Costruire pastorali cattoliche inclusive: le esperienze in corso nella diocesi di Bologna
Trascrizione degli interventi tenuti in occasione del laboratorio “Costruire pastorali cattoliche inclusive: esperienze in corso” tenuto nell’incontro “Pietre D’angolo” (Firenze, 5 aprile 2025), trascrizione a cura dei volontari de La tenda di Gionata, parte prima
Accogliere, accompagnare e integrare tutte le persone che desiderano essere abbracciate dalla Chiesa, indipendentemente dalla loro condizione di vita. Papa Francesco lo ha ribadito più volte nel suo pontificato e lo ha scritto chiaramente in Amoris laetitia, raccogliendo le indicazioni giunte da tutta la Chiesa attraverso due Sinodi e altrettanti questionari diffusi nelle diocesi del mondo.
Mentre il dibattito pubblico è spesso agitato da chi si oppone con veemenza a ogni apertura la realtà delle parrocchie, delle diocesi, delle associazioni e delle congregazioni religiose in Italia racconta un’altra storia: quella di un impegno concreto e diffuso su questo tema.
Senza troppo clamore, tante realtà cattoliche stanno già offrendo percorsi di ascolto, accompagnamento e discernimento per le persone lesbiche, gay, bisex e transgender (LGBT+) e i loro genitori.
Anche l’Ufficio famiglia della CEI, nel 20216, ha avviato una mappatura per fare chiarezza sulle varie iniziative e per promuoverne la diffusione, «affinché coloro che manifestano la tendenza omosessuale possano avere gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita» (Amoris laetitia, 250).
In questo panorama, stanno emergendo con particolare forza tre cammini di pastorale inclusiva avviati dalla diocesi di Bologna (Emilia-Romagna), Chiavari (Liguria) e Firenze (Toscana).
Esperienze diverse tra loro, ma tutte animate dallo stesso desiderio evangelico di costruire concretamente comunità cristiane in cui ogni persona possa sentirsi riconosciuta, accolta e accompagnata nel proprio cammino di fede.
Nella diocesi di Bologna. La storia e l’esperienza di un gruppo per accompagnare le persone LGBT+ e i loro genitori
Partiamo dalla presentazione delle esperienze pastorali, partendo da quella di Bologna. A raccontarcela è don Gabriele Davalli, che ci accompagna nel ripercorrere i quarant’anni di vita del gruppo bolognese In Cammino di cristiani LGBT+, uno dei più longevi in Italia.
Il gruppo nasce nel contesto del Cassero di Bologna, storico spazio d’incontro per giovani persone LGBT+. Da lì si sviluppa una domanda che suona ancora attualissima: “Essere omosessuali e cristiani è davvero possibile?”. Per molti, allora, sembrava una contraddizione. O si era omosessuali o si era cristiani. Il gruppo è nato proprio per provare a tenere insieme queste due dimensioni, apparentemente inconciliabili.
All’inizio si trattava di incontri in case private, in un clima di condivisione e preghiera molto semplice – “si pregava anche il Rosario!”.. Il gruppo si è ispirato anche ad esperienze simili attive a Milano, con le quali c’è stato un primo scambio e un importante legame.
Fin da subito, alcuni sacerdoti e religiosi hanno accompagnato il gruppo, senza giudicare né cercare di inquadrarlo in dottrine rigide. Si sono messi in ascolto e hanno riconosciuto il desiderio autentico di fede che animava queste persone.
L’atteggiamento ufficiale della Chiesa di Bologna, all’epoca, è stato più ambiguo. Gli arcivescovi che si sono succeduti – da Biffi a Caffarra – non hanno mai appoggiato esplicitamente il gruppo, ma nemmeno lo hanno ostacolato. “Sapevano dell’esistenza del gruppo”, spiega “ma non ne parlavano, non lo giudicavano né lo promuovevano”.
Il vescovo Caffarra, in particolare, rifiutò più volte di incontrare il gruppo, dicendo che “non si sentiva pronto”. Con il senno di poi, forse è stato meglio così: un confronto diretto, in un clima di ostilità dottrinale, avrebbe potuto essere dannoso.
