Credo di avere un problema con la mia risurrezione!
Testo di Laurie Nichols, pubblicato su Christians for Social Action il 1 aprile 2026. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
«Il giusto cade sette volte e si rialza» (Proverbi 24,16)
Quasi ogni volta che vado in chiesa, vivo una qualche forma di risurrezione. Il problema è che sono risurrezioni a tempo… intense, sì, ma già dimenticate entro il sesto giorno della settimana successiva.
Sarà la mia educazione cattolica, oppure questo mio desiderio un po’ esagerato di essere una persona integerrima al cento per cento — non lo so — ma passo parecchi giorni sentendomi un fallimento totale, chiedendomi perfino se riuscirò mai ad arrivare in paradiso.
Chi mi sta intorno forse non lo vede, e magari sembrerà anche assurdo. Però dimmi la verità… ti è mai capitato di mettere in dubbio la tua redenzione? Di chiederti se, alla fine dei conti, Dio sarà davvero felice di accoglierti nel suo Regno? Io a volte immagino il mio ingresso più o meno così: un sospiro e un “Sì, va bene, entra pure… hai fatto quello che potevi, Laurie”.
E allora ogni domenica, mentre mi trascino in chiesa un po’ a fatica, Dio mi viene incontro. Mi dice che andremo avanti, che in qualche modo ce la faremo. Mi dice che non sono sola, che lui è con me, sempre.
E per un momento gli credo. Per un momento il peso si alleggerisce. Il rumore si spegne e le domande si fanno più gentili. Non è una trasformazione spettacolare. È qualcosa di piccolo, quasi fragile… ma è reale.
La parola “risurrezione” porta dentro di sé una speranza sorprendentemente concreta, quasi testarda. Viene dal latino resurgere: re significa “di nuovo” e surgere significa “alzarsi”. Quindi, alla radice, risurrezione vuol dire semplicemente “alzarsi di nuovo”. Nel greco del Nuovo Testamento, la parola anastasis unisce ana (“su”) e stasis (“stare in piedi”), cioè letteralmente “rimettersi in piedi”.
Non è un linguaggio astratto o sentimentale; è qualcosa di molto concreto, incarnato… quasi provocatorio. La risurrezione non è solo una nuova vita in senso spirituale vago; è qualcosa che è caduto, o è stato abbattuto, o addirittura è morto… e che in qualche modo trova la forza — o riceve la forza — per rialzarsi.
Forse è per questo che le mie piccole risurrezioni settimanali contano più di quanto io stessa riesca a riconoscere. Non sono la vittoria finale e non sistemano tutto. Però sono segni ostinati che qualcosa dentro di me continua a sollevarsi, continua a essere chiamato verso l’alto… e continua a rifiutarsi di restare a terra.
Questo fine settimana, la nostra pastora ha detto una cosa che mi è rimasta dentro. Ha detto che ciò che Dio cerca sempre di fare è aiutarci a “resistere alla forza di gravità di questo mondo, che continua a tirarci giù e a sconfiggerci”.
L’opera di Dio, oggi come sempre, è aiutarci ad alzarci ancora e ancora e ancora. A rimetterci in piedi quando ci sentiamo schiacciati, travolti — sia dai nostri errori sia dalle realtà dure di questo mondo.
E sia lodato Dio perché il momento decisivo di ciò che conosciamo di Dio in Gesù è proprio la risurrezione.
“Alzati.”
“Rialzati.”
“Mettiti in piedi.”
Ancora e ancora.
Finché, ammaccati e un po’ malconci, arriviamo davanti a quelle porte del cielo e lui ci dice: “Quella era l’ultima prova. Ce l’hai fatta. Benvenuto, mio amato. Hai combattuto la buona battaglia. Vieni, ricevi la tua ricompensa.”
Oppure, come dice Gesù: «Bene, servo buono e fedele… Entra nella gioia del tuo padrone» (Matteo 25,23)
* Laurie Nichols è una professionista della comunicazione e del marketing con oltre 25 anni di esperienza nei settori religioso, non profit ed educativo. È direttrice della comunicazione per Christians for Social Action e scrive il blog Finding Faith Again su Substack.
Testo originale: I Think I’m Having a Resurrection Problem

