Come i nazisti perseguitarono le persone queer? Una storia di leggi, vite cancellate e resistenza
Testo rielaborato a partire da un saggio storico pubblicato sul sito Pink Triangle Legacies (Stati Uniti) il 24 gennaio 2024. Liberamente tradotto e adattato per la pubblicazione dai volontari del Progetto Gionata
All’inizio non furono i campi di concentramento. Non furono neppure gli arresti di massa. La persecuzione delle persone queer da parte del regime nazista cominciò in modo più silenzioso, ma non meno violento: togliendo visibilità, parole, spazi. I nazisti erano convinti che l’omosessualità fosse una “tentazione” capace di diffondersi e corrompere l’intera società. Per questo decisero che doveva sparire dallo spazio pubblico.
Il primo passo fu la censura. Le pubblicazioni queer vennero vietate, accusate di essere un pericolo per la gioventù tedesca. Nel febbraio 1933, poche settimane dopo la nomina di Adolf Hitler a cancelliere, il governo ordinò la chiusura dei luoghi considerati di “immoralità”. Questa misura aprì la strada allo smantellamento sistematico di bar, circoli, associazioni e reti di incontro queer, soprattutto a Berlino, che fino ad allora era stata uno dei centri più vivaci e liberi d’Europa.
Pochi mesi dopo arrivò un gesto dal valore fortemente simbolico. Glio studenti universitari legati al regime saccheggiarono l’Istituto per la Scienza Sessuale fondato da Magnus Hirschfeld. Migliaia di libri, articoli, archivi e materiali unici furono distrutti nei roghi pubblici di Berlino. Il messaggio era chiaro: nella “nuova Germania” non c’era posto per le persone queer, né per il sapere che le riguardava.
Col tempo la persecuzione si fece sempre più articolata e capillare, ma non seguì mai uno schema semplice. Il regime nazista riduceva la complessità delle vite a un’unica etichetta – ebreo, comunista, disabile, omosessuale – trattata come deviante o pericolosa. Tuttavia, nella realtà, le identità si intrecciavano. Per questo, come ha spiegato la storica Anna Hájková, solo un approccio intersezionale permette di comprendere davvero le esperienze vissute dalle persone perseguitate.
Non tutti gli uomini denunciati in base al Paragrafo 175 finirono immediatamente in un campo di concentramento. Non per clemenza, ma perché entravano in gioco altri fattori: l’essere considerati “ariani”, il prestigio sociale, l’aver combattuto nella Prima guerra mondiale, l’essere cristiani, cisgender, integrati. Ernst Pack, per esempio, fu arrestato tre volte in base al Paragrafo 175 e scontò pene detentive, ma solo dopo il terzo arresto venne deportato. Il fatto che fosse un veterano decorato e un imprenditore rispettato contribuì a ritardare la sua deportazione.
Al contrario, le persone la cui identità queer si intrecciava con altre identità prese di mira dal regime – ebrei, comunisti, oppositori politici, membri della resistenza – avevano molte più probabilità di essere condannate e inviate nei campi. Le ricerche più recenti mostrano inoltre che le persone con un’espressione di genere non conforme erano più facilmente denunciate, indipendentemente dal loro orientamento sessuale.
C’è poi una pagina scomoda di questa storia: alcune persone queer tedesche sostennero il nazismo, condividendone antisemitismo, razzismo e obiettivi politici. Se erano considerate “ariane” e cisgender, nei primi anni del regime avevano persino la possibilità di farne parte attivamente. Il caso di Ernst Röhm è emblematico. Röhm era apertamente gay, uno dei primi membri del partito e capo delle SA, la milizia paramilitare nazista. Per anni Hitler ne protesse la reputazione. Ma nel 1934, quando altri dirigenti convinsero Hitler che Röhm rappresentava una minaccia politica, fu eliminato insieme ad altri avversari durante la Notte dei lunghi coltelli.
