Da Canterbury ad Abuja. Donne e inclusione delle persone LGBTQ+ al centro dello scisma anglicano
Articolo di Davide Romano* pubblicato sul quindicinale Adista Segni Nuovi n°12 del 28 marzo 2026, pp.14-15
Abuja, Nigeria, 6 marzo 2026. Nella St Matthias House, sede della Chiesa anglicana nigeriana, 347 vescovi e oltre cento tra sacerdoti e laici si sono alzati in piedi e hanno detto basta. Basta a Canterbury. Basta all’arcivescovo che da secoli siede su quella cattedra come punto di riferimento spirituale per decine di milioni di fedeli sparsi nel mondo. Hanno firmato la Dichiarazione di Abuja e hanno chiamato il loro gesto non una rottura ma una rifondazione. Gli scismi, del resto, hanno sempre una certa pudicizia terminologica: nessuno ama dichiarare apertamente di essersi separato, si preferisce sostenere di aver salvato la vera tradizione mentre gli altri se ne allontanavano.
La cosa curiosa è che la Chiesa anglicana nacque essa stessa da una separazione. Nel 1534 Enrico VIII ruppe con Roma quando il papa rifiutò di concedergli il divorzio da Caterina d’Aragona. Non fu una disputa teologica, ma una faccenda di letto, di successione dinastica e di potere politico. Da quella decisione nacque però una tradizione cristiana originale, sospesa tra cattolicesimo e Riforma protestante: liturgia e sacramenti vicini a Roma, alcune intuizioni teologiche mutuate da Lutero e Calvino. Un compromesso, ma un compromesso intelligente, capace di durare quasi cinque secoli.
Il problema è arrivato quando il compromesso ha incontrato il tema dell’omosessualità. Nel 1998 la Conferenza di Lambeth parlò per la prima volta di accoglienza pastorale delle persone omosessuali. Sembrò una frase prudente, quasi burocratica, ma bastò a incrinare un equilibrio fragile. Nel 2002 la Chiesa anglicana del Canada accettò di benedire le unioni omosessuali. Nel 2003 negli Stati Uniti la diocesi del New Hampshire consacrò vescovo un uomo apertamente gay, Gene Robinson. A Londra si pensò che, come tante altre tensioni interne, anche questa si sarebbe assorbita. Non avevano fatto i conti con l’Africa.
Nel frattempo, infatti, il baricentro dell’anglicanesimo si era spostato silenziosamente verso sud. Oggi la maggioranza dei fedeli non vive più a Londra o a New York ma a Lagos, Nairobi, Kampala. Le Chiese africane crescono mentre quelle europee si svuotano. E queste Chiese sono, nella loro grande maggioranza, fortemente conservatrici sulla morale sessuale. Per loro la Bibbia non è un testo da reinterpretare alla luce delle evoluzioni culturali dell’Occidente, ma la Parola di Dio, punto e basta. In questa vicenda c’è anche una sottile rivincita post-coloniale: per decenni i missionari europei hanno insegnato agli africani cosa credere; oggi sono gli africani a dire agli europei che, a loro giudizio, hanno smarrito la fede.
Nel 2008 un gruppo di vescovi conservatori decise di non partecipare alla Conferenza di Lambeth e si riunì a Gerusalemme fondando la GAFCON, la Global Anglican Future Conference. In quell’occasione fu approvata la Dichiarazione di Gerusalemme, una professione di fede in quattordici punti che divenne il riferimento dei tradizionalisti. Per qualche anno si disse che si trattava di una corrente interna destinata a riformare la Comunione dall’interno. In realtà era l’inizio di una separazione destinata a maturare lentamente.
Il momento decisivo è arrivato nell’ottobre 2025, quando la Chiesa d’Inghilterra ha eletto arcivescovo di Canterbury Sarah Mullally, prima donna a occupare quella carica nella storia della sede primaziale anglicana. Per i conservatori è stata la conferma definitiva che la deriva dottrinale era ormai irreversibile. Mullally ha prestato giuramento il 28 gennaio 2026. Poche settimane dopo, ad Abuja, i vescovi della GAFCON hanno firmato la dichiarazione che sancisce la rottura.
