Chiamati a diventare come Maria. Teresa Forcades e la queerness di Maria di Nazareth

Dialogo di Lorenzo Russo con Teresa Forcades
Teresa Forcades, monaca benedettina di origine catalana, medica, teologa femminista e queer, attivista politica, torna sugli scaffali delle nostre librerie con una nuova pubblicazione per Castelvecchi editore, dal titolo Queer Mary (2025, 140 pagine). Il futuro dell’esperienza cristiana. In questo volume Forcades si impegna a ragionare, per integrarle, la dogmatica mariana con l’esperienza queer della Vergine di Nazareth.
Lungo tre capitoli-contributi sviluppati nell’arco di quindici anni, l’autrice dimostra come la riflessione teologica frutto di un’esperienza di maturazione, riconosciuto il limite del discorso umano su Dio, può permettersi comunque di ragionarci su. Il dialogo che segue con Teresa Forcades è debitore della gentile disponibilità della curatrice Cristina Guarnieri.
Queer Mary è il titolo della sua nuova pubblicazione. Già altrove (vedi T. Forcades, Siamo tutti diversi! Per una teologia queer, Castelvecchi, 2016) lei ha ampiamente argomentato come queerness e fede non si escludono, anzi si vivificano. Quando ha sentito per la prima volta che la fede cristiana e il queer possono rendersi ragione vicendevolmente?
Teresa Forcades: Nel 2007 ho sostenuto la mia tesi di dottorato in Teologia sulla nozione di persona nella teologia trinitaria classica in rapporto alla moderna concezione di libertà quale auto-determinazione. Il mio studio sul concetto di “persona” mi ha permesso di capire come l’emergere dell’unicità individuale nella storia del pensiero sia stato difficile e in che misura questa emersione sia collegata ai dibattiti teologici cristiani.
L’uso attuale della parola “queer” nel senso di “pezzo unico, inclassificabile” o di “persona che non corrisponde ad alcuna etichetta” ha avuto origine nell’attivismo gay del 1990 (Queer Nation) e fu presto incorporato in teologia attraverso l’espressione “teologia queer”, usata per la prima volta, credo, dall’ex gesuita americano Robert Goss (Jesus Acted Up, 1993). In questo senso, la “teologia queer” non sarebbe successiva ma contemporanea alla cosiddetta “queer theory”. Attivisti e attiviste si sono adoperati, seguiti da teologi e teologhe (oltre a Robert Goss, è opportuno menzionare Marcela Althaus-Reid) e filosofi/e.
Nel primo capitolo di Queer Mary leggiamo una riflessione di ampio respiro intorno ai quattro dogmi mariani. Mi è utile sottolineare “riflessione di ampio respiro” perché, nella vita delle persone, è più usuale che il dogma appaia come un muro contro cui infrangersi rovinosamente. Perché la dogmatica ci sembra aver perso la funzione di luogo teologico da esplorare che lei invece rivendica?
Il dogma è un punto di partenza che spalanca le porte, piuttosto che un punto di arrivo che le chiude. Quest’idea fu sviluppata dal cardinale John Henry Newman nel diciannovesimo secolo, dopo la sua conversione al Cattolicesimo, quando realizzò che i dogmi cristiani stimolano la riflessione piuttosto che reprimerla. Per esempio, “le donne non possono essere sacerdoti” non stimola il pensiero, ma grazie a Dio non si tratta di un dogma. Sono invece dogmi che Gesù fosse totalmente umano e totalmente divino (dogma cristologico), che Maria di Nazareth sia stata non solo la madre di Cristo ma anche la madre di Dio (dogma mariano) e che Dio sia uno e trino (dogma trinitario).
I dogmi ci esortano sempre ad approfondire la nostra comprensione di Dio e la nostra comprensione della relazione di Dio con gli esseri umani. L’aggettivo “dogmatico” è percepito oggi negativamente e, soprattutto, nel senso di chiusura del dibattito piuttosto che di una sua apertura, forse perché i dogmi sono stati usati per “definire” Dio anziché testimoniare la natura “queer” di Dio, che è oltre qualsiasi definizione.
Secondo parte della tradizione la Vergine Maria, in virtù della sua integrità genitale, ha redento-redime-redimerà tutte le altre donne depositarie dei residui di un presunto peccato sessuale originario. Quanto costa questo artificio sessuofobico alla riflessione di fede?
È costato e continua a costare tanto! Questo artificio diffonde una diffidenza nei confronti della sessualità, diffidenza che contraddice chiaramente l’erotismo profondo e meraviglioso del Cantico dei Cantici (vedi T. Forcades, Forte come la morte è questo amore. Otto lezioni sul Cantico dei cantici, Castelvecchi, 2021) capace di celebrare l’amore divino con metafore che derivano direttamente da un incontro sessuale. Comunque, è interessante secondo me sottolineare l’incredibile creatività, vitalità e dinamismo della fede cristiana dal basso e in particolar modo delle donne cristiane che, lungo la storia, sono state capaci di oltrepassare qualsiasi limite teologico stabilito dai teologi ufficiali di corte vedute.
