “praticano l’omosessualità, presentano radicate tendenze omosessuali e appoggiano la cosiddetta cultura gay”. [4]
L’attuazione di questa istruzione è un campo minato morale. Il candidato omosessuale sinceramente convinto che Dio lo stia chiamando al sacerdozio deve discernere se le sue tendenze omosessuali sono, per usare il linguaggio dell’istruzione, “espressione di un problema transitorio” oppure “tendenze omosessuali profondamente radicate”.
Il candidato omosessuale non può scegliere di “non informare” della propria condizione i responsabili del seminario, dato che l’istruzione afferma: “Sarebbe gravemente disonesto che il candidato nascondesse la propria omosessualità per accedere, nonostante tutto, all’Ordinazione”. Inoltre, benchè la maggior parte degli adulti scopra la propria identità sessuale già durante l’infanzia, o al più tardi negli anni dell’adolescenza, alcuni individui prendono coscienza di essa soltanto dopo aver raggiunto la maturità.
Del resto non esiste alcun test certo e affidabile per determinare l’orientamento sessuale di una persona. Nonostante i vari procedimenti psicologici ideati a tal scopo, alla fine tutto dipende dal fatto che il soggetto lo dica o no. E com’è possibile che i responsabili del seminario possano distinguere le “tendenze omosessuali profondamente radicate”da quelle che non lo sono?
E d’altra parte non potrebbe darsi che un seminarista con tendenze omosessuali profondamente radicate sia allo stesso tempo emozionalmente ed affettivamente maturo e sia in grado di svolgere un’efficace azione di guida pastorale e spirituale?
Paradossalmente l’istruzione del Vaticano in molti casi si trova ad essere applicata da vescovi, rettori di seminario e superiori religiosi omosessuali. L’evidente ipocrisia di queste situazioni non passa inosservata a numerosi laici e religiosi, indipendentemente dal loro orientamento sessuale.
Non ci si deve quindi meravigliare che la lettera aggiunta all’istruzione raccomandi ai vescovi di non nominare sacerdoti omosessuali come rettori di seminario, nè maschi omosessuali in generale come membri del corpo docente dei seminari stessi.
Infine, il documento ha suscitato in alcuni ambienti ecclesiali il timore che dei sacerdoti omosessuali celibi, arrabbiati e scontenti dell’incoerenza -per non dire dell’ipocrisia- del fatto che si affida a vescovi e rettori omosessuali il compito di applicare l’istruzione, possano decidere di rivelare l’omosessualità di alcuni vescovi o altre alte cariche ecclesistiche.
Gli esacerbati sentimenti suscitati dalla questione dei sacerdoti, vescovi e seminaristi omosessuali potranno scomparire soltanto quando la realtà degli omosessuali presenti nelle file del clero verrà affrontata con franchezza, compassione e intelligenza. Il maggior ostacolo a che i responsabili ecclesiali procedano in tal senso ha le sue radici nell’insistenza del Vaticano sul concetto che l’attrazione per una persona dello stesso sesso è “oggettivamente disordinata”.
E’ probabile che la nube morale che incombe sulle teste di laici e religiosi omosessuali non possa dissiparsi fino a che dei credenti di riconosciuto orientamento omosessuale che abbiano condotto una vita di irreprensibile integrità morale e santità vengano inclusi nell’elenco dei santi.
Nel frattempo, l’effetto dell’istruzione sull’ammissione nei seminari consisterà, probabilmente, nel ridurre ancor più drasticamente il già scarso numero dei seminaristi, aggravando così la crisi eucaristica che si va estendendo nella Chiesa in modo incontrollabile.
Qui, comunque, continueremo ad occuparci della questione del celibato obbligatorio e dei presbiteri omosessuali. Sembra logico chiedersi perchè un credente omosessuale desideri essere un sacerdote celibe. In quanto funzionari ecclesistici, i sacerdoti ricevono l’incarico di diffondere l’insegnamento della Chiesa, così come di presentarlo nel modo più convincente possibile.
