Cosa può insegnare la mobilitazione per Gaza al movimento cattolico LGBTQ+
Articolo di Elisa Belotti, pubblicato su New Ways Ministry (Stati Uniti) il 20 ottobre 2025.
Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
Massimo Battaglio, attivista e scrittore LGBTQ+ italiano, ha recentemente riflettuto sulla Global Sumud Flotilla, un’operazione nonviolenta e umanitaria che ha attirato l’attenzione mondiale per il suo coraggio e la sua solidarietà verso il popolo palestinese. In una conversazione con Bondings 2.0, Battaglio ha spiegato cosa questo gesto di resistenza pacifica può insegnare oggi all’attivismo cattolico LGBTQ+ in tema di giustizia, forza collettiva e potere dei “piccoli” che osano sfidare i giganti.
Nel suo articolo pubblicato su La Tenda di Gionata (“Ci sono momenti in cui è giusto ricordare che i nostri diritti sono i diritti di tutti, e momenti in cui è bene riconoscere che i diritti di tutti sono i nostri diritti, come cittadini e come persone di fede”), Battaglio sottolinea come la Global Sumud Flotilla ricordi il legame profondo tra giustizia, diritti e fede. «Nel movimento LGBTQ+ italiano, lo slogan “i nostri diritti sono i diritti di tutti” esprime l’idea che le nostre battaglie rendono migliore l’intera società. Una comunità che riconosce i diritti delle minoranze cresce più sana e più forte».
Battaglio cita anche il lavoro de La Tenda di Gionata, che raccoglie testimonianze e casi di violenza e discriminazione attraverso il progetto “Cronache di ordinaria omofobia”: quasi 180 episodi l’anno, tra aggressioni, omicidi, suicidi, sfratti o mobbing sul lavoro.
«Ma la maggior parte dei casi resta sommersa – spiega – perché molte persone hanno paura di denunciare. Intorno alle vittime ci sono famiglie, amici e comunità che vivono lo stesso clima di dolore e paura. Ecco perché il nostro diritto alla sicurezza diventa il diritto di tutti alla pace».
Un esempio di questa connessione, continua Battaglio, è proprio la Global Sumud Flotilla, i cui partecipanti – fermati dalle forze israeliane in acque internazionali mentre portavano aiuti a Gaza – hanno ispirato una solidarietà spontanea in tutto il mondo.
«Questa iniziativa ci ricorda che la pace è un diritto universale. Come persone LGBTQ+, abbiamo una lunga esperienza di lotte nonviolente e di perseveranza. Dovremmo sentirci chiamati a trasmettere questo patrimonio».
Sul piano biblico, Battaglio ricorda che il popolo di Israele nella Scrittura cammina sempre insieme, come comunità. «Anche noi, come persone LGBTQ+, abbiamo imparato ad agire collettivamente. La fede ci invita a mettere questa esperienza in pratica come forma di collaborazione e forza condivisa per la giustizia».
Alla domanda su cosa l’esperienza della Flotilla possa insegnare all’attivismo cattolico LGBTQ+, Battaglio risponde: «In realtà, parlerei dell’attivismo LGBTQ+ nel suo insieme, non solo di quello cattolico. Il movimento cattolico LGBTQ+ non è un’alternativa religiosa al movimento queer più ampio. Le richieste che portiamo avanti – e quelle che riceviamo – sono le stesse di ogni altra persona queer, a prescindere dalla fede».
Secondo Battaglio, la missione umanitaria della Flotilla e la solidarietà che ne è seguita mostrano che lavorare per la pace è una responsabilità umana, non un compito di Dio. «Non è Dio che deve risolvere i conflitti: siamo noi a dover approfondire la fede e metterla in pratica.
Stare dalla parte di Dio significa fare la nostra parte. Il Magnificat lo dice chiaramente: “Ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili” (Luca 1,52). Siamo chiamati a fare lo stesso».
Per Battaglio, l’esperienza della Flotilla rinnova la fiducia nella forza della nonviolenza, la stessa che ha ispirato le origini del movimento LGBTQ+. «Il movimento nato da Stonewall ha cambiato il mondo non con la violenza, ma con il coraggio e la determinazione. Anche i Pride sono manifestazioni pacifiche. È sempre esistito un legame profondo tra nonviolenza e movimento LGBTQ+, e la Flotilla ci ricorda questa eredità».
La nonviolenza, tuttavia, non è mai facile. «Non significa voltarsi dall’altra parte o restare in silenzio di fronte all’ingiustizia – afferma –. Significa pretendere giustizia invece di vendetta. Quante volte le persone LGBTQ+ avrebbero potuto rispondere con la forza o con la violenza a chi le discrimina?
Eppure abbiamo scelto la strada più difficile: quella della giustizia. È una scelta rischiosa, che richiede fiducia nell’onestà e nell’empatia degli altri, ma è l’unica che può davvero trasformare il mondo».
Infine, Battaglio individua un parallelismo tra il coraggio della Flotilla e la storia del movimento LGBTQ+: «Fino al 2015, i Pride italiani radunavano poche decine di migliaia di persone. Nel 2016, durante il dibattito sulla legge Cirinnà sulle unioni civili, oltre centomila persone parteciparono al Pride di Torino.
In quell’occasione decidemmo di mettere da parte gli slogan più radicali e puntare sulla visibilità, sull’essere presenti. Di fronte a quella partecipazione, anche i parlamentari più restii – soprattutto i cattolici della sinistra – si scossero. Pochi mesi dopo, la legge fu approvata. Chi dice che le proteste non cambiano nulla dovrebbe ricordarselo».
Oggi, conclude Battaglio, «anche i governi europei faticano a rispondere all’ondata di solidarietà con Gaza e con la Flotilla. Ma sarà difficile ignorarla a lungo. È la stessa forza dei piccoli che ha sempre caratterizzato il movimento LGBTQ+: milioni di persone che si uniscono pacificamente, scendono in piazza o sostengono da casa.
Insieme non siamo più una minoranza. Siamo la maggioranza che può cambiare la storia».
Testo originale: “How Helping Gaza Helps the Catholic LGBTQ+ Movement”

