Cosa abbiamo sperimentato nella chiesa cattolica col pellegrinaggio dei cattolici LGBT+ e i loro familiari?

Riflessioni di padre Giovanni, un partecipante al pellegrinaggio giubilare de “La Tenda di Gionata e le altre associazione” (5-6 settembre 2025)
Gesù è la nostra pace… ha fatto di due un popolo solo… (Efesini 2,14a)
Cosa abbiamo sperimentato a Roma? La proposta del pellegrinaggio giubilare con le persone LGBT+ e i loro familiari de La tenda di Gionata, come Davide nei confronti di Golia, è stata accolta da una moltitudine di persone sparse nel mondo. E mentre eravamo in cammino verso la Porta Santa, incapaci di comunicare per la babele delle lingue, non è stata difficoltà alcuna. E’ bastato guardarci negli occhi, un timido sorriso e la comunicazione era stabilita. Iniziando assieme questa nuova avventura.
Perché nuova avventura? Nel nostro cuore continuava a risuonare come un mantra quella frase del vescovo formulata nella messa alla quale avevamo partecipato al mattino nella chiesa del Gesù: “Il Giubileo nella tradizione ebraica era l’anno della restituzione delle terre a coloro a cui erano state sottratte, della remissione dei debiti e della liberazione degli schiavi e dei prigionieri, il tempo in cui liberare gli oppressi e restituire la dignità a coloro a cui era stata negata. È l’ora di restituire dignità a tutti, soprattutto a chi è stata negata” …
Dopo queste parole, è venuto spontaneo infrangere il cerimoniale, ed una forza interiore ci ha fatto alzare in piedi ed applaudire. Non era solo espressione di consenso alle parole del vescovo, il nostro applaudire, anche un po’ rumorosamente, era un modo di far sprigionare tutta quella sofferenza, rabbia e impotenza che era depositata nel nostro cuore.
Non siamo stati bravi perché non abbiamo lasciato la chiesa (non eravamo stati battezzati pure noi come gli altri?) era pure casa nostra anche se non eravamo riconosciuti come tali…
“… abbattendo il muro di separazione che era di frammezzo, cioè l’inimicizia (14b) …”
Ritornati a casa entusiasti, possiamo nutrire l’assurda pretesa di allargare subito i pioli della tenda… Se non questo, però a me sembra che una cosa si debba fare, almeno dove ci vengono date delle attenzioni (per esempio una messa al mese con un monsignore di curia, inviato dal vescovo): chiedere di parlarne, non si tratta di una rivendicazione sindacale, ma assieme ve-dere come sarà possibile migliorare le nostre relazioni.
Dopo tutto è assieme che saremmo in grado di realizzare quella verità che farà del bene a tutti e che renderà tutti liberi. Non si può continuare a vivere come separati sotto lo stesso tetto delle cattedrali o delle parrocchie.
Siamo onesti, chi non era a Roma con noi non ha avuto la nostra stessa esperienza, e noi non possiamo fare violenza nel loro cuore, nessuno di noi vi può entrare solo Dio lo può fare. Però dobbiamo dire o far loro intendere, con tutto il garbo possibile, che non ci accontentiamo più delle briciole che ci danno, vogliamo partecipare anche al banchetto come tutti gli altri.
Prendiamo a prestito le parole che il vescovo Savino ci ha detto nella chiesa del Gesù: “Insieme allora possiamo pregare: Gesù tu sei via, verità e vita. Perché tu ancora precedi la tua Chiesa, chiedendo a Pietro e al Collegio apostolico di anteporre la verità viva alle verità morte. Ancora ispira a ognuno di noi, nel suo grado di responsabilità, la parola santa di Pietro: ‘In verità sto rendendomi conto che…’”.
Una iniziativa – quella della Tenda di Gionata – nata in sordina, senza pretese e se ha varcato i confini nazionali, non di nostra volontà, ci sarà stato qualcuno che ha fatto rimbalzare in altre parti del mondo questa proposta che non aveva alcuna pretesa di essere sovversiva.
Ma quando è Lui ad agire, allora ci rende tutti un po’ ribelli perché giustizia sia fatta! Non possiamo più tacere e rimanere nella stessa situazione, come se a Roma non fosse accaduto proprio nulla. Ognuno di noi ha ricevuto qualcosa che non si aspettava ed è nostro preciso dovere condividerlo con le persone che incontreremo nella quotidiano.
La consegna che come popolo di Dio abbiamo ricevuto è quella di sentirci tutti pellegrini di speranza. Ad ognuno il compito di realizzare questo mandato nella famiglia, nei posti lavoro, tra gli amici ed ovviamente nelle nostre parrocchie.
E che tutti, proprio tutti, vengano contagiati dal nostro amore che nasce dal desiderio di unità ed accettazione reciproca nell’amore di Colui che non è andato tanto per il sottile e ci ha amati a prescindere dalla nostra storia personale! In amicizia e fraternità.

