Dalla veglia ecumenica per il superamento dell’omotransbifobia di Milano





Anche quest’anno, nel cuore di Milano, il Tempio Valdese ha ospitato una veglia di preghiera intensa e partecipata, nata dal desiderio di costruire ponti e non barriere. Un momento di fede condivisa per ricordare le vittime dell’omotransfobia e per chiedere insieme che la Chiesa e la società diventino sempre più luoghi di accoglienza, rispetto e giustizia per tutte le persone.
Questa veglia, che si è sviluppata come un vero cammino spirituale comunitario, è stata promossa da realtà di credenti LGBTQ+ e non solo: Il Guado, Varco-REFO+, i Giovani del Guado e il gruppo Granello di Senape. Al loro fianco, diverse chiese evangeliche milanesi: la Chiesa valdese, la metodista, la battista e la Chiesa cristiana protestante in Milano.
Un percorso di fede condivisa
La liturgia si è aperta con un preludio musicale, che ha preparato i cuori al silenzio e all’ascolto. Subito dopo, le voci guida hanno accolto le persone presenti con un saluto responsoriale: una preghiera corale che ripercorreva il modo in cui Gesù chiama – ieri come oggi – donne e uomini a seguirlo nel quotidiano, tra fallimenti e nuovi inizi, nella fatica e nella speranza.
Uno dei passaggi più toccanti è stato l’invocazione iniziale, dove Dio è stato chiamato come “padre e madre”, presenza che accompagna, libera e illumina. È stato un modo per dire che il volto di Dio è più ampio delle nostre categorie e che ogni persona è chiamata a vivere nella verità del proprio essere, senza paura.
Al centro: l’Amore che non tramonta
La prima lettura biblica, tratta dalla Prima Lettera ai Corinzi (13,1-8), ha riportato al centro della riflessione il valore dell’amore: un amore che non si vanta, non giudica, non cerca il proprio interesse, ma tutto spera, tutto crede. È stato un invito potente a riconoscere nell’amore – anche quello che sfugge agli schemi convenzionali – la forza più autentica e rivoluzionaria del Vangelo.
Subito dopo, una preghiera comunitaria ha dato voce alla bellezza delle differenze e al desiderio di comunione: “Differenti per le scelte d’amore… simili nella ricerca di abbracci”.
L’urgenza della giustizia
Uno dei momenti più forti è stata la preghiera per la fine dell’omotransfobia, guidata da Antonella Scuderi. Si è chiesto a Dio di donare conforto a chi subisce violenza e discriminazione a causa della propria identità. Ma anche perdono per le colpe delle chiese e della società. È stato un momento di denuncia ma anche di speranza, perché non basta condannare la violenza: bisogna costruire cammini nuovi di riconciliazione e cambiamento.
Sono seguiti testimonianze personali e un’altra lettura biblica dalla Lettera agli Efesini (2,14-18), che parlava di una pace annunciata a chi era lontano e a chi era vicino. Un invito a sentirsi tutti, davvero tutti, figli e figlie della stessa promessa.
Una fede che include
Uno dei passaggi più belli è stata la “confessione di fede”, proclamata coralmente: un’affermazione gioiosa e profonda di un Dio che benedice ogni identità. “Crediamo in un Dio che benedice gay, lesbiche, bisessuali, trans, non binari, etero, intersessuali e asessuali…”. Una dichiarazione che suona come un piccolo atto rivoluzionario dentro chiese ancora spesso chiuse o silenziose.
Subito dopo, un’altra voce guida – della Chiesa anglicana – ha accompagnato la comunità nella preghiera di illuminazione, un’invocazione perché la Parola di Dio diventi luce e fuoco nel nostro cammino.
È seguita quindi la lettura degli Atti degli Apostoli (10,21-36), che racconta l’incontro tra Pietro e il pagano Cornelio: una storia di ascolto, di apertura, di superamento delle barriere religiose e culturali. Come a dire: nessuno è impuro, nessuno è da escludere.
Riconoscere la bellezza delle differenze
Dopo la predicazione, che ha aiutato a rileggere i testi biblici alla luce delle vite LGBTQ+, si è alzata una preghiera di ringraziamento per la varietà dell’umanità, vista come un riflesso della bellezza di Dio. “Come popolo arcobaleno – si è detto – ti ringraziamo per l’amicizia che vince la solitudine…”.
Poi, con voce comune, si è pregato il Padre Nostro, e la celebrazione si è chiusa con una benedizione finale molto evocativa: un mosaico di nomi e figure bibliche che accompagnano con tenerezza e forza il cammino delle persone queer di oggi. Da Agar a Debora, da Maria Maddalena a Zaccheo, da Marta a Nicodemo: volti biblici che parlano ancora, che incoraggiano, che benedicono.
Il canto finale, “We shall overcome”, ha dato voce al desiderio collettivo di libertà, di pace, di giustizia. Una promessa cantata a più voci, che ha saputo unire memoria, fede e lotta.
Questa veglia è stata molto più che un culto: è stata una dichiarazione d’amore. Un segno che la fede può davvero diventare spazio inclusivo, dove ciascuno e ciascuna è chiamato per nome. Dove le differenze non spaventano, ma arricchiscono. Dove il Vangelo si fa carne nelle vite di chi cerca giustizia e spera in una Chiesa che non esclude, ma accoglie.
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