Il documento è scritto con il tono solenne di chi si sente insieme vittima e protagonista della storia. Si ricorda che per oltre vent’anni sono stati rivolti appelli a Canterbury perché tornasse all’ortodossia, appelli rimasti senza risposta. Le questioni legate alla sessualità, si precisa, non sarebbero il vero problema ma solo il sintomo di qualcosa di più profondo: l’abbandono dell’autorità della Scrittura e l’adattamento progressivo alle mode culturali occidentali. Da qui la decisione di non riconoscere più i tradizionali strumenti della Comunione anglicana – l’arcivescovo di Canterbury, la Conferenza di Lambeth, il Consiglio consultivo anglicano e l’assemblea dei Primati – e di dar vita a una nuova struttura ecclesiale. Non uno scisma, sostengono i firmatari, ma il recupero della vera identità anglicana.
La nuova organizzazione è già operativa. Il Consiglio dei Primati della GAFCON è stato sostituito da un Consiglio anglicano globale guidato dall’arcivescovo ruandese Laurent Mbanda. Con lui collaborano leader provenienti da Africa, America e Asia. Alla riunione di Abuja erano presenti rappresentanti delle Chiese anglicane di Nigeria, Kenya, Uganda, Tanzania, Ruanda, Sudan e di altre realtà che insieme rappresentano una porzione enorme dell’anglicanesimo mondiale. A queste si aggiunge la Chiesa anglicana del Nord America, nata negli ultimi anni dalla separazione di gruppi conservatori dalla Chiesa episcopale statunitense.
Il titolo dell’assemblea, tratto dal libro di Giosuè, riassume lo spirito dell’incontro: “Scegli oggi chi vuoi servire… Quanto a me e alla mia casa serviremo il Signore”. Quattro giorni di liturgie, relazioni e votazioni vissuti con la convinzione di trovarsi davanti a un passaggio storico.
Da Canterbury la risposta non è stata teologica ma istituzionale. Si lavora a un progetto di riforma che prevede di decentrare la guida della Comunione, condividendo l’autorità dell’arcivescovo con altri primati regionali. L’idea è ridurre la centralità di Canterbury per mantenere un minimo di unità. Il teologo e vescovo Graham Tomlin, coinvolto nel processo, ha osservato con realismo che quando le Chiese si separano radicalmente diventa difficilissimo ricucire le fratture.
Qualcuno prova a sostenere che la disputa sia soltanto etica, non teologica: un litigio sulla morale sessuale più che sulla fede. Ma è una distinzione fragile. In realtà la questione di fondo riguarda l’autorità nell’interpretazione della Scrittura. Da una parte c’è chi ritiene che la tradizione e i formulari storici debbano restare il criterio decisivo; dall’altra chi pensa che la Chiesa debba interpretare il Vangelo alla luce dei cambiamenti culturali e del sensus fidelium. Non è una discussione nuova: attraversa tutta la storia del cristianesimo.
Le conseguenze di questa frattura superano i confini dell’anglicanesimo. Il cristianesimo mondiale vive una stagione di tensioni profonde. Nel mondo ortodosso la rottura del 2018 tra Mosca e Costantinopoli sulla Chiesa ucraina ha già aperto una ferita dolorosa. Ora anche l’anglicanesimo si divide. Per il dialogo ecumenico è un problema serio: con chi dialogare? Con Canterbury o con Abuja? Con Mullally o con Mbanda? La risposta più logica è con entrambi, ma la pratica sarà molto più complicata.
C’è poi il problema della testimonianza pubblica. Una religione che predica l’unità nell’amore appare inevitabilmente più fragile quando si divide sotto gli occhi del mondo. Non significa che il messaggio cristiano perda la sua verità, ma certamente perde qualcosa della sua forza simbolica: la capacità di mostrare che persone diverse possono restare insieme per qualcosa che le supera.
La storia, tuttavia, non finisce qui. Le comunità anglicane continueranno a celebrare, battezzare, pregare e seppellire i loro morti. I fedeli di Lagos e quelli di Londra continueranno a chiamarsi anglicani, anche se non riconosceranno più la stessa comunione. Molti credenti, probabilmente, non percepiranno nemmeno immediatamente la portata della rottura.
Ma la memoria della Chiesa è lunga. Gli scismi nascono spesso come provvisori e finiscono per durare secoli. Oriente e Occidente si separarono nel 1054 convinti che la frattura sarebbe stata temporanea. Sono passati quasi mille anni.
Ad Abuja, il 6 marzo 2026, centinaia di vescovi hanno deciso di servire Dio secondo la loro coscienza. Non si può negare loro la sincerità delle convinzioni. Si può soltanto sperare che, un giorno, la stessa passione per la verità riesca a convivere con la pazienza della carità. Perché è questo, in fondo, che ogni Chiesa chiede ai suoi fedeli ogni domenica.
* Davide Romano è giornalista. Scrive per diverse testate. Si occupa di diritti, ecumenismo e dialogo interreligioso