Un esempio che viene alla mente è quello di Maria Maddalena: le donne medievali l’hanno proclamata “una vergine”, nonostante si ritenesse che fosse stata una prostituta. Nella pietà medievale e nelle opere artistiche medievali, l’ex-prostituta Maria Maddalena è raffigurata vicino alla sempre-vergine Maria di Nazareth, entrambe intente a guidare, mano nella mano, il coro delle vergini in cielo.
Entrambe le donne (Maria di Magdala e Maria di Nazareth) condividevano pezzi di vestiario che potevano essere presi in prestito dalle donne che desideravano restare incinte o dalle donne incinte preoccupate per i pericoli del parto. Le donne medievali compresero la verginità come una categoria spirituale (non biologica). Essere vergine significava per loro essere una donna definita dalla propria relazione con Dio e non dalla propria relazione con un uomo o altri esseri umani.
Studiare il tema teologico delle parole di Maria per lei «è stato come portare alla luce un tesoro nascosto, un tesoro che fino a quel momento mi era rimasto invisibile, come sono invisibili tante parole e azioni di donne». Possiamo rintracciare esempi della devozione mariana che hanno conservato caparbiamente la loquacità di Maria a dispetto delle derive di una teologia della sottomissione silente?
La devozione mariana tra le prostitute sembra essere di lunga data e persistente. Un prete italiano si è sorpreso recentemente di aver visto un gruppo di prostitute riunite in chiesa, prima di andare a lavoro, per chiedere alla Vergine Maria di concedere loro “clienti buoni”, ovvero uomini che non le picchiassero e che le trattassero con rispetto. Una prostituta catalana, dopo aver saputo che Gesù disse ai suoi discepoli «le prostitute vi precederanno nel Regno dei Cieli» ha commentato: «Sicuramente gliel’ha insegnato Sua madre!».
Come lei argomenta, nella Verginità umana di Maria possiamo riconoscerci piene alterità rispetto a Dio, libere e liberi dall’aspettativa grandiosa di essere Dio e al contempo partecipi, se lo vogliamo, della sua creazione. Perché allora alcune teologie hanno sentito la necessità di fare di Maria una paredra di Dio?
Mi piace l’idea della co-creazione e della co-redenzione, non solo applicate a Maria ma a ciascuno e ciascuna di noi. Per come interpreto questo concetto, il punto non è derubare Dio della Sua Maestà di alterità, ma prendere sul serio ciò che Dio stesso ci ha comunicato: «La tua fede ti ha salvato». Se Gesù è il Redentore (cosa che io credo), perché Egli dice «La tua fede ti ha salvato»? Riguardo alla co-creazione, nel libro Queer Mary presento l’idea della teologa spagnola barocca Maria Gesù di Ágreda, secondo la quale il Fiat lux della Creazione giunge a compimento nel Fiat mihi di Maria di Nazareth, il quale necessita di essere liberamente e amorevolmente riprodotto in ciascuno e ciascuna di noi.
Dio può solo agire dentro e attraverso noi. Questa è la scelta che Dio fa, il rispetto che Dio ha per la nostra libertà. Detto ciò, io certamente comprendo la necessità teologica di essere cauti: co-creazione e co-redenzione sembrano veicolare un senso di “identità” o “uguaglianza” tra le parti che oscura il fatto che la nostra parte è semplicemente (semplicemente?) di dire «Sì, avvenga così». È importante unire i due aspetti: la trascendenza di Dio e la di Lui/di Lei immanenza (il Suo essere e agire dentro e attraverso noi).
Nel sottotitolo a Queer Mary leggiamo: Il futuro dell’esperienza cristiana. Mi sembra che ricondurre l’universalità, in primis terminologica, del cristianesimo alla particolarità dell’esperienza cristiana possa riattivare in noi la potenzialità di agire Dio-giustizia. Possiamo dire che l’esperienza cristiana avrà futuro se saremo futuro?
Sì, esattamente. La nostra responsabilità non si contrappone alla sovranità di Dio. La sovranità di Dio è il terreno della nostra libertà, la fonte della possibilità che la catena causale (azione-reazione) sia interrotta da qualcosa di così contro-culturale e così divino qual è il perdono.
E ancora, lei specifica: «L’esperienza cristiana del XXI secolo sarà mariana o non sarà». Quanto di mariano possiamo rintracciare ad oggi nelle nostre comunità?
Io vivo vicino a uno dei santuari mariani più visitati del mondo, quello di Montserrat. Posso testimoniare che la pietà mariana è viva e vegeta là dove è sempre stata: nelle comunità di base e tra i più poveri e marginalizzati. È anche in ottima salute fra i teologi conservatori a cui piace enfatizzare l’eccezionalità di Maria di Nazareth. La sfida, io credo, è costruire una mariologia progressista che vada al di là del “Maria è una di noi” per scoprire che “Noi siamo chiamati a diventare come Maria”.
Nel ringraziarla per la disponibilità a questo dialogo, le chiedo infine, ma in fondo mi chiedo: si sente mai stanca di ricercare? Stanca di dover giustificare la sua fede, di dover trovare una chiave logica che spieghi la tensione intima che sente?
Solitamente no. Questo grazie al carattere aperto della ricerca teologica. Mi confronto con alcune idee e, quando mi si ripropongono, cerco di guardarle in una luce un po’ diversa o di scoprirne un aspetto fino a quel momento nascosto. In generale, sono sempre grata quando riesco ad avere una conversazione teologica!

