Dall’esclusione alla comunione: la vita e la fede delle persone trans in una parrocchia alle porte di Roma
Intervista di Elisa Belotti* pubblicata sul sito cattolico New Ways Ministry (Stati Uniti) il 26 luglio 2025. Liberamente tradotta dai volontari del Progetto Gionata.
In un’intervista precedente pubblicata su Bondings 2.0, padre Andrea Conocchia, parroco della chiesa Beata Vergine Immacolata, alle porte di Roma, ha raccontato come la sua parrocchia sia diventata un luogo di accoglienza per un gruppo di donne transgender. In questo nuovo articolo, ho incontrato una di loro, Marcella, che ci ha parlato del suo cammino: dall’esclusione alla riscoperta della fede, fino alla silenziosa rivoluzione del sentirsi finalmente a casa nella Chiesa.
Marcella, com’è iniziato tutto?
È iniziato durante il lockdown. Quasi tutte noi, donne trans del quartiere, lavoriamo come sex worker. Quando è arrivato il Covid, non avevamo più clienti. Niente soldi, niente da mangiare.
Una di noi si è rivolta a don Andrea per chiedere aiuto. Lui non solo l’ha aiutata, ma lei poi ha iniziato a raccontarlo alle altre, una per una, perché eravamo tutte nella stessa situazione. Così siamo arrivate alla parrocchia.
Per noi è stato un cambiamento di mentalità enorme. Perché fino a quel momento ci eravamo sempre sentite escluse dalla Chiesa. Lo eravamo. E invece un prete ci stava aiutando. Per me è stato il punto di svolta per ritrovare la mia fede.
Siamo abituate a ricevere odio. Ma questa esperienza ci ha fatto sentire esseri umani. Ci ha fatto sentire che anche la Chiesa può amarci. Gesù ha sempre donato amore, senza fermarsi all’aspetto o alle caratteristiche di una persona. Guardava all’anima, e basta.
Poi è arrivato anche altro aiuto, e infine l’incontro con Papa Francesco. Mai nella vita avrei pensato di poter incontrare un Papa.
Sei nata in Uruguay. Che esperienza è stata capire di essere una donna trans? E com’era il tuo rapporto con la fede lì?
Fin da piccola sapevo di essere una bambina. Mi piacevano i giocattoli “da femmina”, anche se sapevo che non avrei dovuto giocarci. Ma per me era normale. Quando mia madre usciva per andare al lavoro, io indossavo i suoi vestiti. Era tutto così naturale per me. Poi, crescendo, ho iniziato a notare gli sguardi, i commenti dei vicini.
Ho fatto la Prima Comunione a nove anni. Ma a undici, durante una confessione, dissi al prete che mi piaceva un mio compagno – un ragazzo – e lui mi rispose che era un peccato. Da quel momento ho lasciato la Chiesa. La fede ce l’avevo, ma pregavo a casa. Non andavo più a Messa, né alla catechesi.
Quando sono arrivata in Italia è scoppiato il Covid, una vera tragedia. Morivano tantissime persone. Ma in qualche modo, quella crisi ci ha fatto ritrovare. Se non ci fosse stata, forse non saremmo mai tornate in parrocchia.
E invece ci è stata data l’opportunità di tornare, di ricevere una benedizione, di andare a Messa, di vivere di nuovo la fede insieme agli altri. Abbiamo potuto stare insieme, ascoltarci senza timore, sederci a tavola, essere servite, mangiare con le altre persone – spesso persone anche loro escluse, come i senzatetto. Un’esperienza di ricchezza umana che non pensavamo nemmeno di poter vivere.
E oggi, com’è la vita in parrocchia?
Oggi mi sento a casa. Ogni domenica, quando vado a Messa, rivedo le stesse persone, ci salutiamo, ci conosciamo. All’inizio la gente si allontanava. Aveva paura. A volte succede ancora, se non ci si conosce bene. Ma quando davvero si incontra qualcuno, ci si accorge che siamo tutti uguali. È una riscoperta della nostra umanità, delle nostre personalità. Una riscoperta reciproca.
In parrocchia siamo come tutti gli altri. Partecipiamo alle attività della comunità. Chiediamo messe per i nostri cari defunti o per i santi dei Paesi da cui veniamo.
Sono passi concreti per vivere una Chiesa davvero aperta e inclusiva. Qui sperimentiamo davvero cosa vuol dire comunità, cosa vuol dire sorellanza.
E dal punto di vista spirituale, cosa hai vissuto in questi cinque anni?
Mi porto nel cuore le parole che Papa Francesco mi ha detto quando ci siamo incontrati per la prima volta: “Siamo tutti figli di Dio, a prescindere da quello che dice la gente, anche se ci giudicano. Siamo tutti normali, tutti figli di Dio.”
Queste parole mi sono rimaste nell’anima. Il Papa ci ha fatto riscoprire il senso di essere figli. Io mi sono sentita davvero abbracciata da Dio. Mi sono sentita figlia amata, non “nonostante” ciò che sono, ma perché sono così.
Sono parole e gesti che non si dimenticano. La sua vicinanza è stata reale. Papa Francesco è stato per noi un benefattore, un protettore dei poveri, una testimonianza vivente del Vangelo.
Che messaggio vuoi lasciare alle persone trans che si sentono escluse, sole?
Ripeterei le parole che mi ha detto Papa Francesco: “Non perdere la fede. Continua a credere in Dio, perché Lui ci ama sempre, esattamente così come siamo.”
Vorrei dire: spero che possiate trovare un prete che vi comprenda, che vi ascolti, che vi accolga. E spero che possiate incontrare una Chiesa unita che vi apra le braccia davvero.
Noi, qui, siamo felici. Nel nostro quartiere siamo più di 40 donne trans e, con il tempo, abbiamo creato una rete. Dimentichiamo i problemi, ci apriamo l’una all’altra. Ridiamo, piangiamo, ci sosteniamo a vicenda.
È davvero bello. Questa, per me, è la vera Chiesa.
*Elisa Belotti è una giornalista freelance italiana. Si occupa di diritti umani e delle esperienze delle persone marginalizzate, con un’attenzione particolare al rapporto tra religione e società.
Testo originale: From Exclusion to Communion: Life, Faith, and Siblinghood for Trans Folks in Catholic Parish