La situazione è cambiata negli ultimi anni: l’atteggiamento della diocesi oggi è più accogliente e propositivo avendo integrato l’esperienza del gruppo all’interno della Pastorale Familiare, con un lavoro continuo di collegamento tra cammini spirituali e realtà quotidiane delle persone LGBT+ e delle loro famiglie.
Uno stile informale e relazionale
Il gruppo In Cammino di Bologna non ha mai voluto darsi una struttura rigida o una sigla: funziona per passaparola e relazioni personali. Si entra tramite la testimonianza di chi già ne fa parte. È un cammino semplice e profondamente umano.
Negli ultimi anni, oltre agli incontri mensili, il gruppo è stato spesso invitato a portare la propria esperienza nelle parrocchie, in percorsi di formazione o in cammini giovanili. “Quello che colpisce – racconta don Gabriele – è che i vissuti di fede delle persone LGBT, con tutte le loro domande, diventano un contributo importante anche per gli altri. Servono alla comunità, aprono percorsi”.
C’è un’idea molto forte che ritorna spesso: “Questi gruppi non dovrebbero nemmeno esistere in teoria”. “In un mondo ideale, sarebbe la pastorale ordinaria a integrare tutti. Ma siccome così non è, questi gruppi esistono e sono necessari”. E aggiunge: “Il gruppo non è un rifugio. Non può limitarsi a proteggere. Deve essere anche un luogo di apertura e di crescita comune”.
A dimostrazione di questa apertura, don Gabriele racconta l’episodio recente di una coppia eterosessuale che ha chiesto di partecipare al gruppo, dopo aver vissuto un’esperienza significativa in dialogo con alcuni suoi membri.
Qualcuno del gruppo ha espresso disagio, perché non riusciva a immaginare una presenza “altra” nel proprio spazio di condivisione. È stato un momento importante, che ha spinto a riflettere ancora una volta sulla necessità di attenzione e delicatezza verso i cammini di ciascuno. “Come cristiani – dice don Gabriele– siamo chiamati a camminare con tutti. Non a creare sottogruppi chiusi”.
L’integrazione nella pastorale familiare
Dal 2018, con l’inserimento del gruppo In Cammino all’interno della Pastorale Familiare della diocesi di Bologna, è iniziato un nuovo cammino. L’idea è di costruire una pastorale con, non una pastorale per le persone LGBT+ e le loro famiglie.
Nella pastorale diocesana convivono diverse realtà: gruppi di famiglie “tradizionali”, genitori separati, gruppi LGBT, gruppi di genitori di figli LGBT, e altri cammini specifici. Un esempio concreto è quello delle “due giornate” organizzate con tutti i gruppi pastorali collegati alla famiglia. L’obiettivo era far incontrare persone molto diverse tra loro, ma unite dalla stessa fede.
Durante questi incontri – racconta don Gabriele – le etichette sono sparite. “Eravamo solo cristiani. Nessuno parlava più a nome del ‘proprio gruppo’. Condividevamo insieme la Parola e la riflessione. E questa è stata la vera comunione”.
Un partecipante ha raccontato di aver vissuto una vera e propria conversione. Era entrato con il pregiudizio che le persone omosessuali fossero “riconoscibili a prima vista” e ne è uscito completamente trasformato.
Secondo don Gabriele, esperienze come queste dimostrano che la pastorale familiare può essere luogo di conversione reciproca, dove anche le immagini stereotipate si sciolgono e si genera un nuovo modo di vedere l’altro. “La conversione – aggiunge – non riguarda solo chi arriva da fuori, ma anche la Chiesa. Tutti possiamo cambiare sguardo”.
Infine, il don racconta l’avvio di una nuova riflessione in diocesi: la possibilità di costruire uno spazio anche per quelle persone che non si riconoscono in nessuna delle categorie familiari, come una donna che ha detto: “Ho 42 anni, sono single, non sono omosessuale, non ho figli, non sono separata o divorziata… non posso partecipare a nessun gruppo. Dove trovo il mio posto?”.
Questa domanda, conclude don Gabriele, interroga tutta la Chiesa cattolica. E ci ricorda che l’inclusione non è un’etichetta da appiccicare, ma un cammino concreto da fare insieme, passo dopo passo.

