Cosa ho imparato sulle buone pratiche dall’accompagnamento delle persone LGBT+
Riflessioni di Laura Ricci*, psicologa
“Partire dall’esperienza, non dalla teoria”.
Non parlo qui da una scrivania, ma da un tavolo. Il tavolo tondo intorno a cui per anni, insieme a don Maurizio Mattarelli (della diocesi di Bologna), ho condotto “Coppia e Incolla”, un gruppo di coppie omoaffettive cristiane a Bologna.
E parlo anche da una pagina scritta a quattro mani con Enrica Solmi, in cui abbiamo provato a mettere in parole quella che, nel tempo, abbiamo chiamato “l’imprevista e sconfinata creatività di Dio“, — perché è proprio questo che l’esperienza con le persone LGBT+ mi ha insegnato per prima: che la realtà eccede sempre le nostre categorie, e che questo eccesso non è un problema da contenere, ma un dono da accogliere.
Come psicologa ho messo a disposizione di un cammino comune le mie competenze e le capacità che ho appresso negli anni: voglio ringraziare alcune persone che ho incontrato in questo percorso e che sono diventate amici fraterni, ai quali va il mio amore e la mia gratitudine. Questo non è un dettaglio secondario: è già di per sé una buona pratica, perché dice che l’accompagnamento vero, quando funziona, non resta confinato in un ruolo.
1. Ascoltare prima di accompagnare, accompagnare prima di orientare
La prima cosa che ho appreso è la più semplice e la più disattesa: la persona arriva prima della categoria. Chi entra in un percorso di accompagnamento — sia esso pastorale o psicologico — non porta anzitutto un “caso” o un’etichetta, porta una storia, un corpo, una relazione, un desiderio di essere riconosciuto.
Nel gruppo “Coppia e Incolla” questo si è tradotto in una scelta precisa: non partire da “cosa dice la dottrina su di voi”, ma da “raccontateci la vostra storia d’amore”. Le coppie non venivano per essere giudicate né per essere assolte: venivano per essere ascoltate come coppie, con la stessa dignità narrativa di qualunque altra coppia che cerca di costruire una vita insieme.
E la storia di quel gruppo lo dimostra meglio di qualunque teoria: nel tempo, “Coppia e Incolla” è diventato un gruppo di famiglie. Si è aperto all’affido, e una delle coppie — due donne — ha una bambina sua. Non era previsto in partenza. È maturato dall’accoglienza, non da un progetto scritto a tavolino: se davvero ascolti una coppia come coppia, prima o poi ti trovi ad ascoltare anche il suo desiderio di generatività, di famiglia, di futuro — e quel desiderio, se accompagnato, trova le sue strade.
Buona pratica: sospendere il giudizio non significa sospendere il pensiero. Significa dare tempo alla relazione perché la comprensione possa precedere la valutazione — e lasciare che sia la relazione stessa, non le nostre previsioni, a indicare dove il cammino può portare.
2. Il tempo non è nostro: rispettare il kairos della persona
Una seconda lezione che, come psicologa formata alla neurobiologia delle relazioni, ho potuto leggere anche in chiave scientifica: i cambiamenti profondi — nella fede, nell’identità, nella relazione con la propria famiglia o comunità — non avvengono per decreto né per convincimento razionale. Avvengono quando il sistema nervoso si sente abbastanza sicuro da potersi aprire.
Questo vale per la persona LGBT+ che si affaccia a un cammino di fede dopo anni di esclusione o autoesclusione. Vale per l’operatore pastorale che deve disimparare automatismi difensivi. E vale per la comunità, che ha i suoi tempi, spesso più lenti di quelli individuali.
Buona pratica: non forzare i tempi dell’Altro con i nostri tempi (né quelli dell’urgenza pastorale, né quelli — altrettanto insidiosi — dell’urgenza “inclusiva”). Il gruppo negli anni non ha prodotto un solo frutto ma molti, e nessuno avrebbe potuto pianificarli a tavolino: ci sono state unioni civili, sono nate maternità, alcune coppie sono diventate genitori affidatari. “Coppia e Incolla” non è rimasto un gruppo di sostegno: è diventato una comunità feconda frutto di reciprocità, di un accompagnamento autentico e affettuoso.
