Conoscete i santi cattolici che hanno sfidato le norme di genere?
Testo di Emma Cieslik*, pubblicato sul sito della rivista cattolica National Catholic Reporter (Stati Uniti) il 26 agosto 2026. Liberamente tradotto dai volontari del progetto Gionata.
(…) Nella Chiesa cattolica esiste una ricca tradizione di santi che oggi alcuni studiosi del Medioevo identificano come transgender e che continuano a ispirare una nuova generazione di santi che vivono in mezzo a noi.
Santi che hanno trasgredito e fatto esplodere le rigide divisioni binarie di genere sono esistiti fin dagli inizi stessi della Chiesa: persone assegnate femmine alla nascita che vissero come uomini ed entrarono in monastero, come san Babila di Perge, sant’Eugenio, sant’Eufrosina di Alessandria, san Teodoro, san Marino, san Pelagio e sant’Ilarione; santi che affermavano che Dio avesse cambiato il loro genere, come sant’Onofrio, santa Vilgeforte, santa Juana de la Cruz e santa Perpetua; e santi perseguitati per aver indossato abiti associati a un altro genere, come santa Giovanna d’Arco.
Eppure, nonostante la grande quantità di testimonianze relative a questa santa non conformità di genere – e le vite dei santi costituiscano alcuni degli esempi meglio conservati della letteratura medievale – questa pluralità nelle esperienze di genere è stata a lungo, e in alcuni ambienti continua ancora oggi a essere, largamente ignorata dagli studiosi.
Proprio per questo Alicia Spencer-Hall e Blake Gutt iniziarono a organizzare dei panel accademici che avrebbero poi portato alla pubblicazione della loro innovativa raccolta Trans and Genderqueer Subjects in Medieval Hagiography (Soggetti trans e genderqueer nell’agiografia medievale). Nel volume le vicende di Marino e Juana vengono studiate insieme a quelle del patriarca Ignazio, Katherine, Eufrosina, Tristan de Nanteuil e Gesù.
Analizzando le descrizioni scritte e le raffigurazioni visive medievali delle vite dei santi, Spencer-Hall e Gutt mostrano come, nelle storie di queste persone, la trasgressione delle norme di genere potesse diventare una parte fondamentale del modo in cui vivevano e praticavano la propria fede.
Per Madre Juana de la Cruz, per esempio, la presenza di un pomo d’Adamo molto pronunciato non rappresentava il segno di una deviazione del corpo, ma della sua origine divina: era la prova fisica del miracolo attraverso il quale Dio avrebbe cambiato il suo genere da uomo a donna prima ancora della nascita. Juana aveva inoltre una voce profonda, sia nel parlare sia nel cantare, e quando la mistica entrava in estasi parlava con un registro basso mentre Cristo parlava attraverso di lei.
Anche Marino era stato assegnato femmina alla nascita, ma si tagliò i capelli, indossò abiti maschili e seguì il padre entrando in monastero. Dopo molti anni vissuti come monaco, venne espulso perché accusato di aver avuto un figlio con la figlia di un oste del luogo.
Invece di proclamare la propria innocenza e rivelare qualcosa di sé che avrebbe immediatamente dimostrato l’impossibilità dell’accusa, Marino scelse di vivere in miseria fuori dalle porte del monastero. Allevò quel bambino finché entrambi non furono riammessi nella comunità monastica, dove Marino continuò a vivere sottoposto a una severa penitenza.
Soltanto dopo la sua morte gli altri monaci scoprirono che quell’accusa non avrebbe potuto essere vera e compresero che Marino aveva sopportato tutto questo nel nome della propria fede. Caddero allora in ginocchio, chiedendo perdono a Dio e al santo.
Forse uno degli esempi più profondi si trova nelle riflessioni di Sophie Sexon sulle rappresentazioni medievali del corpo crocifisso di Gesù. In alcune raffigurazioni contenute nei Book of Hours (Libri d’Ore) e nei rotoli di preghiera, la ferita al costato di Gesù presenta insieme caratteristiche associate al femminile e al maschile.
In alcune opere d’arte, il sangue che sgorga dal fianco di Gesù viene immaginato come latte offerto a un neonato, mentre la ferita del suo costato viene rappresentata come una vulva attraverso la quale un bambino viene alla luce. Attraverso queste immagini, Gesù – e quindi Dio – contiene in sé l’immagine e le identità di tutte le persone.
Come ha spiegato Gutt in un’intervista su Zoom, non si tratta di cambiare le storie o le raffigurazioni di questi santi, ma di prendere sul serio ciò che i testi raccontano e andare più a fondo.
«Un testo può dire qualcosa come: “Fu trasformato”. Era nato donna, ma poi venne trasformato in uomo, ed era un miracolo. E le persone leggono il testo e magari dicono: “È chiaramente una metafora. Non è qualcosa di reale”», spiega Gutt. «Io invece prendo semplicemente queste persone sul serio, quando ci mostrano in che modo stavano vivendo autenticamente la propria vita».
