Come possono i cristiani LGBT+ stabilire confini sani con chi non li accoglie
Testo di Alicia Brock*, pubblicato sul sito The Christian Closet (Stati Uniti) il 15 settembre 2022. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata
“Confini” è diventata una delle parole più usate nella nostra società. Nel mio lavoro di terapeuta è anche uno degli argomenti di cui parlo più spesso con le persone che accompagno. Quando lavoro con persone LGBT+ che provengono da ambienti cristiani, prima o poi emerge quasi sempre il problema dei confini da stabilire nei rapporti con chi non accetta la loro identità.
Nel mio precedente articolo ho riflettuto su come vivere il rapporto con familiari e amici che non ci accolgono pienamente. Stabilire dei confini è uno dei modi possibili.
Eppure, per quanto se ne parli molto, tante persone non sanno bene come farlo nella vita concreta. Ecco allora alcuni suggerimenti.
1. Parti dall’amore
Quando desideri che una persona continui a far parte della tua vita, probabilmente è perché la consideri buona e capace di amare. Prova quindi a partire proprio da questo.
Avvicinati a lei presumendo, almeno inizialmente, che le sue intenzioni siano positive.
Potresti dire: «So che mi ami e che desideri il meglio per me». Oppure: «Capisco quanto possa spaventarti pensare che il mio rapporto con Dio sia in pericolo. Il tuo amore significa davvero molto per me».
Partire dall’amore non significa negare il male che alcune parole o alcuni comportamenti possono provocare. Significa cercare di aprire il confronto riconoscendo il legame che esiste tra voi.
2. Parla di ciò che vivi, senza attribuire all’altra persona intenzioni che non conosci
Questa può essere una delle parti più difficili quando si cerca di stabilire dei confini. Spesso affrontiamo queste conversazioni mettendoci subito sulla difensiva, perché siamo stati feriti. Ma il nostro atteggiamento difensivo può creare un tono che anche l’altra persona finirà per assumere.
Quando invece riusciamo a parlare con sincerità e vulnerabilità di ciò che stiamo vivendo, spesso aiutiamo anche l’altra persona a trovare il coraggio di mostrarsi vulnerabile.
Potresti dire, per esempio: «Quando nomino la persona con cui sto e tu cambi subito argomento, ho la sensazione che ciò che è importante per me non abbia alcun valore per te. In quei momenti mi sembra di non contare. Questa cosa mi ferisce. Possiamo parlarne?».
Se una persona è davvero capace di offrirti un rapporto sicuro, una frase come questa susciterà spesso empatia e comprensione. Ed è già un buon punto di partenza per affrontare una conversazione difficile.
3. Apri uno spazio di dialogo
Una frase come quella appena proposta può diventare l’inizio di un dialogo capace di favorire una maggiore comprensione reciproca.
Continuando a parlare a partire dalla tua esperienza, senza accusare o pretendere di sapere che cosa l’altra persona pensi, le offri la possibilità di comprenderti meglio, di approfondire il rapporto con te e di condividere a sua volta ciò che prova.
Naturalmente non tutti saranno pronti ad affrontare una conversazione del genere. E questo ci porta al punto successivo.
4. Difendi i tuoi bisogni
Purtroppo ci sono momenti nei quali una persona che non ci accetta semplicemente non riesce ad ascoltare ciò che stiamo cercando di dirle.
La sua paura le impedisce di vedere la sofferenza che sta provocando e, invece di fermarsi, finisce per aggiungere altro dolore. Quando questo accade è importante stabilire confini che ti permettano di sentirti al sicuro.
Potresti dire: «Quando fai battute sulle persone LGBT+ mi ferisci. Se continuerai a farle, me ne andrò».
Oppure: «Quando torno a casa per le feste mi piacerebbe partecipare con voi alla celebrazione della vigilia di Natale, ma non mi sento a mio agio in una chiesa che non accoglie le persone LGBT+. Possiamo cercare una celebrazione in una comunità nella quale tutti possiamo sentirci al sicuro e a nostro agio?».
Stabilire un confine non significa cercare di controllare il comportamento dell’altra persona. Significa spiegare chiaramente che cosa farai tu per proteggerti se un determinato comportamento continuerà.
Supponiamo, allora, che tu abbia provato a fare tutte queste cose. Bene: è un ottimo inizio. Questo, però, non garantisce che il cammino sarà privo di sofferenza. Le difficoltà legate alla crescita possono fare davvero male.
Ma provare dolore non significa necessariamente che abbiamo scelto una strada sbagliata o che non stiamo percorrendo il cammino più salutare per noi.
A volte possiamo fare tutto nel modo “giusto”: stabilire confini chiari, parlare con sincerità e cercare un dialogo costruttivo. Eppure l’altra persona potrebbe non essere ancora pronta ad ascoltarci.
Ricorda che non è colpa tua e che non puoi controllare la sua reazione. L’altra persona ha il proprio cammino, così come tu hai il tuo. Quando il dialogo non è possibile, dobbiamo concederci di vivere il dolore della perdita e, nello stesso tempo, continuare a proteggere i nostri confini.
Non è facile, ma non devi affrontare tutto questo da solo. Trovare una comunità che ti ami e ti accolga pienamente può avere una forza profondamente risanante.
Cerca una chiesa inclusiva, nella tua città oppure online, e prova a entrare in un piccolo gruppo nel quale sia possibile conoscersi e sostenersi. Anche frequentando gruppi pensati per aiutare i cristiani LGBT+ a costruire relazioni, sostegno e comunità.
Potresti inoltre scegliere di fare volontariato in un’associazione LGBT+ della tua zona. Anche una semplice ricerca su internet può aiutarti a trovare luoghi e realtà LGBT+ vicine a te.
Parlare con un terapeuta o con una persona esperta nell’accompagnamento può essere un altro modo utile per elaborare le difficoltà legate al rapporto con familiari e amici che non ti accettano o non ti sostengono.
Puoi rivolgerti a uno dei terapeuti o dei consulenti, oppure cercare un gruppo di sostegno adatto alle tue esigenze. Non devi attraversare questo cammino da solo.
* Alicia Brock è una consulente professionale abilitata nello Stato del Colorado, negli Stati Uniti. Ha studiato Psicologia e Sociologia e ha conseguito un master in consulenza clinica per la salute mentale. Ha lavorato come assistente sociale, insegnante, terapeuta e supervisora clinica. Cresciuta in un ambiente cristiano conservatore evangelicale segnato dalla cosiddetta purity culture (cultura della purezza sessuale), racconta di aver impiegato molti anni per liberarsi dall’omofobia interiorizzata e dalla vergogna legata alla propria identità lesbica. Nel suo lavoro si occupa soprattutto dell’incontro tra spiritualità, identità LGBT+ e salute mentale.
Testo originale: How LGBTQ+ Christians Can Set Healthy Boundaries With Non-Affirming People”