Nel loro ruolo pastorale devono difendere questo insegnamento anche qualora venisse criticato o rifiutato. I sacerdoti omosessuali si trovano in una posizione in cui ci si aspetta da loro che insegnino con la massima chiarezza che l’orientamento omosessuale è intrinsecamente e oggettivamente disordinato.
Benchè essi non sentano che il loro proprio orientamento sia difettoso, innaturale, patologico o disordinato. Li si incarica inoltre di convincere gli omosessuali dell’uno o dell’altro genere che il loro orientamento li chiama a condurre una vita di perfetta continenza sessuale, dato che la Chiesa esorta a questo tutte le persone che non sono sposate.
E consegue che, in accordo con l’insegnamento della Chiesa, tutti i desideri e gli atti sessuali volontari che si realizzano fuori dall’amore matrimoniale – il quale, tra l’altro, deve sempre essere aperto alla procreazione – sono oggettivamente sbagliati e costituiscono peccato mortale.
Così è probabile che i sacerdoti omosessuali si vedano immersi in una specie di “esistenziale conflitto di interessi”. Spesso, secondo quanto da essi riferito, l’esperienza personale e pastorale li convince che il loro orientamento sessuale non è oggettivamente disordinato e che in assoluto non è una perversione.
La riconciliazione della propria esperienza personale e pastorale con l’insegnamento ufficiale della Chiesa è diventata ancora più difficile quando, nel 2002, il portavoce della Santa Sede Joaquin Navarro Valls mise in discussione la validità dell’ordinazione di sacerdoti omosessuali.
In quello stesso anno, un poco più tardi, un sacerdote assegnato al Vaticano, Andrew Baker, affermò che gli omosessuali sono intrinsecamente inadatti al sacerdozio, data la loro tendenza “all’abuso di determinate sostanze, alla dipendenza sessuale e alla depressione”. [5]
Cos’è quindi che spinge i credenti gays al sacerdozio? Alcuni riconoscono che il sospetto di essere omosessuali ha provocato in loro un sentimento di paura e anche di ripugnanza. Informati dell’insegnamento della Chiesa secondo il quale l’orientamento omosessuale è oggettivamernte disordinato, il celibato sacerdotale è sembrato loro attraente.
Hanno creduto di essere capaci di lasciare per così dire “parcheggiata” la propria sessualità. Hanno immaginato e sperato che, dovendo essere celibi, non avrebbero avuto la necessità di confrontarsi con questa dimensione della loro vita. Dopotutto l’orientamento sessuale di solito è considerato per il celibe un problema irrilevante. O almeno così sembrava.
Ma, tanto per gli omosessuali come per gli etero, accettare il proprio orientamento sessuale è un fattore decisivo per la formazione di una personalità sana e integrata. Quando si tenta di lasciar da parte la sessualità o di negare o reprimere la sua energia e la sua potenza, presto o tardi si subisce un colpo di rimbalzo.
Nella misura in cui la sessualità non è integrata nella personalità e nella vita psichica, ci si deve continuamente aspettare di scoppiare in modo distruttivo sia per se stessi che per le altre persone. Inoltre, senza una sana esperienza della propria sessualità e del proprio orientamento sessuale, non è possibile una vera maturazione spirituale o emozionale.
Solo la maturità spirituale ed emozionale ci rende capaci di comprendere i pressanti aneliti del cuore e scoprire che l’energia sessuale è, in definitiva, un sacramento di nostro profondo desiderio: la comunione con Dio e con tutta la creazione.
Un’altra ragione per cui gli omosessuali si sentono attratti dal sacerdozio è il gran paradosso che caratterizza la Chiesa, che è allo stesso tempo moderna e medievale, ascetica e sontuosa, spirituale e sensuale, casta ed erotica, omofobica e omoerotica… . [6] Nessuno ha descritto questo paradosso meglio di Ellis Hanson nella sua opera ‘Decadenza e Cattolicesimo’.
