Chiavari. Una piccola diocesi con una profonda esperienza di Chiesa insieme con i cristiani LGBT+ e i loro familiari
Trascrizione degli interventi tenuti in occasione del laboratorio “Costruire pastorali cattoliche inclusive: esperienze in corso” tenuto nell’incontro “Pietre D’angolo” (Firenze, 5 aprile 2025), trascrizione a cura dei volontari de La tenda di Gionata, parte seconda
Dopo Bologna, prende la parola il referente della pastorale della diocesi di Chiavari, che si presenta con semplicità: “Siamo una sorella minore”. Più piccola come diocesi, e con una storia pastorale molto più recente rispetto a quella di Bologna. Ma è proprio da questa dimensione di fragilità che nasce qualcosa di profondo. Forse proprio come un terreno nudo, ma disponibile ad essere fecondato.
All’inizio dalla vicina diocesi di Genova in cui da alcuni anni era già attivo un gruppo (Bethel), fondato da un presbitero, scomparso prematuramente, che viene accompagnato, ma mai riconosciuto ufficialmente, dalla Diocesi.
In questo gruppo la responsabilità era stata assunta da Laura che, durante il periodo della pandemia, scopre il parroco di Rapallo (della vicina diocesi di Chiavari) e alcune famiglie che si stavano interrogando intorno ad alcune domande di fede in ordine ai loro figli omosessuali. Contestualmente la diocesi di Chiavari, sospinta dal cammino sinodale e credendoci, desidera ripensare la pastorale famigliare affidando a un nuovo direttore questo percorso.
Nel 2022, ad agosto, nasce così un piccolo gruppo informale, composto da amici e amiche, laici e presbiteri, che si conoscevano all’interno della diocesi e condividevano un bisogno comune: ritrovare senso nella propria appartenenza alla Chiesa, senza sentirsi costretti in ruoli o categorie precostituite.
Il punto di partenza non è stato un progetto, ma una confessione personale: “Io sono nato nella Chiesa e la amo, ma oggi mi sento ferito da essa”, ha detto uno dei fondatori. Da quel momento, ognuno ha iniziato a raccontare la propria storia – con gratitudine ma anche con dolore – mettendo al centro l’esperienza di chi, come le persone LGBT, i divorziati risposati o le famiglie ‘atipiche’, non si è mai sentito pienamente accolto.
Uscire dalle categorie, tornare ai verbi
Questo è il cuore della proposta che nasce a Chiavari: non più categorie statiche, ma verbi dinamici. L’esperienza del vivere si scopre come eccedente le categorie o gli schemi che fino ad ora abbiamo elaborato. Proprio per questo la vita ci espone al sacro ed è un’esperienza incandescente. “Non partiamo più da definizioni come ‘sposato’, ‘divorziato’, ‘omosessuale’, ‘genitore’, ma dai verbi della vita che tutti condividiamo: nascere, crescere, amare, soffrire, morire”. Non esiste più l’immagine chi è dentro o fuori i confini della Chiesa, ma tutti cercatori indomiti del volto di Dio.
La pastorale, non è un’attività da gestire, ma un modo di camminare con gli altri, riscoprendo la bellezza di essere compagni di viaggio nella fede.
Un momento chiave di questo percorso avviene il 9 giugno 2023, quando alcuni rappresentanti della diocesi di Bologna vengono invitati da tutta la diocesi, dal vescovo e quindi dall’ufficio di pastorale famigliare nel cortile del Seminario a raccontare la loro esperienza (Siamo più di 200 persone, laici e presbiteri).
Ne nasce un incontro forte, profondo, che lascia un segno indelebile. “Non ci interessava organizzare una conferenza a tema. Ci interessavano le storie, i volti, i vissuti”, spiegano. “Ed è lì che la nostra Chiesa ha cominciato a cambiare”.
Una rete che cresce
Da quell’incontro è partita una rete che ha coinvolto gruppi giovanili, uffici pastorali, comunità parrocchiali con i loro parroci, vari movimenti (in particolare Focolarini, CL). Le storie ascoltate hanno cominciato a circolare all’interno dei consigli pastorali zonali o vicariali, e da lì sono nate piccole esperienze di servizio e accoglienza.
Uno dei frutti più belli è stato il gruppo “Amore in cammino”, che fa parte strutturale dell’ufficio di pastorale famigliare della diocesi, pensato per accompagnare coppie e famiglie in cammini non canonici. “Per noi – raccontano – è stato un dono. Anche chi si era sempre sentito ai margini ha trovato uno spazio dove essere accolto”.
C’è anche una riflessione profonda sul termine “inclusione”. Uno dei relatori dice con forza: “A me non piace la parola inclusivo. Non perché sia sbagliata, ma perché suona come se io fossi il buono che include qualcun altro. Invece, io sono salvato a mia volta da chi mi cammina accanto. Questo è il vero dono: essere trasformati dal rapporto”.
La sfida lanciata dalla diocesi di Chiavari è forte e chiara: uscire dalla logica delle etichette, entrare nella logica delle relazioni. Non si tratta di “fare pastorale LGBT”, ma di fare una profonda esperienza di Chiesa insieme, accogliendo tutte e tutti nei percorsi della vita reale.

