Come l’Avvento offre una visione della giustizia del regno di Dio
Articolo di Michael Sennett* pubblicato sul sito di Outreach (USA) il 6 dicembre 2025 e liberamente tradotto da Teresa Mugno, volontaria de La Tenda di Gionata
Le radici sono cose tenaci. Molto tempo dopo che gli alberi crollano o vengono abbattuti da mani umane, le radici rimangono, assetate d’acqua, aggrappate alla vita, generando nuovi germogli. Isaia insiste su questo messaggio nella prima lettura di oggi: dal tronco di Iesse, da ciò che sembra irreparabile, un germoglio oserà crescere.
Il Messia di Isaia arriva avvolto nello Spirito di saggezza, comprensione, consiglio, forza, sapienza e timore del Signore. Lo Spirito di Dio si poserà su colui che giudica con giustizia, che conforta gli afflitti e affligge chi è agiato. Le parole di Isaia non sono fantasia, ma visione. La visione di Dio per il mondo è tratteggiata nella tenace resilienza della vita stessa, esortandoci a confidare che Dio sta già operando nelle situazioni che temiamo siano irreparabili.
Il Salmo 72 continua la melodia di Isaia. Sentiamo parlare di un sovrano la cui giustizia non è ornamentale, ma vissuta. Giustizia e pace fioriranno nei suoi giorni, canta il salmista. Questo sovrano salva i poveri quando gridano e protegge la vita dei vulnerabili. Benedette sono in lui tutte le tribù della terra. Questi versetti ci ricordano che il sogno di Dio per il mondo è sempre stato la liberazione; il regno di Dio è sempre stato giustizia intrecciata strettamente con misericordia.
Scrivendo ai Romani, san Paolo esorta la prima comunità cristiana a coltivare quella stessa speranza tenace e condivisa. La Scrittura, ci ricorda, è un dono di perseveranza e solidarietà, incoraggiata da promesse che vivono più a lungo di imperi. Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo ha accolto voi. Non con riluttanza o condizionalmente, ma con lo stesso abbraccio radicale che Gesù estende ai margini. Paolo ci invita all’armonia come impegno condiviso e sacro verso il Dio che conduce ogni nazione alla pace.
Giovanni Battista ci saluta nella seconda domenica di Avvento con notizie sconvolgenti.
«Convertitevi!», grida nel deserto della Giudea, «perché il regno dei cieli è vicino!»
Egli grida nel deserto, vestito di pelo di cammello e appiccicoso di miele, un netto contrasto con la comodità di una sinagoga. Predica all’incrocio tra fede passiva e fede attiva. Giovanni è arrivato per scuoterci dal sonno, ricordandoci che la venuta di Cristo raramente è comoda o conveniente. La Buona Novella ci chiama a preparare la via del Signore con parole e opere.
I cattolici queer conoscono bene la natura selvaggia.
La fede ai margini non si limita alla sofferenza; la fede ai margini è sopravvivenza. La nostra fede non è fragile, ma feroce. Abbiamo incontrato Dio in spazi che la Chiesa deve ancora esplorare. Con lo stesso coraggio di Giovanni Battista, i cattolici LGBTQ aprono le loro porte e allargano la loro tenda. L’Avvento, e l’attesa in generale, si estendono oltre la dolce attesa, lasciando ai cattolici LGBTQ una fame di appartenenza, una sete inestinguibile del Dio che custodisce le nostre radici. L’appartenenza non nasce dalla passività; noi creiamo appartenenza perché apparteniamo già a Dio. Perseveriamo nel preparare la via del Signore, nonostante gli ostacoli. Condividiamo un senso di affinità a Giovanni Battista, tenendo insieme sconvolgimento e speranza, avvolti nella santità del deserto.
La spiritualità ignaziana ci invita a incontrare Dio in ogni cosa. Ignazio ci guida a notare Dio non solo nella consolazione, ma anche nella desolazione. Dio è presente nella città e nel deserto, nel lume di candela e nelle macerie, nei canti natalizi e nella resistenza. Preparare la via del Signore significa incontrare Dio in ogni tensione santa. L’Avvento non è un periodo di passività; dobbiamo spianare le nostre strade a Cristo e incontrarlo nella gioia e nella sofferenza del deserto.
La natura selvaggia del nostro mondo grida contro gravi ingiustizie: in quello che posso solo definire genocidio, mentre i palestinesi si riparano ancora dalle bombe e dai proiettili israeliani, nonostante il “cessate fuoco”. Nei raid terrificanti dell’ICE, in cui agenti mascherati rapiscono i migranti e li sottopongono a sovraffollamento, fame e altre condizioni disumane, negando il loro diritto all’assistenza spirituale. Nel rifiuto di vedere Cristo nella comunità transgender e nella strumentalizzazione della fede per giustificare la transfobia. Dio è presente in tutte queste tragedie, e in molte altre ancora, ferito e in attesa.
La fede dell’Avvento non si accontenta del solo riconoscimento. Il pentimento è azione. L’Avvento, nel suo fondamento, è la ferma convinzione che Dio irrompe ancora nella storia dell’umanità, che persino il deserto più aspro può diventare una strada percorsa da Dio. Ci prepariamo non con un sentimento silenzioso, ma con un amore coraggioso. Vegliamo, non per paura di perderci l’arrivo di Cristo, ma perché vogliamo essere pronti quando Cristo arriverà travestito da ferito, da sfollato, da dimenticato.
Nessun singolo gesto può sradicare l’ingiustizia da solo, ma ciascuno di essi spiana un pezzo di strada. Ciascuno pianta un seme del regno che verrà. Proteste che risuonano di preghiera, dolore e speranza. Boicottaggio e disinvestimento da aziende complici di violenza e ingiustizia. Comunicazione, telefonate e incontri con i rappresentanti. Raccolta fondi per gli aiuti umanitari. L’azione non deve essere perfetta per essere santa, solo piena di fede.
Cristo sta arrivando. Facciamoci trovare ben svegli, a curare le radici della giustizia, osando credere che una nuova vita può sorgere da luoghi recisi. Il Regno è vicino!
(Riflessioni bibliche su Is 11,1-10, Rm 15,4-9, Mt 3,1-12)
*Michael Sennett (lui/loro) è un uomo transgender cattolico di Boston, Massachusetts, che sta attualmente conseguendo un master in cura pastorale con l’obiettivo di supportare le persone queer di fede attraverso l’incontro e il dialogo.
Testo originale: How Advent offers insight into the justice of God’s kingdom