Anche se il passaggio che segue è incentrato su sacerdoti omosessuali affascinati dai giovani, la sua analisi mette in evidenza i motivi per cui gli omosessuali si sentono attratti dal sacerdozio, nonostante l’insegnamento della Chiesa che afferma che l’attrazione omosessuale è intrinsecamente disordinata:
<<Spesso mi chiedono… perchè un omosessuale o un pedofilo desiderano farsi sacerdoti. I motivi sono indubbiamente così numerosi che la vera domanda dovrebbe essere, piuttosto, perchè desiderano essere sacerdoti i maschi eterosessuali.
Dando per scontato la fede, che ritengo sia la ragione principale, poichè il sacerdozio senza di essa sarebbe insopportabile, per i maschi di una determinata inclinazione esistono altri motivi: l’effeminato personaggio pastorale che rappresentano, la brillantezza e lo splendore dei riti, (fino a poco tempo fa) la fiducia e il rispetto pubblico, l’esseri liberi da pressioni sociali riguardo al contrarre matrimonio, la possibilità di entrare in intimità con bambini e giovani, l’amicizia appassionata e la convivenza con maschi di idee simili, così come la disciplina personale, che aiuta ad affrontare la vergogna e il senso di colpa sessuale.>> [7]
Dal punto di vista della psico-dinamica umana, Hanson, a mio giudizio, coglie nel centro. Da una prospettiva teologica invece la sua analisi risulta scarsamente utile. Nella maggior parte dei casi, gli omosessuali si sentono attratti verso il sacerdozio, penso, perchè credono di esser stati chiamati al ministero ordinato; in altri termini, sono convinti di aver la vocazione, il carisma del sacerdozio. E alcuni di essi credono di esser stati chiamati alla castità celibe; sono cioè convinti di aver ricevuto il carisma, la grazia del celibato. La maggior parte, tuttavia, consapevoli di non possedere tale dono, con grande sforzo -fianco a fianco con i loro fratelli eterosessuali nel ministero- cercano di condurre una vita celibe.
Nel loro impegno di essere uomini integri, molti sacerdoti omosessuali, allo stesso modo di migliaia dei loro fratelli etero che hanno abbandonato il ministero attivo per contrarre matrimonio, si sono secolarizzati, convinti che la loro necessità di intimità affettiva e sessuale non lasciasse loro altra alternativa.
Molti di questi uomini ritengono di essere stati veramente chiamati al sacerdozio, ma non a condurre una vita di continenza celibe. Spesso vengono giudicati con maggior severità rispetto a quei preti che abbandonano il ministero per sposarsi con una donna. Altri trovano nel sacerdozio celibe un luogo confortevole per vivere la loro abnegazione e repressione sessuale.
Altri ancora, allo stesso modo di alcuni sacerdoti etero, scoprono nel sacerdozio celibe la (fino a poco tempo fa) perfetta copertura per una completa realizzazione sessuale.
Ogni tanto qualcuno mi chiede: “A chi risulta più facile condurre una vita di castità celibe, al sacerdote etero o a quello omosessuale?”. Questa domanda, che non ha una risposta esaustiva, sembra esser motivata dalla percezione del fatto che, per la maggior parte dei sacerdoti e dei religiosi, la possibilità di vivere in modo autentico il celibato è favorita e sostenuta da amicizie sincere, intime e di carattere non sessuale, sia con maschi che con donne della classe di età alla quale ciascuno appartiene.
Per il prete eterosessuale questo comprenderà amicizie con donne; per il prete omosessuale amicizie con maschi. Ora, per essere sane, le amicizie devono avere anche un certo aspetto pubblico. Gli amici desiderano vedersi, almeno qualche volta, in pubblico: caffè, ristoranti, teatri… La loro più ampia cerchia di amici di solito è a conoscenza di questa amicizia importante.
Quando invece un’amicizia è caratterizzata dalla segretezza e dalla discrezione, istintivamente sospettiamo che qualcosa non sta funzionando come dovrebbe.
