Dal nascondimento alla benedizione: la storia d’amore di Daniela ed Elisa nella veglia di Chiavari
Testimonianza di Daniela ed Elisa tenuta nella Veglia ecumenica di preghiera per le vittime dell’omotransbifobia organizzata dal Servizio diocesano di pastorale familiare della Diocesi di Chiavari, tenuta nella chiesa di San Giovanni Battista di Chiavari il 20 maggio 2026. Registrazione e trascrizione della testimonianza a cura dei volontari del Progetto Gionata
Daniela: Quella che vi raccontiamo stasera è la storia di un bellissimo amore: l’amore di due donne nate e cresciute tra casa e chiesa, con un grande impegno in parrocchia, innamorate di Gesù, dell’Azione Cattolica, dei canti, dei ritiri spirituali, di tutto quello che poteva nutrire la fede.
Eravamo due giovani davvero appassionate del Signore e della Parola, appassionate di quell’amore raccontato nei Vangeli che ci faceva sognare di poter cambiare il mondo.
Io parlo per me. Ero una giovane entusiasta quando, verso i diciassette anni, ho iniziato a sentire di provare qualcosa per il femminile. Era grande il mio amore per Gesù, eppure mi sentivo scossa dal fatto di avvertire dentro di me un copione diverso da quello che vedevo attorno, diverso da quello che mi era stato insegnato.
Ricordo un discernimento sofferto, ma anche molto affidato. Ricordo proprio le preghiere dei miei diciassette anni: “Signore, io non so perché mi sta succedendo di sentire questo amore, ma se c’è è perché lo hai messo tu nel mio cuore. Quindi mi fido: se ritorna, viene da te. Lì c’è qualcosa di te”.
Così sono cresciuta con una libertà interiore che mi permetteva di vivere questo amore. Questo è stato il mio inizio, un po’ diverso dalla storia di Elisa.
Elisa: Ciao a tutti, anch’io sono cresciuta un po’ come Daniela, tra casa e chiesa, e avevo le idee molto chiare fin da piccola. A sei anni avevo capito che dovevo donare la mia vita al Signore. Così sono cresciuta nella preadolescenza, nell’adolescenza e nella giovinezza cercando di coltivare e assecondare questa chiamata che sentivo per me.
All’inizio era una cosa vissuta un po’ da bambina, ma crescendo sentivo che quella poteva essere davvero la mia strada. Ero molto determinata e continuavo a coltivare la mia fede in quella direzione. Diciamo che ero anche piuttosto rigida. Daniela era più aperta, più libera; io invece crescevo con molti paletti.
Nel 2011 siamo andate alla Giornata Mondiale della Gioventù a Madrid. Ci siamo incontrate per la prima volta e siamo capitate vicine in pullman. Da lì abbiamo passato ore e ore a parlare. È stato, in realtà, un colpo di fulmine. Io però non me ne ero resa conto, perché andavo dritta per la mia strada. Crescevo all’interno di una fraternità francescana e non avevo in mente nient’altro se non la consacrazione.
Daniela: Io ho provato a dirglielo anche in maniera abbastanza chiara fin da subito, ma quando si parlano lingue diverse è facile non capirsi. Sono seguiti quasi dieci anni in cui ogni tanto tornavo a dirle: “Guarda che forse questa cosa non è proprio la santa amicizia come la definisci tu”. Però niente, non ci capivamo.
A un certo punto ho deciso di accompagnare Elisa fino al suo altare, di farmi un po’ da parte, di affidare al Signore quello che sentivo, ma anche di fidarmi di quello che sentiva lei.
Arriva il 2017. Elisa prende i suoi voti e io sono accanto a lei da sorella. Nello stesso periodo, però, succede qualcosa fuori da ogni schema e da ogni programma: mio papà si ammala di una malattia terminale fulminante.
Proprio nel momento in cui Elisa dice il suo “sì”, la sua fede viene messa più alla prova. E in quella prova l’amore che ci legava esplode con una potenza che non avremmo mai potuto immaginare.
Elisa si è raccontata come timidamente rigida, ma in realtà è un caterpillar: quando si mette in testa una cosa va avanti, va avanti, va avanti. La malattia di papà Pietro arriva con la forza di buttare giù tutte le impalcature che lei si era costruita in quegli anni, creando un grande disorientamento. E in quel disorientamento questo amore prende forma.
Ci diciamo che sta succedendo qualcosa. Lei però è dentro una scelta già fatta, e potete immaginare anche lo scandalo che si viene a creare. Questo amore nasce e rimane nella custodia della nostra madre spirituale, che ci dice: “Questa cosa deve finire il prima possibile. Non c’è un’altra strada, non c’è un altro modo di comprendere quello che sta accadendo. Chiudete più in fretta che potete, come se nulla fosse”.