Dopo l’omicidio di Röhm, la propaganda nazista sfruttò l’evento per alimentare l’omofobia. Hitler dichiarò che quell’esecuzione dimostrava la sua determinazione a ripulire la Germania dal “vizio” dell’omosessualità. In questo modo, l’odio verso le persone queer divenne uno strumento per conquistare nuovi consensi, soprattutto negli ambienti politici e religiosi più conservatori.
Nel giugno 1935 il regime intervenne direttamente sulla legge. Il Paragrafo 175, in vigore da decenni, venne riscritto in modo volutamente vago. Qualsiasi “atto indecente” tra uomini poteva essere punito: una carezza, un bacio, uno sguardo giudicato troppo insistente. Questo diede alle forze dell’ordine e ai giudici un potere enorme. Le conseguenze furono immediate: arresti e condanne aumentarono in modo vertiginoso. In totale, circa centomila uomini furono arrestati e più di cinquantamila condannati.
Nel 1936 Heinrich Himmler istituì l’Ufficio Centrale del Reich per la lotta all’omosessualità e all’aborto. Da Berlino vennero coordinate liste di sospetti, infiltrazioni, operazioni sotto copertura. La tortura veniva usata per estorcere nomi e creare nuove catene di arresti. In alcune città, come Amburgo, centinaia di uomini furono arrestati in una sola notte. Oltre al carcere, le persone condannate potevano perdere il lavoro, la casa, i titoli di studio e ogni forma di riconoscimento sociale.
Le donne queer, le persone trans e le persone con un’espressione di genere non conforme non erano protette dall’assenza di una legge specifica. Al contrario, venivano colpite attraverso altri strumenti giuridici: accuse di disturbo dell’ordine pubblico, “asocialità”, abuso, vagabondaggio. Molte finirono nei campi marchiate con il triangolo nero, riservato agli “asociali”.
Un ruolo decisivo fu giocato dalla popolazione civile. Circa il 30% delle condanne basate sul Paragrafo 175 ebbe origine da denunce di vicini, colleghi, conoscenti. Bastava una segnalazione per attivare la violenza dello Stato. Richard Grune, per esempio, fu arrestato insieme ad altre settanta persone dopo che un partecipante a una festa annotò nomi e indirizzi e li consegnò alla Gestapo. Ilse Totzke fu denunciata perché non si conformava alle norme di genere e frequentava persone ebree. Anche quando la sessualità non era l’obiettivo diretto della polizia, diventava il motivo per cui i civili segnalavano qualcuno.
Nei campi di concentramento, gli uomini imprigionati come omosessuali venivano contrassegnati con il triangolo rosa. Spesso erano isolati dagli altri detenuti, assegnati ai lavori più duri, privati di cibo. Molti furono sottoposti a esperimenti medici, sterilizzazioni e castrazioni forzate. Le testimonianze raccontano una violenza particolarmente brutale. La maggioranza di questi prigionieri non sopravvisse.
La liberazione non significò giustizia. Dopo la guerra, gli Alleati considerarono gli uomini con il triangolo rosa dei criminali comuni e li rimandarono in carcere. Il Paragrafo 175, nella versione nazista, rimase in vigore per decenni. Le riparazioni per le persone queer perseguitate arrivarono solo nel 2002. Pierre Seel, sopravvissuto ai campi, lo disse senza giri di parole: «La liberazione fu solo per gli altri».
Il regime nazista non mirava a uccidere ogni singola persona queer, ma a distruggere completamente spazi, relazioni, culture, reti di sostegno. Eppure, anche in quelle condizioni, molte persone resistettero: con matrimoni di copertura, con reti clandestine, con la resistenza armata, come Willem Arondeus, che prima di essere giustiziato volle lasciare detto che «gli omosessuali non sono codardi».
È una storia di persecuzione sistemica, ma anche di resilienza ostinata. Una memoria necessaria, perché mostra quanto rapidamente il controllo dei corpi e delle vite possa trasformarsi in progetto politico.
Testo originale: How Did the Nazis Persecute Queer People?