Un sacerdote omosessuale che ha un’amicizia matura, intima e celibe con un altro sacerdote o con un maschio laico si muove con facilità nella sfera pubblica della vita. Dopotutto dai preti ci si aspetta che abbiano amicizia con altri maschi. Il sacerdote omosessuale può trascorrere il suo giorno libero in compagnia di un amico. Può andare in vacanza con lui, viaggiare con lui, uscire a pranzo o a cena con lui. L’esser visto insieme a questa persona non comporta alcun disagio.
Queste amicizie, sempre e purchè rimangano celibi, sono una fonte di vera gioia umana e spirituale. Quando entrambi gli amici sono preti, rivivono gli anni condivisi in seminario, le storie e l’umorismo di allora, che ha un suo potere aggregante. Il comune interesse per la liturgia, la Scrittura, la letteratura e le arti, per non parlare dei pettegolezzi di Chiesa, di solito dà vita ad animate conversazioni e ad una vera fraternità.
Benchè queste amicizie intime comportino un certo rischio, personalmente sono convinto che è ancora più grande il rischio di cercar di condurre, sia per un omosessuale che per un etero, una vita di celibato priva di relazioni significative e strette.
Per ciò che riguarda la vita sociale, pubblica, probabilmente per un presbitero omosessuale è più facile mantenere e godere di un’amicizia stretta e intima con un maschio… e, almeno in teoria, condurre una vita celibe e vivificante.
Da parte loro, i sacerdoti eterosessuali benedetti con un’amicizia stretta e intima, ma vissuta in castità, con una donna, vengono a trovarsi in una situazione socialmente diversa. L’inveterata aspettativa della gente è che i sacerdoti frequentino la compagnia di altri sacerdoti, di altri maschi e, fino a poco tempo fa, di giovani e anche di bambini.
Crea quindi imbarazzo il vedere un prete in pubblico insieme ad una donna. Le aspettative sociali poi tendono ad ostacolare l’amicizia – non importa quanto autentica, piena di grazia e casta sia – tra un sacerdote e una donna. Secondo quanto influisce questo atteggiamento, il celibato può risultare a volte più difficile per l’eterosessuale che per l’omosessuale.
Per il sacerdote etero che combatte con l’intrinseca solitudine del celibato, l’apparente libertà sociale di cui vede disporre i suoi fratelli omosessuali può alimentare sentimenti di invidia. C’è chi in confidenza ammette che il “celibato opzionale” per il sacerdote omosessuale esiste già, ma è soltanto l’integrità personale di questo, la sua maturità spirituale ed emozionale, che possono tenerlo lontano, e senza troppa difficoltà, da una vita sessualmente attiva.
Indipendentemente dal fatto che uno sia omo od etero, la sfida di condurre una vita celibe sana e creativa risulta molto più facile da affrontare quando si dispone del dono vivificante dell’amicizia intima, personale e casta. Non sempre però c’è stata questa opinione. Per secoli nei seminari si invitavano i seminaristi a non coltivare “amicizie particolari” con altri seminaristi. Il motivo inconfessato di questa regola era la paura delle relazioni omosessuali.
Dai seminaristi ci si aspettava, naturalmente, che non avessero ragazze innamorate durante i periodo di vacanza che trascorrevano a casa, e che non coltivassero amicizie intime con donne. Fino alla scorsa generazione, al seminarista veniva aperta la posta e venivano limitate le chiamate telefoniche.
Si riteneva che Dio, la sua famiglia di origine e la comunità esclusivamente maschile dei suoi compagni di seminario fossero sufficienti per il suo sviluppo emozionale e spirituale come sacerdote e come essere umano. Negli anni precedenti il Concilio Vaticano II, l’amicizia, fosse con un maschio oppure con una donna, era percepita come un grave pericolo per la vita celibe. E, a quanto pare, in alcuni seminari permane ancora questa mentalità.
