Come accogliere il cammino di chi sta esplorando la propria Identità di Genere?
Riflessioni di Laura Ricci*, psicologa e formatrice. Prima parte
Cari Genitori, Insegnanti ed Educatori, in qualità di psicologa, ho avuto la grazia e il privilegio di accompagnare alcune persone nel loro cammino di crescita personale e vi confido che una delle esperienze più delicate e trasformative che si possano attraversare è quella legata alla consapevolezza dell’identità di genere. È un percorso che porta con sé dubbi, sofferenze e paure, ma anche tanto coraggio, speranza e la voglia di vivere in piena libertà, secondo la propria vera essenza.
Oggi desidero condividere con voi una riflessione che credo possa fare la differenza nella vita di chi sta percorrendo questo cammino. L’obiettivo di questa lettera è di sensibilizzarvi riguardo alla realtà che vivono le persone trans e quelle non conformi al binarismo di genere, e di offrirvi delle indicazioni pratiche su come possiamo tutti contribuire a rendere il nostro ambiente educativo e familiare più inclusivo, rispettoso e accogliente.
Un incontro con Viola: La liberazione da un’identità “nascosta”
Viola, una giovane donna mi ha raccontato un’esperienza che voglio condividere con voi, perché credo possa illuminare la realtà di tante persone che si trovano a confrontarsi con la propria identità di genere.
La sua storia inizia con la prima fase del nostro primo colloquio, una frase che mi ha colpita profondamente: “Dottoressa, ho una malattia: sono transessuale.” Queste parole non sono solo un’ammissione di sofferenza, ma anche un’espressione di un coraggio che, nel tempo, si è trasformato in libertà.
Fin da bambina, Viola sapeva di voler essere Edoardo. Ma crescere in una società che non accoglieva questa sua identità interiore l’ha portata a sentirsi malata, sbagliata, colpevole. Eppure, come spesso accade, la colpa non risiede nella persona che esplora la propria autenticità, ma in una cultura che rifiuta il diverso. È la cultura transfobica, purtroppo ancora molto radicata, che definisce “anormale” ciò che non si adatta al rigido binarismo di genere.
La liberazione dalla colpa: Un cammino di accoglienza e riconoscimento
Quello che desidero trasmettere a tutti voi, genitori e insegnanti, è un messaggio di speranza e di consapevolezza: l’affermazione della propria identità di genere non è una “patologia”, non è un “disturbo”. È semplicemente una parte dell’esistenza umana, una delle molte forme con cui l’essere umano si esprime. La società, però, fa fatica ad accettarlo, e in questo contesto si inserisce la sofferenza di chi si sente invisibile, discriminato, incompreso.
Viola, e molte altre persone che ho incontrato nel mio percorso professionale, mi hanno aiutato a comprendere che, sebbene la disforia di genere possa generare dolore, la causa principale di questo dolore non è l’identità stessa, ma la difficoltà a vivere autenticamente in una società che fatica a riconoscere la diversità. Per questo, il nostro compito come educatori e genitori, è non solo quello di accogliere, ma di creare un contesto che non metta in discussione, ma anzi celebri la varietà dell’esperienza umana.
Un mondo oltre il binarismo di genere
Il binarismo di genere pervade numerosi ambiti della nostra vita, rendendo la nostra società difficile da vivere nel quotidiano per chi non è conforme alla norma. A tal proposito mi confida kevin che “si da per scontato che un uomo trans debba essere per forza attratto dalle donne, come dire che, indipendentemente dal mio genere, non è contemplato che io possa essere attratto dai maschi. Mi piacevano i maschi prima e mi piacciono anche adesso che ho intrapreso il mio percorso di affermazione di genere”.
Infatti, Identità di genere e orientamento sessuo-affettivo sono due dimensioni indipendenti: la nostra abitudine sociale di chiamare eterosessuali o omosessuali le persone non riproduce la complessità del reale. Occorre contemplare la possibilità di slegare l’attrazione sessuale dall’appartenenza ad un genere. La nostra società non è preparata ad accogliere ciò che è imprevisto: “essere trans gender è come non esistere, perché non ci sono leggi che concretamente ci tutelano o diritti paritari che possiamo affermare come tutti gli altri cittadini” mi dice in tono arrabbiato Arturo. E io sento come un’onda alta e minacciosa quanto debba essere stressante vivere così.
“Sono stanco di essere un imprevisto, un fenomeno inatteso: sono sempre stato qui! Mi sento un essere umano e un cristiano di serie B e ci ho messo molto tempo al lavoro per manifestare la mia identità di genere e per poter vivere tranquillamente in ufficio”.
Quanta energia impiegata nel nascondimento che Arturo sottraeva alla sua autorealizzazione professionale e personale! Ci sono degli studi che ci dimostrano quanto manifestare il vero Sé, invece che viverlo clandestinamente, migliora la salute psicofisica e riduce drasticamente il rischio di stati depressivi e ansiogeni.
Per chi scrive, non è più il momento di tollerare la diversità di genere come una “eccezione”, ma di accoglierla come una parte integrante della nostra società. La vera inclusione non significa accettare come un atto di benevolenza, ma riconoscere che ogni essere umano ha il diritto di vivere liberamente, senza paura di essere giudicato, discriminato o invisibile.
Non dobbiamo solo insegnare ai giovani a “non discriminare”, ma dobbiamo dare loro gli strumenti per celebrare le diversità e per vivere la propria identità in modo autentico.
* Laura Ricci è psicologa, supervisore e docente di Psicologia presso la Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna. È presidente di Doceat, una associazione per il sostegno e lo sviluppo delle persone e delle organizzazioni (www.doceat.org). Tra le sue pubblicazioni segnaliamo il libro Prendersi cura del cammino sinodale. Accompagnare gruppi e comunità nello stile di papa Francesco, scritto insieme a Luca Vitali (EDB, 2023).