Elisa: Noi chiediamo subito aiuto, perché davvero non capivamo. Soprattutto io non sapevo da che parte girarmi. Capivo che era un amore, ed era vero. Ma capivo anche che quell’amore non sembrava poter stare dentro la nostra chiesa, almeno dentro la chiesa che io conoscevo.
Per me era davvero un dramma. Non sapevo più cosa fare. Proviamo a chiedere aiuto ad amici, guide spirituali, sacerdoti, consacrate. Ma riceviamo solo porte chiuse.
I primi tempi sono stati di grande sofferenza, perché era tutto buio. Io decido di non rinnovare i voti e di cercare di fare verità dentro di me. Intanto continuiamo la nostra relazione nel nascondimento, provando a capire dove ci stia portando.
A un certo punto non ci sto più dentro e decido di scappare il più lontano possibile. Vado in Burundi, dall’altra parte del mondo, perché avevo bisogno di mettere insieme tutti i pezzi. I miei amici in Burundi mi aiutano, e quando torno a casa da Daniela le dico: “Dani, ti amo tantissimo, ma ti lascio”.
Non ero pronta. Ero davvero spaccata in due. Un giorno questo amore mi riempiva, mi rendeva la donna più felice del mondo; il giorno dopo non capivo come potesse stare insieme tutto: la mia fede, la mia chiesa, questo amore.
Daniela: Per me segue uno dei momenti più bui e più luminosi della mia vita. In quell’anno in cui Elisa prende la sua strada, io sento che questo amore non se ne va. Anzi, diventa molto più potente, molto più grande. Continuavo a metterlo sull’altare del Signore: “Io te lo restituisco. Se la felicità di Elisa ha un’altra strada, io davvero te la riconsegno”. Eppure questo amore continuava a tornare.
Questo continuo restituire e tornare, restituire e tornare, trova il suo apice in una Parola che arriva proprio nella Pasqua di quell’anno, nel Vangelo di Giovanni: “Chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno” (Giovanni 11,26).
Eravamo nella Pasqua di Gesù e quella Parola mi illumina in una maniera totale. Capisco che il gesto di restituire Elisa al Signore si incastonava benissimo in quella Parola, perché significava che anche lasciarla andare non me l’avrebbe fatta perdere. C’era semplicemente bisogno di una nuova disposizione del cuore nei confronti di questa persona.
Con quella Parola riesco sinceramente, interamente, a lasciare andare Elisa. E in questo il Signore è maestro: quando tu lasci sinceramente qualcosa che ti è stato dato, lui è capace di restituirtelo in una maniera nuova.
E così succede. Dopo questo gesto mio, intimo e spirituale, di cui lei non era a conoscenza, Elisa torna. Riesce a mettere insieme tutti i suoi pezzi, faticosamente, con sofferenza, con dolore, ma anche con grande grazia. Torna da me e mi dice: “Ok, adesso sono pronta”.
Quel tempo di attesa è durato tanto. Per me è stato un anno lungo, un anno di assenza fisica di Elisa, ma anche un anno preparatorio, quasi definitivo.
Elisa: In me, a un certo punto, succede qualcosa: un cambio di prospettiva. Arrivavo dall’essere consacrata, dall’essere sempre “dalla parte giusta” della chiesa, quella che si sedeva in prima panca. E mi ritrovo a essere quella che fa fatica a entrare in chiesa perché non sa come verrà guardata, quella che fa la comunione sperando che nessuno la veda, quella che si siede sempre in fondo.
All’inizio non accettavo questo cambio di prospettiva, non lo comprendevo. Poi, però, mi ha fatto sentire ancora più fortunata. Povera tra i poveri, in qualche modo. Ho capito che stare da quella parte era rischioso, perché è sempre rischioso sentirsi in fondo. Però, per me, quella è diventata la parte giusta.
Essere in fondo e vedere tutto da un’altra prospettiva mi ha cambiato il modo di guardare questa chiesa, fatta di poveracci, come siamo tutti noi.
È stato un percorso lungo e faticoso. Nel frattempo hanno iniziato ad aprirsi delle porte. Abbiamo incontrato sacerdoti, consacrati e altre persone omosessuali credenti con cui abbiamo iniziato a camminare nella chiesa cattolica.
Le porte chiuse incontrate all’inizio hanno cominciato ad aprirsi. Per noi questa è stata la grazia più grande: toccare con mano che c’era posto anche per noi in questa chiesa. Prima del nostro “sì”, però, c’è stata un’altra piccola crisi.
Daniela: Ve la raccontiamo perché dice la nostra umanità, dice qualcosa di tutti gli amori. Dopo tutto questo travaglio, in cui le forze avverse erano tutte esterne e noi faticavamo a essere compatte, ci stabilizziamo. Prendiamo casa, ci sistemiamo, iniziamo a viverci nel quotidiano. E lì succedono le dinamiche di tutti gli amori: i momenti in cui non ti senti vista, i momenti in cui non ti senti più importante per l’altra persona perché magari ha la testa altrove, perché è stanca, perché è presa da altro.