Privata dell’intimità umana, anche la più sana delle vocazioni si deteriora e spesso diventa distorta. [8] A mio parere, il tragico scandalo dell’abuso di minori da parte di sacerdoti e vescovi ha fatto emergere questa realtà.
Le amicizie profonde e impegnate non sono prive di pericoli per i sacerdoti celibi, ma il maggior pericolo è, senza dubbio, che essi arrivino a pensare di non essere come il resto dei mortali.
In un precedente libro ho già affrontato il tema dell’amore celibe. Penso che ciò che ho scritto lì riguardi qualsiasi relazione celibe, sia etero che omo: “Una delle storie che non sono state ancora raccontate sul sacerdozio dell’inizio del secolo XXI è la grande quantità di amicizie vivificanti, gioiose e piene di affetto tra sacerdoti celibi e loro amici o amiche con impegni di altro tipo. Molti sacerdoti, tanto etero che omosessuali, hanno relazioni caste molto profonde che possono esser considerate come avvenimenti di grazia.
A volte vengono commessi errori, e alcuni di essi hanno gravi conseguenze. E a volte la lotta per mantenere casta un’amicizia può richiedere uno sforzo quasi titanico. Soltanto la prudenza, l’onestà e, soprattutto, la Grazia di Dio possono far sì che amici celibi diventino “amici dell’anima”…
I sacerdoti che ricevono il dono di qualche vera relazione casta solitamente sperimentano una trasformazione spirituale e scoprono una compassione e una forza fino ad allora sconosciute.
Nonostante la confusione e l’ambiguità che prima o poi possono presentarsi, nonostante la sofferenza che inevitabilmente getta la sua ombra su ogni amore e ogni amicizia umana, i preti benedetti con l’affettuosa intimità celibe rendono grazie perchè quell’esperienza li ha aiutati a crescere come uomini di Dio e come uomini della Chiesa”. [9]
* Donald B. Cozzens è sacerdote cattolico, saggista e docente di Studi Religiosi alla John Carroll University (Stati Uniti). Tra le sue opere due hanno ricevuto diversi premi: “La faz cambiante del sacerdocio” (Il volto mutevole del sacerdozio, 2003) e “Sacred Silence: Denial and the Crisis in the Church” (Sacro Silenzio: negazione e crisi della Chiesa, 2002).
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[1] Cfr. Donald B. Cozzens, The Changing Face of the Priesthood, Collegeville, Liturgical Press, 2000, cap. 7, ‘Considering Orientation’, pp. 97-110 (trad. cast.: La faz cambiante del sacerdocio: sobre la crisis anímica del sacerdote, Santander, Sal Terrae, 2003).
[2] Cfr. Richard P. McBrien, ‘Homosexuality and the Priesthood: Questions We Can’t Keep in the Closet’, in: Commonweal (19/06/1987): pp. 380-383; Andrew M. Greeley, ‘Bishops Paralyzed over Heavily Gay Priesthood’, in: National Catholic Reporter (10/11/1989): pp. 13-14.
[3] Cfr. Donald B. Cozzens, Ibid.; & Id., Sacred Silence: Denial and the Crisis in the Church, Collegeville, Liturgical Press, 2002.
[4] Congregazione per l’ Educazione Cattolica, Istruzione circa i criteri di discernimiento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri, 4/11/2005. La lettera dei vescovi ache accompagna l’istruzione esorta questi a non nominare come rettori o educatori di seminario maschi con tendenze omosessuali.
[5] Cfr. America (30/09/2002): pp. 8-9.
[6] Ellis Hanson, Decadence and Catholicism, Cambridge, Harvard University Press, 1997. p. 7.
[7] Ibid. p. 297.
[8] Cfr. Donald B. Cozzens, The Changing Face of the Priesthood, Op. cit. cap. 3, ‘Loving as a celibate’, pp. 25-43.
[9] Ibid. p. 43.
Testo originale: ‘‘Celibato sacerdotal y homosexualidad’ de Donald B. Cozzens

