Come accompagnare pastoralmente nella chiesa cattolica le persone transgender
Testo di Jamez Terry* e Jamez Terry** su Health Progress (Catholic Health Association of the United States, Stati Uniti), autunno 2023. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
Negli ultimi dieci anni la questione del genere ha ricevuto un’attenzione crescente. Raramente passa un giorno senza che i media non riportino notizie sugli aspetti clinici, legali ed etici legati all’esperienza delle persone transgender.
Tutti questi elementi si intrecciano — o talvolta si scontrano — nel frullatore politico, dove da un lato le persone trans vengono innalzate a simbolo dei diritti civili individuali, mentre dall’altro vengono additate come esempio di declino morale e spirituale.
Eppure, nonostante tutta questa visibilità pubblica, la dimensione spirituale e i bisogni interiori delle persone transgender hanno ricevuto pochissima attenzione.
È importante invece esaminare da vicino le loro esperienze, non solo per offrire cure migliori nei nostri ospedali e cliniche cattoliche, ma anche perché la loro esperienza può aiutarci a scoprire nuove dinamiche spirituali nelle nostre stesse vite.
La domanda più essenziale
L’esperienza delle persone transgender riguarda tutti noi perché si radica in una domanda fondamentale sull’esistenza umana.
Suor Luisa Derouen, OP, domenicana e direttrice spirituale che da quasi venticinque anni accompagna centinaia di persone transgender, afferma che il primo passo nel nostro cammino di comprensione consiste nel domandarci: “Chi sono io?”.
Ciascuno di noi cresce fino a maturare la consapevolezza della propria esistenza e a riconoscere chi è in relazione a Dio e agli altri. Per le persone transgender la ricerca della verità della propria esistenza è più ardua.
Non scelgono di essere transgender, e quindi non possono scegliere di “non esserlo”. Esiste un lungo elenco di enti medici autorevoli che confermano la realtà delle persone transgender.
Ma c’è anche un’altra narrazione, portata avanti da alcuni ambienti medici, politici e religiosi di diverse confessioni. Secondo questa visione, le persone transgender non esisterebbero davvero, ma solo nella loro mente.
“È impossibile — dice suor Derouen — mostrare rispetto alle persone e nello stesso tempo negare la loro esistenza. Non importa quanto belle possano sembrare le parole: essere patologizzati e messi ai margini conduce a stigma, vergogna, silenzio, segretezza e, tragicamente, al suicidio”.
Suor Derouen racconta di aver assistito a centinaia di episodi di questa emarginazione, da vicino e con dolore. E aggiunge: “Finché le persone transgender cercano di sopprimere chi sono e tentano di diventare ciò che gli altri dicono che devono essere, si trovano a soffrire di depressione, isolamento, rabbia, problemi medici, abuso di sostanze, relazioni spezzate e molto altro. Ma quando scelgono di vivere a partire dalla verità e dall’integrità del loro essere, gran parte di questo dolore scompare, ed emergono pace, gioia, compassione, saggezza, libertà interiore e la capacità di ricevere e donare amore autentico”.
E conclude: “Noi esseri umani siamo una creazione complessa e misteriosa di corpo e spirito voluta da Dio, e nessuno è più in sintonia con il mistero di questa realtà delle persone transgender. Lontano dall’essere deliranti o dal voler tradire l’umanità che Dio ha dato loro, desiderano soltanto rimanere fedeli a ciò che Dio ha fatto di loro”.
«Non c’è un me senza la transizione»
Non esiste un unico modo per definire o descrivere la transizione. Per ciascuna persona è un processo di riconoscimento e di affermazione della verità del proprio essere.
Alcuni la descrivono come una conversione di vita, una trasformazione in Dio, o una crescita in integrità e libertà: i modi per raccontarla sono tanti. Ciò che conta è riconoscere che ciò che vivono le persone transgender è qualcosa di sacro e buono, non un peccato né un inganno.
Maureen Cauffey, una donna trans che ogni mattina dedica tempo alla meditazione e partecipa ogni giorno alla Messa, riassume così questa esperienza: «Non c’è vita in me senza Cristo al centro, ma non c’è un me senza la transizione».
In fondo questo riguarda anche ciascuno di noi. Nel percorso di consapevolezza e scoperta di sé, siamo tutti chiamati a lasciare ciò che in noi è falso e non viene da Dio, e a custodire ciò che ci rivela la nostra verità più profonda, dove Dio abita in noi.
Non è facile, e richiede una vita intera, ma per le persone transgender questo cammino è spesso ancora più complesso.
Suor Derouen, osservando e accompagnando questi percorsi, descrive tre fasi generali.
La prima è quella dell’“integrazione falsa”. È la lotta tormentata di chi tenta in ogni modo di non essere trans, perché tutti intorno ripetono che non lo è e che essere trans è sbagliato.
Alcune persone, come Dawn Wright, hanno vissuto per anni in questa angoscia, combattendo la propria realtà interiore: «Pensavo che se fossi transitata sarebbe stato un peccato mortale e sarei andata all’inferno. Ma non posso più vivere così, e se non transito commetterei suicidio, e anche quello sarebbe un peccato mortale. Quindi, in ogni caso, sarei finita all’inferno».
La seconda fase è quella della “disintegrazione”, quando finalmente si riconosce che non si può più continuare a vivere una menzogna, fingendo di essere qualcun altro.
È un momento di verità, ma anche di grandi perdite: chi decide di vivere secondo il genere che sente come proprio sa di rischiare relazioni, famiglia, amicizie, lavoro, comunità. Eppure, per quanto doloroso, questo passo porta anche sollievo, perché si smette di combattere se stessi.
La pianista Sara Buechner racconta così la sua esperienza: «Nei due anni e mezzo tumultuosi dopo la mia decisione di transitare, gli amici mi hanno abbandonata, i concerti sono stati cancellati e ho perso il lavoro come insegnante. Ma dentro di me c’era una calma totale, perché il cammino interiore era parte integrante di me stessa, ed era un cammino fatto non da sola, ma con Dio».
La terza fase è quella della “reintegrazione”. Nel corso degli anni, chi transita lentamente giunge a sentirsi finalmente a casa, in se stesso, nel mondo e in Dio. Le difficoltà non scompaiono — come per tutti gli esseri umani — ma ora vengono affrontate con integrità.
Colpisce quanto queste tre tappe rispecchino un paradigma più universale dell’esistenza. Si potrebbe descriverle come “tesi-antitesi-sintesi”, o, in termini teologici, come “purgativo-illuminativo-unitivo”, oppure come l’“uscita dalla notte oscura dell’anima” descritta da san Giovanni della Croce: un tempo doloroso, ma comunque benedetto. In fondo, tutti attraversiamo passaggi simili nel nostro cammino di crescita a immagine di Dio.
«Camminare accanto alle persone transgender e non binarie — dice suor Derouen —, accompagnandole dal falso sé al vero sé, è la chiamata che Dio mi ha affidato.
Hanno trasformato profondamente la mia vita in Dio, e ho imparato tantissimo da loro. Mi hanno resa una donna migliore e mi hanno dato il coraggio di vivere con più integrità la mia stessa vita».
* Fr. Charles E. Bouchard, OP ha recentemente concluso il suo incarico come direttore senior per la teologia e la sponsorizzazione presso la Catholic Health Association di St. Louis. Attualmente è senior fellow e consulente presso l’Aquinas Institute of Theology a St. Louis.
**Jamez Terry è cappellano presso il Providence Alaska Children’s Hospital di Anchorage..
Testo originale: Six Practical Suggestions for Spiritual Care of Transgender Persons