Una parte della resistenza nel riconoscere l’importanza del genere nelle vite di questi santi derivava dalla transfobia, cioè da un esplicito pregiudizio contro le persone trans. Ma un’altra parte aveva a che fare anche con chi conduceva gli studi medievali moderni e con le categorie attraverso le quali interpretava quei testi.
«La mia risposta preferita a chi dice che “transgender” non esisteva come termine è: beh, neanche “eterosessuale” esisteva, eppure dite che nel passato erano tutti eterosessuali», osserva Spencer-Hall.
Era necessario che studiose e studiosi medievalisti queer e trans leggessero queste storie e raccontassero quanto risuonassero con le loro stesse esperienze. Avevano bisogno di riconoscersi nelle pagine dei manoscritti e nelle immagini medievali per rendersi conto che stavano guardando, in qualche modo, i propri antenati.
Spencer-Hall richiama a questo proposito il lavoro del medievalista queer Basil Arnould Price, che mostra «come possiamo riconoscere nei testi premoderni personaggi che forse non si sarebbero definiti “trans”, ma nelle cui pratiche e nei cui sentimenti possiamo riconoscere una parentela trans, e questo è importante e potente».
E quando medievalisti queer e trans come Spencer-Hall e Gutt riescono a riconoscersi in questi santi, cominciano anche a condividere le loro storie con altre persone, come il cattolico transgender Max Kuzma, che trova ispirazione in questa storia ricchissima di santi che hanno aperto la strada.
«Entrare in contatto con le storie dei nostri antenati queer e trans all’interno della Chiesa è estremamente importante per me, come uomo transgender cattolico», racconta Kuzma. «Proprio come le persone LGBTQ+ sono sempre esistite nelle società umane, naturalmente siamo sempre esistite anche nella Chiesa. Conoscere queste storie ci offre modelli positivi e crea una solidarietà significativa, un senso di comunità che attraversa il tempo e ci lega a coloro che sono venuti prima di noi».
In una società e in una Chiesa nelle quali alle persone transgender viene ripetutamente detto che sono qualcosa di nuovo, che non hanno una storia e che sarebbero una «ideologia» o addirittura un «pericolo», santi trans come Madre Juana e Marino si pongono apertamente in contrasto con questa narrazione e invitano tutti a riflettere su come il genere faccia parte del mistero e del miracolo di Dio.
«Quando le persone trans rivendicano la santità o la sacralità dei propri corpi e delle proprie identità», spiega Gutt, «non stanno dicendo: “Oh, le persone trans sono migliori delle persone cis”. Stanno dicendo semplicemente che abbiamo lo stesso valore e che siamo stati creati intenzionalmente per essere ciò che siamo».
Per le persone trans, così spesso escluse dagli spazi cattolici e che oggi negli Stati Uniti vedono sempre più frequentemente messe in discussione le proprie tutele giuridiche, questa storia «offre un senso della possibilità di sopravvivere nelle nostre vite di oggi: non necessariamente, perfino, della santità della vita queer e trans, ma semplicemente della sua possibilità», spiega Spencer-Hall. E questo può avere conseguenze molto concrete.
«Le persone iniziano a esplorare la possibilità di essere pienamente se stesse insieme alle proprie famiglie, perché improvvisamente hanno un modo per spiegare la propria identità e la propria autenticità parlando a partire da qualcosa che appartiene già al mondo delle loro famiglie».
Nelle famiglie cattoliche, dove i bambini magari si vestono da santi per la festa di Tutti i Santi o scelgono un santo patrono per la Cresima, è fondamentale che anche i cattolici trans possano trovare un nome, una storia e una figura riconosciuta dalla Chiesa nella quale ritrovare qualcosa della propria esperienza di vita.
Quando hanno le parole per raccontare la propria identità e modelli nei quali riconoscere la propria dignità e la propria dimensione divina agli occhi di Dio, i cattolici transgender possono essere riconosciuti anch’essi come santi viventi.
Come i santi dell’antichità e del Medioevo furono perseguitati per la loro fede, oggi le persone trans vengono prese di mira, maltrattate e uccise per ciò che sono. Per molte di loro si tratta di una forma di martirio sociale, spirituale e, talvolta, persino fisico, semplicemente per il fatto di essere ciò che sono.
La loro stessa esistenza e la scelta di continuare a rimanere negli spazi cattolici, di restare dentro una Chiesa che continua a scagliarsi contro la loro stessa identità nonostante la ricca storia di santi trans, rappresentano una forma di fede alla quale tutti dovremmo guardare.
Mentre celebriamo la storia transgender, possano i santi trans che vivono oggi in mezzo a noi – insieme ai santi trans degli ultimi duemila anni – pregare per noi.
- Emma Cieslik è una studiosa queer di religione e professionista museale che vive a Washington, D.C. Si occupa delle intersezioni tra genere, sessualità e culture materiali cattoliche ed è direttrice di Queer and Catholic: A CLGS Oral History Project (Queer e cattolici: un progetto CLGS di storia orale).
Testo originale: This Transgender History Month, pray to Catholic saints who defied gender norms

