Chi è oggi un Buon Samaritano?
Riflessione di suor Nancy Sylvester*, pubblicata su Global Sisters Report (Stati Uniti) il 28 luglio 2025. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
Ascoltando il Vangelo del Buon Samaritano, sono rimasta colpita dal ritornello della traduzione che ripeteva come le persone, vedendo chi aveva bisogno di aiuto, “passarono dall’altra parte della strada”.
Ho iniziato a riflettere su ciò che sta accadendo oggi nel nostro Paese e su quello che ascoltiamo, che alimenta in noi paura o indifferenza, al punto da spingerci a “passare dall’altra parte” per evitare di mostrare compassione e cura verso chi ha bisogno.
Forse oggi il racconto evangelico potrebbe suonare così.
Una famiglia, fuggita da persecuzioni nel proprio Paese, affronta il difficile viaggio verso gli Stati Uniti. Lungo il cammino, viene derubata dai “coyotes” e, una volta oltrepassato il confine, si ritrova in gravi difficoltà. Riescono a trovare un lavoro e un alloggio, ma ora vivono sotto la minaccia di essere deportati. La paura è costante: agenti dell’Immigrazione pattugliano il quartiere in cerca di chi “non appartiene”. Quel giorno, il marito deve uscire e in pochi minuti gli agenti lo circondano.
Un uomo di mezza età, vedendo l’auto senza contrassegni e gli uomini mascherati avvicinarsi a lui, “passa dall’altra parte della strada”. Ha sentito dire tante volte dal presidente che il Paese è “invaso” da persone che vogliono appropriarsene, descritte come delinquenti. Non vede, quindi, alcuna ragione per intervenire. E anche se avesse pensato di farlo, la paura di essere arrestato o schedato lo spinge a continuare a camminare.
In un’altra parte della città, una giovane persona, in lotta con la propria identità, cerca sostegno in un centro per persone LGBTQAI+. Prima di riuscire ad entrare, viene picchiata e lasciata quasi in fin di vita sul marciapiede.
Una coppia passa di lì, e quando la vede, “attraversa la strada”. Sono cristiani convinti che le persone siano solo maschio o femmina. Tutto quello che accade oggi, secondo loro, con gente che pensa in modi così “immorali”, è frutto della cultura secolare che ha invaso il Paese. Quella persona “probabilmente se l’è cercata” e, in ogni caso, non sentono il bisogno di intervenire. Perché immischiarsi?
Un giornale locale pubblica la storia di una nonna che vive con l’AIDS in una zona rurale dell’Uganda, in attesa con ansia dell’arrivo dei farmaci antiretrovirali. Ha sentito dire dei pesanti tagli che il presidente degli Stati Uniti ha imposto al President’s Emergency Plan for AIDS Relief (PEPFAR). Anche se gli operatori sanitari sono arrivati, se i tagli saranno confermati lei non riceverà le cure. Secondo le stime, se questo programma – finora molto efficace – verrà interrotto, entro il 2030 ci saranno un milione di bambini in più che contrarranno l’HIV, e quasi mezzo milione di morti per cause legate all’AIDS. Ai cittadini viene chiesto di telefonare ai membri del Congresso per chiedere il ripristino dei fondi.
Una giovane donna legge questa storia e, a modo suo, “passa dall’altra parte della strada” girando velocemente pagina. Non crede che sia vera. Il presidente ha detto di voler colpire solo sprechi, frodi e abusi. Questa storia, pensa, è solo propaganda contro di lui. E poi, “che vita fanno quelli che hanno l’AIDS? Che ci pensi il loro Paese. Non abbiamo bisogno di aiutarli noi”.
Nel racconto evangelico, alla fine, qualcuno si ferma ad aiutare. Non è il suo lavoro, la sua vocazione o il suo status sociale a spingerlo, ma la semplice decenza, la cura, la compassione e il rispetto per ogni persona. È disposto a offrire tempo e risorse per aiutare.
Oggi ci sono moltissimi esempi di vicini – le persone e persino la nostra Terra – in difficoltà, e troppi di noi “passano dall’altra parte della strada” per non impegnarsi.
Ascoltiamo e leggiamo messaggi che alimentano la paura dell’altro; spiegazioni che possono contenere un granello di verità ma che vengono distorte per tornaconto politico; decisioni crudeli, vendicative, prive di compassione, che erodono la democrazia.
Riscrivendo questa parabola, ho capito che anche in me operano presupposti e paure riguardo a ciò che accade nel nostro Paese. Perché sto “attraversando la strada” per evitare di aiutare, affrontare, rendere concreto il mandato evangelico di amare il prossimo come me stessa?
So che devo continuare ad aprirmi nella contemplazione, restare in contatto con ciò che accade, e capire cosa mi trattiene o cosa mi spinge a rispondere in modi che riflettano i valori evangelici di compassione, cura, rispetto, giustizia, misericordia e amore.
Invito tutte e tutti noi a entrare, anche solo per un momento, in uno spazio contemplativo e vedere cosa emerge: perché attraversiamo la strada e quando, invece, scegliamo di rispondere con amore.
E poi, proviamo a scrivere la fine di questa parabola. Chi è oggi il Buon Samaritano? Come risponderebbe?
*Nancy Sylvester è suora cattolica e fondatrice dell’Institute for Communal Contemplation and Dialogue, un’organizzazione che promuove processi di trasformazione spirituale e sociale. È stata presidente della Leadership Conference of Women Religious e direttore dell’Ufficio di Giustizia dell’Ordine delle Suore della Misericordia.
Testo originale: Who is the Good Samaritan today?