3. Il linguaggio come primo gesto di cura — o di violenza
Le parole che scegliamo per nominare le persone sono già un atto pastorale, prima ancora di qualunque contenuto dottrinale. “persona con tendenza omosessuale”, “persona omosessuale”, “persona gay o lesbica”, “coppia omoaffettiva” “coppia lesbiaca”, “coppia omosessuale”, non sono sinonimi intercambiabili, sono mondi relazionali diversi. È importante non ridurre tutto ad un tratto isolato, ma riconoscere l’Altro nella sua storia intera.
Buona pratica: lasciare che sia la persona e la coppia a scegliere le parole con cui vuole essere nominata, ogni volta che è possibile. È un piccolo gesto che restituisce soggettività dove spesso, storicamente, ne è stata tolta.
4. Lo spazio protetto non è uno spazio ambiguo
Uno dei timori più diffusi tra gli operatori pastorali è che accogliere significhi diluire, che la sicurezza psicologica diventi complicità dottrinale. La mia esperienza mi dice il contrario: più uno spazio è sicuro, più le domande che vi si pongono sono vere, comprese quelle scomode — sulla fede, sul desiderio, sulla Chiesa, su Dio stesso.
Uno spazio protetto non è uno spazio senza confini: è uno spazio con confini chiari e non giudicanti. Nel nostro gruppo i confini erano espliciti (riservatezza, rispetto reciproco, non proselitismo in nessuna direzione) proprio perché all’interno di quei confini potesse darsi la massima libertà di parola.
Buona pratica: distinguere sempre tra confine (che protegge la relazione) e giudizio (che la chiude). Il primo è necessario, il secondo è nemico dell’accompagnamento.
5. La comunità come corresponsabile, non come spettatrice
Accompagnare singole persone o singole coppie senza lavorare sulla comunità che le circonda produce, nella mia esperienza, percorsi fragili: la persona cresce, ma torna in un contesto che non è cambiato con lei. Ho imparato — anche dal lavoro sulla sicurezza psicologica nei contesti organizzativi, che nella mia professione applico anche fuori dall’ambito ecclesiale — che il cambiamento che dura è quello sistemico, non solo individuale.
Buona pratica: l’accompagnamento delle persone LGBT+ non può essere delegato a un piccolo gruppo di operatori “specializzati” mentre il resto della comunità resta immobile. Va costruita, pian piano, una cultura comunitaria capace di reggere la complessità — altrimenti si rischia di creare enclave protette dentro comunità che restano, nella sostanza, inospitali.
6. Il mistero non si riduce, si abita
Chiudo con l’immagine che abbiamo scelto per l’articolo scritto con Enrica Solmi: la creatività di Dio è “imprevista e sconfinata”**. Ogni coppia, ogni persona che ho accompagnato, mi ha insegnato che la realtà umana eccede sempre gli schemi con cui proviamo a comprenderla — teologici, psicologici, pastorali. Questo non è motivo di smarrimento, ma di umiltà operativa e di stupore profetico.
Buona pratica finale, e forse la più importante: l’operatore pastorale, come lo psicologo, non è chiamato a risolvere il mistero della persona che ha davanti, ma a starci dentro con competenza, pazienza, affetto e rispetto — lasciando che sia la persona stessa, nel tempo, a trovare le parole per raccontare la propria vita davanti a Dio.
* Laura Ricci è psicologa, formatrice e consulente organizzativa di Bologna e Presidente dell’Associazione Doceat, nonché docente di Psicologia Dinamica e Psicologia dell’Età Evolutiva presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna. La sua attività professionale si muove lungo due direttrici profonde e complementari: il trauma e il talento. Accompagna persone, gruppi e organizzazioni nel navigare separazioni, lutti e cambiamenti – personali e professionali – con un approccio che trasforma le ferite in nuove opportunità di vita e di crescita.
** Ricci Laura – Solmi Enrica, L’imprevista e sconfinata creatività di Dio, in rivista TESTIMONI, 2024/12, p. 16