Vi raccontiamo questa crisi perché crediamo che anche in questa rottura, in questa fragilità, sia passata comunque l’appartenenza al Signore. A un certo punto io non mi sento più vista da Elisa. E, come accade quando non ti senti vista dalla persona amata, inizi a guardarti attorno. Quando scopri che c’è un’altra persona che ti guarda come avresti bisogno di essere guardata, ti perdi.
A me è successo. È successo con una potenza disarmante. Avevo aspettato dieci anni per stare con Elisa, non avevo mai messo in discussione il mio amore per lei. E invece accade proprio nel momento in cui meno me lo aspettavo, quando avevamo costruito una struttura bella per poter stare insieme.
Questa cosa mi spaventa al punto da farmi cadere in un buio, anche spirituale. Mi chiedo: “Ma fino adesso che cosa ci siamo raccontate? Che significato ha tutto questo?”. E lì il Signore è venuto ancora una volta a tirarci fuori dai nostri abissi. In quella domanda — “che significato ha questa cosa adesso?” — ci ha dato la possibilità di guardarci in faccia, di dirci la crisi, di guardare Elisa e dirle: “Guarda, io sono qui. Non è successo niente, ma nel mio cuore c’è questa cosa”.
E mi sono sentita guardata da Elisa con un amore disarmante. Mi guarda e mi dice: “Non l’avevamo messo in conto, è vero. Ma non possiamo prendere in considerazione che, a un certo punto, ci si possa perdere?”.
Io le dico: “No, sinceramente non avevo messo in considerazione di potermi perdere proprio adesso”.
Essere guardata così da lei, rivedere nel suo sguardo lo sguardo di un Dio che è amore, di un Dio che comprende, che non giudica, che ascolta, mi ha fatto sentire amata come non ero mai stata amata prima. Come non pensavo di poter essere amata.
Nel potermi svelare nella mia fragilità, e nel suo essere capace di amarmi tutta, anche nella mia vulnerabilità, ho scoperto che questa era la persona che volevo accanto per tutta la vita.
Questo amore è passato dalla vergogna, dalla fragilità, dal poter dire: “Non sono all’altezza. Non ho tutte le carte a posto”. Ed essere comunque amata mi ha fatto dire: “Ok, è lei”.
In questo dirci “è lei”, ci siamo scelte. Ci siamo scelte in un sì che abbiamo celebrato il 13 ottobre con un’unione civile, sapendo con grande verità di essere fragili nell’amore, come lo siamo tutti.
Non perché il nostro amore è omosessuale, ma perché l’amore è fragile. Se non si cura, l’amore si perde, si rompe, si distrae, perde pezzi.
Abbiamo imparato questo nel dirci il nostro sì. Nel matrimonio ci si promette un sì “fino alla fine”. Un mio carissimo amico monaco mi disse: “Daniela, quando prometterai a Elisa che l’amerai fino alla fine, ricordati che ‘fino alla fine’ non significa finché Elisa non morirà. Significa fino alla fine dell’amore. Perché l’amore può finire”.
Se non curi l’amore, l’amore può finire.
Quel 13 ottobre, quando ci siamo sposate, ci siamo promesse che il nostro è un amore da curare, da non dare mai per scontato. Se iniziamo a darlo per scontato, lo perderemo, si romperà, ci perderemo.
Quello che proviamo a fare ogni giorno, con tutte le nostre asperità e le nostre spigolature, è proprio curare il nostro amore. E in questa cura c’è Dio, che è per eccellenza colui che cura l’amore, colui che è amore.
Elisa: Per concludere, io dico sempre che volevo fare la missionaria in Africa e mi ritrovo con una moglie in provincia di Varese. Qualcosa è andato storto, evidentemente.
Eppure questo affidarmi continuamente al Signore mi ha liberato da tutto quello che pensavo fosse giusto per me, da tutte le mie strutture, da tutte le mie rigidità. È vero: “La verità vi farà liberi” (Giovanni 8,32).
Oggi vivo quello che non pensavo di poter vivere, in un luogo che non pensavo nemmeno esistesse.
C’è un’altra cosa che mi viene da dire. Io sono infermiera e accompagno le persone ammalate verso la morte: mi occupo di cure palliative. Uno dei rimpianti più grandi che le persone mi raccontano, prima di morire, è quello di non aver potuto vivere la vita che avrebbero voluto, perché sono rimaste sempre incastrate in qualcosa.
Io ringrazio davvero ogni giorno il Signore, perché mi ha liberata e perché mi fa assaporare il suo amore ogni giorno attraverso la Messa.
- Liturgia della Veglia ecumenica di preghiera per le vittime dell’omotransbifobia organizzata dal Servizio diocesano di pastorale familiare della Diocesi di Chiavari il 20 maggio 2026 (file Pdf)

